Alexander Hamilton e George Washington


Un freddo mattino di febbraio del 1781, presso il quartier generale dell’Esercito Continentale nella Valle dell’Hudson, il generale George Washington era profondamente irritato. I capi di una banda di soldati ammutinati erano stati impiccati da poco e il generale aveva vegliato fino a mezzanotte la notte precedente, insieme al suo principale aiutante di campo Alexander Hamilton, per preparare dispacci alle forze francesi operanti nella regione.

Quei cinque anni di guerra per l’indipendenza dalla Corona britannica erano stati durissimi, anche per un uomo dalla tempra d’acciaio come Washington. Quasi cinquemila soldati coloniali avevano perso la vita, altri settemila e cinquecento erano rimasti feriti e quindicimila erano stati fatti prigionieri. La vittoria di Saratoga era stata oscurata dal tradimento di Benedict Arnold e, a rendere tutto più difficile, Washington non disponeva dei fondi necessari per pagare i soldati né per equipaggiarli adeguatamente: proprio da qui nacque l’ammutinamento.

Quando Washington entrò nella fattoria di New Windsor quella mattina per dire a Hamilton che desiderava parlargli, la voce era secca. Forse fu proprio questo tono a indurre il giovane ufficiale a indugiare: prima consegnò una lettera a un commilitone e poi scambiò qualche parola con il marchese de Lafayette. Washington, uomo poco incline ad attendere, rimproverò il suo aiutante al ritorno. «Colonnello Hamilton — disse — lei mi fece attendere in cima alle scale per dieci minuti. Devo dirle, signore, che lei mi trattò con mancanza di rispetto».
Hamilton, che per quattro anni aveva servito come il più fidato aiutante di campo del generale, rispose che non era sua volontà mancare di rispetto in alcun modo, ma che, alla luce di quanto Washington provava, forse era arrivato il momento di separarsi. «Molto bene, signore — replicò Washington — se è questa la vostra scelta».

Frustrato per la mancanza di un comando sul campo e turbato dal modo in cui il generale aveva gestito il caso del maggiore John André, Hamilton si dimise dopo essere stato rimproverato per un ritardo di pochi minuti. Per mesi Hamilton aveva sofferto sotto il comando di un Washington impenetrabile, celebre non solo per la sua dote di leadership ma anche per il suo carattere freddo e il suo silenzio lapidario.
Brillante scrittore e oratore, a soli venticinque anni Hamilton era salito rapidamente nei ranghi dell’Esercito Continentale. Voleva però un comando sul campo, qualcosa che il quarantottenne Washington era riluttante a concedergli, temendo di perdere il suo aiutante più dotato. Hamilton era inoltre rimasto profondamente turbato dal trattamento riservato al maggiore John André, l’ufficiale britannico giustiziato pochi mesi prima per aver cospirato con Arnold: non contestava che André dovesse morire, ma riteneva che l’insistenza di Washington nel far impiccare l’ufficiale invece di fucilarlo riflettesse una «rigida giustizia».

Lo storico Ron Chernow, nella sua biografia Alexander Hamilton, osserva che la frustrazione di Hamilton per l’inflessibilità di Washington nel caso André fu l’unica occasione in cui il giovane ufficiale «disse apertamente e con coerenza» di dissentire dal futuro presidente. L’esecuzione di André lasciò un’impronta profonda in Hamilton, che apprezzò la «serena fortezza» dell’ufficiale britannico di fronte alla morte.
Due mesi dopo quella vicenda, Hamilton — arrivato in America dai Caraibi da immigrato adolescente e senza mezzi all’età di circa diciassette anni — sposò Elizabeth Schuyler nella tenuta di famiglia ad Albany. Il matrimonio segnò un’ascesa straordinaria verso i vertici della società americana.
Forse rafforzato dall’ingresso in una delle famiglie più illustri di New York, o forse semplicemente stanco di dipendere da Washington, Hamilton sembrò cercare deliberatamente la rottura quel freddo mattino di febbraio.

Chernow racconta che Washington tentò una riconciliazione dopo il litigio, inviando un messaggio in cui espresse rammarico per il «momento di collera passeggera» e il desiderio di fare ammenda. Hamilton rifiutò il ramo d’ulivo, comunicando al generale di aver preso una decisione irrevocabile. Washington cedette. Dopo ripetute richieste e diversi mesi, Hamilton ottenne ciò che desiderava: un comando sul campo. Nel luglio 1781 il generale lo nominò comandante di un battaglione di fanteria leggera. Nei mesi successivi Hamilton operò attivamente sul terreno e si distinse a Yorktown, dove guidò un audace assalto alla baionetta che contribuì a intrappolare il generale inglese Charles Cornwallis. Soldato accorto, comprese che gli americani avevano già assicurato la vittoria nella battaglia decisiva prima ancora della resa. «Domani Cornwallis e il suo esercito saranno nostri», scrisse Hamilton alla moglie incinta il 17 ottobre 1781. Due giorni dopo Cornwallis si arrese, con la cattura di circa settemila soldati britannici, aprendo la strada ai negoziati di pace.

Nelle sue lettere Hamilton parlava di «rinunciare alla vita pubblica» dopo la guerra per dedicarsi alla famiglia. Non fu così. Avendo sperimentato di persona le debolezze degli Articoli della Confederazione, Hamilton divenne uno dei suoi primi e più accesi critici. Sette anni prima della Convenzione Costituzionale, chiedeva già una riunione degli Stati per sostituire quel documento, privo del potere di tassare, di una magistratura federale e dell’autorità necessaria a difendere efficacemente la nazione. Immaginava una Costituzione che conferisse al Congresso un’autorità reale su tassazione, commercio fra gli Stati dell’Unione e difesa nazionale. «Il difetto fondamentale è una carenza di potere nel Congresso», scrisse Hamilton.

Quando altri cominciarono a riconoscere quelle carenze, nacque il movimento per redigere un nuovo documento. Hamilton si vide al centro degli eventi. Il suo desiderio di un governo centrale più forte, inclusa una banca nazionale per stabilizzare la moneta, lo mise in contrasto con i repubblicani jeffersoniani e gli antifederalisti. Eppure la sua visione prevalse. Grazie in larga parte a James Madison — un tempo alleato e poi rivale politico — la nuova Costituzione incluse la Carta dei Diritti, che Hamilton considerava superflua alla luce dei poteri espressamente elencati.

Ma nessuno fu più importante per il suo successo del comandante in capo che Hamilton aveva un tempo respinto: George Washington. Nonostante la rottura amara, i due uomini si riconciliarono e divennero stretti alleati, rinnovando uno di più grandi sodalizi della Storia americana. Non fu del tutto sorprendente. Entrambi avevano vissuto le debolezze degli Articoli della Confederazione durante la guerra e ritenevano che i risultati della Rivoluzione potessero andare perduti senza un governo nazionale più solido. C’era forse anche un aspetto più personale: Washington, che non aveva figli, sembrava nutrire per Hamilton un genuino affetto paterno.

In ogni caso, le parole aspre scambiate nella fattoria di New Windsor furono dimenticate. Washington si insediò come primo presidente degli Stati Uniti il 30 aprile 1789, dopo aver ricevuto l’unanimità dei “voti elettorali” nella prima elezione presidenziale. Se Washington era il simbolo della giovane repubblica, Hamilton ne era l’architetto principale. Come primo ministro del Tesoro della neonata nazione, gettò le fondamenta del sistema finanziario americano, ristabilì il credito pubblico, organizzò il rimborso dei debiti di guerra e pose le basi di un’economia nazionale.

Nel controverso rapporto sulle manifatture del 1791, Hamilton sostenne che il governo federale dovesse promuovere lo sviluppo industriale attraverso modesti dazi, per aiutare le industrie americane nascenti a competere con i produttori europei consolidati. Le sue proposte economiche sono spesso fraintese ancora oggi, ed è uno dei motivi per cui resta probabilmente il Padre Fondatore più controverso. Chi lo conosceva meglio sottolineava tuttavia la sua dedizione alle istituzioni e il suo talento straordinario.
George Washington apprezzava pubblicamente la «probità e la virtù incorruttibile» di Hamilton: diceva che nessuno avesse «l’anima più fermamente impegnata nella causa». Forse il tributo più sorprendente venne dal suo grande rivale Thomas Jefferson, che lo definì un « titano» e «un esercito in sé stesso», in uno scritto a a Madison nel 1795.

La carriera e la vita straordinaria di Hamilton si interruppero una mattina d’estate del 1804 a Weehawken, nel New Jersey, quando Aaron Burr (vicepresidente degli Stati Uniti) lo ferì mortalmente in un duello. Sul letto di morte, Hamilton disse al vescovo Benjamin Moore di non nutrire alcun rancore verso Burr e di essere in pace con Dio. «Sono un peccatore — disse al reverendo John Mason — Mi affido alla Sua misericordia». Trenta ore dopo il duello, il 12 luglio 1804, Hamilton moriva. Aveva quarantanove anni, solo uno in più di quelli che Washington aveva quel freddo mattino nella fattoria della Valle dell’Hudson.




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 Redazione ETI

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