Il Mondiale di calcio si è rivelato un evento dal gigantesco impatto ambientale, tra viaggi in jet privato del presidente FIFA Gianni Infantino e un’organizzazione su vasta scala geografica. Si stima abbia generato milioni di tonnellate di CO2, mettendo in luce un paradosso tra gli sforzi individuali per la sostenibilità e le emissioni generate dai grandi eventi globali.
In un’epoca in cui la coscienza ambientale è sempre più diffusa e l’impegno individuale nel riciclo, nella riduzione dei consumi e nella mobilità sostenibile diventa un pilastro della quotidianità, sorge spontaneo chiedersi quanto questi sforzi possano davvero incidere di fronte a fenomeni di portata globale. Immagina di separare con cura una bottiglia di plastica, convinto di fare la tua parte per un futuro più verde. Ora, immagina che, nello stesso momento, un evento sportivo di risonanza planetaria stia generando un’impronta carbonica senza precedenti, tale da vanificare, o quasi, gli sforzi di milioni di persone. Questo è il paradosso che il recente Mondiale di calcio ha messo in luce, scatenando un’ondata di critiche e accendendo i riflettori sull’impatto ambientale dei grandi eventi.
Il presidente della FIFA e l’ombra delle emissioni
Al centro delle polemiche vi è stato il presidente della FIFA, Gianni Infantino, la cui condotta durante il torneo ha sollevato forti perplessità. Mentre il mondo intero discuteva di sostenibilità e di lotta al cambiamento climatico, Infantino è stato bersaglio di severe critiche da parte dei media internazionali per i suoi spostamenti. Si parla di voli in jet privato che lo hanno portato a viaggiare fino a due volte al giorno, con l’obiettivo dichiarato di presenziare al maggior numero possibile di partite. Fonti interne alla FIFA avrebbero persino confermato l’intenzione di Infantino di assistere a due incontri quotidiani, ogni qualvolta fosse stato logisticamente possibile, nonostante il calendario estenuante.
Una stima scioccante suggerisce che, solo con i suoi spostamenti, il presidente della FIFA avrebbe generato circa 300 tonnellate di anidride carbonica (CO2). Un dato che stride in modo clamoroso con l’immagine di un’organizzazione sportiva che, a parole, si dichiara impegnata per la sostenibilità. Se da un lato si incentiva la responsabilità individuale, dall’altro si assiste a comportamenti che sembrano ignorare completamente l’urgenza climatica.
Il mondiale del record, anche per le emissioni
La questione non si limita, tuttavia, ai viaggi di una singola personalità. Il torneo in questione, infatti, ha abbracciato quattro fusi orari e tre Paesi diversi, con ben 16 stadi separati da distanze notevoli, che arrivano fino a 2800 miglia. Questa dispersione geografica ha richiesto un’incredibile quantità di spostamenti, non solo per il presidente, ma per squadre, staff, giornalisti e tifosi. È stato ampiamente descritto come l’evento sportivo più inquinante della storia, un triste primato che dovrebbe far riflettere.
Le stime sull’impronta carbonica complessiva del Mondiale sono allarmanti: si parla di circa 9 milioni di tonnellate di anidride carbonica generate. Di questa cifra colossale, una parte significativa, stimata intorno a 7,7 milioni di tonnellate, sarebbe imputabile esclusivamente ai viaggi aerei. Per dare un’idea della gravità di questi numeri, basti pensare che questa quantità è più di quattro volte superiore all’ammontare di emissioni generate tra i Mondiali del 2010 e del 2022 messi insieme. Un salto che evidenzia una preoccupante escalation nell’impatto ambientale di tali manifestazioni.
Sostenibilità e grandi eventi: un dialogo mancato?
Questo scenario solleva interrogativi cruciali sulla compatibilità tra l’organizzazione di eventi globali su larga scala e gli obiettivi di sostenibilità ambientale. La narrazione mediatica spesso si concentra sulle singole azioni virtuose, ma la realtà dimostra che i grandi attori e le grandi manifestazioni possono avere un impatto sproporzionato, capace di oscurare gli sforzi collettivi.
L’industria del calcio, e dello sport in generale, ha una responsabilità enorme. Con la sua visibilità e influenza, potrebbe e dovrebbe essere un motore di cambiamento positivo. Invece, episodi come questo rischiano di trasformare gli impegni per la sostenibilità negli eventi in mere dichiarazioni d’intenti, svuotate di concretezza. È fondamentale che organismi come la FIFA adottino politiche di pianificazione più rigorose, valutando attentamente l’ubicazione degli stadi, la logistica dei trasporti e l’impronta carbonica generale già in fase di candidatura e progettazione. La scelta di ospitare un torneo in un’area così vasta, con tutte le implicazioni logistiche e ambientali che ne derivano, dovrebbe essere riconsiderata in un’ottica di vera sostenibilità.
Oltre il riciclo della bottiglia: la necessità di un cambiamento sistemico
La lezione che emerge da questo Mondiale è chiara: mentre continuiamo a impegnarci nel riciclo delle nostre bottiglie inteso come impegno a ridurre le nostre emissioni attraverso i gesti quotidiani, è imperativo che le grandi organizzazioni e i leader globali dimostrino una coerenza e un impegno commisurati alla crisi climatica che stiamo affrontando. I nostri sforzi individuali sono preziosi, ma non possono e non devono essere vanificati da decisioni di ampia portata che ignorano le priorità ambientali. Il calcio, lo sport più amato al mondo, ha la capacità di ispirare miliardi di persone. È tempo che utilizzi questa forza per promuovere un messaggio di sostenibilità autentico e tangibile, trasformando i Mondiali futuri in esempi virtuosi di rispetto per il pianeta, piuttosto che in record di emissioni. Solo così, l’entusiasmo per il gioco potrà davvero andare di pari passo con la cura per la nostra casa comune.
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Redazione GreenMe
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