Rinnovabili come leva di competitività industriale, non solo come agenda ambientale: è la tesi centrale di un rapporto commissionato da oltre 50 aziende energetiche spagnole operative in Italia. I numeri di Teha Group quantificano il costo dei ritardi autorizzativi
A maggio 2026 l’Italia ha pagato l’energia elettrica 119 €/MWh. La Francia ne ha pagati 52, la Spagna 54, la Germania 97. Un differenziale che non è congiunturale: è strutturale ed è il prodotto di una dipendenza energetica che i dati 2024 ancora fotografano con nitidezza.
Il 73,9% del fabbisogno energetico italiano è importato. Il gas naturale determina il prezzo dell’elettricità per il 63% delle ore. In questo contesto, il rapporto Rinnovabili e competitività: scenari, impatti e priorità per l’Italia, realizzato da Teha Group su commissione del Gruppo di Lavoro Energia della Camera di Commercio di Spagna in Italia, traduce in numeri quello che molti operatori sostengono da anni: la transizione energetica non è un costo per il sistema industriale italiano.
È una condizione per la sua sopravvivenza competitiva.
Il divario tra capacità installata e obiettivi Pniec: 29 GW che valgono 17 miliardi
L’accelerazione delle fonti rinnovabili in Italia c’è stata, ma non è sufficiente. La capacità installata è cresciuta da +1,7 GW nel periodo 2019–2022 a +7,2 GW nel 2025, un salto significativo.
Le proiezioni, tuttavia, collocano il totale installato al 2030 a 101,9 GW: 29 GW in meno rispetto al target previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec). È su questo divario che Teha Group ha costruito la propria analisi quantitativa.
Colmarlo comporterebbe, secondo il rapporto circa 9 miliardi di euro di risparmio sul costo dell’energia elettrica all’ingrosso; 2 miliardi di riduzione della spesa per le quote di emissione Ets; 2 miliardi legati alle minori importazioni di gas naturale; 3 miliardi di beneficio sociale stimato per le mancate emissioni di CO2.
Un totale di 17 miliardi di euro all’anno. Non un beneficio ambientale astratto, ma una voce di bilancio concreta per l’economia nazionale.
42 miliardi di Pil potenziale e 60mila posti di lavoro: la dimensione industriale della transizione
Il rapporto stima che raggiungere i target Pniec attiverebbe quasi 42 miliardi di euro di Pil aggiuntivo: 35,7 miliardi derivanti dagli investimenti Capex per nuovi impianti fotovoltaici ed eolici, 5,9 miliardi di valore aggiunto generato per il sistema-Paese.
A questi si aggiungono oltre 60.000 nuovi posti di lavoro. Sono cifre che riformulano il perimetro del dibattito. La transizione energetica smette di essere un capitolo delle politiche ambientali per diventare un dossier della politica industriale – con implicazioni dirette su investimenti, occupazione e competitività di filiera.
Il rapporto è stato presentato l’11 giugno a Palazzo Montorio a Roma, alla presenza del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin e del vicepresidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, che ha sintetizzato la posizione delle imprese in modo diretto: “le rinnovabili consentono già oggi di produrre energia a costi sensibilmente inferiori rispetto ai prezzi di mercato. I progetti e gli investimenti non mancano: oltre 4.000 impianti sono attualmente in attesa di autorizzazione“.
I colli di bottiglia: iter autorizzativi fuori dai limiti Ue e reti non pronte per il 2030
Il nodo non è la tecnologia, né la disponibilità di capitale. È la velocità con cui i progetti diventano impianti operativi. Teha Group identifica due colli di bottiglia principali.
Il primo riguarda i tempi autorizzativi: per l’eolico superano già oggi i 32 mesi previsti dalla normativa europea come limite massimo; per il fotovoltaico si va oltre i 12 mesi.
Il secondo riguarda la rete elettrica: senza adeguamenti infrastrutturali e sistemi di flessibilità, le ore di congestione potrebbero aumentare del 77% entro il 2030, vanificando parte dei benefici della nuova capacità installata.
Le due priorità indicate dal rapporto sono conseguenti: un meccanismo straordinario di fast-track autorizzativo per gli impianti Fer già maturi e lo sviluppo di una rete anticipatoria che non insegua gli impianti ma li preceda.
Il modello spagnolo come riferimento: perché le aziende iberiche guardano all’Italia
Non è casuale che lo studio sia stato commissionato da aziende di matrice spagnola. La Spagna ha compiuto negli ultimi anni una transizione energetica significativamente più rapida di quella italiana, beneficiando di procedure autorizzative più snelle e di una pianificazione di rete orientata alla crescita delle rinnovabili.
Il differenziale di prezzo – 65 €/MWh in meno rispetto all’Italia a maggio 2026 – è in parte il risultato di quella traiettoria. Gruppi come Iberdrola e Edp, presenti nel panel romano, operano in Italia con posizioni rilevanti nel mercato delle rinnovabili.
Il loro interesse a rimuovere i vincoli burocratici è industriale prima che ideologico. E il rapporto che hanno commissionato è costruito per parlare il linguaggio delle istituzioni: Pil, occupazione, sicurezza degli approvvigionamenti.
La variabile politica: senza semplificazione normativa i target restano sulla carta
Raggiungere i 130,9 GW di rinnovabili al 2030 previsti dal Pniec richiede una media di installazioni superiore a quella attuale di circa il 40%. Con iter autorizzativi che si misurano in anni e una rete che non è progettata per assorbire la nuova capacità, quella traiettoria non è automatica.
Il rapporto Teha non si limita a quantificare i benefici della transizione: documenta il costo dell’inerzia.
Ogni mese di ritardo sulla semplificazione normativa è un mese in cui il differenziale di prezzo con Francia e Spagna si consolida, la dipendenza dal gas resta strutturale e le imprese italiane competono con un costo dell’energia che non ha equivalenti nell’Europa occidentale.
Crediti immagine: Depositphotos
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Alfredo Agosti
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