61 milioni di passi nella bellezza: perché stiamo tornando ad amare follemente i nostri musei



Ci sono luoghi in cui si entra quasi per caso, magari per ripararsi dal caldo, da una fila troppo lunga, da una domenica senza programma. Poi succede quella cosa lì: il pavimento consumato sotto le scarpe, una teca illuminata, una statua vista mille volte sui libri e improvvisamente presente, ingombrante, viva. I musei italiani stanno tornando a essere anche questo, un’abitudine fisica. Un gesto concreto. Uscire, camminare, pagare un biglietto, attraversare una sala, fermarsi davanti a qualcosa che era lì molto prima di noi e resterà lì anche dopo.

I numeri raccontano una trasformazione enorme. Nel 1929 i visitatori di musei, monumenti e aree archeologiche statali erano 2,8 milioni. Nel 2024 sono arrivati a quasi 61 milioni. In mezzo ci sono guerre, ricostruzioni, boom economico, turismo di massa, crisi, pandemia, ripartenze. Eppure la linea lunga è chiara: l’Italia ha ricominciato a camminare dentro il proprio patrimonio culturale, con una crescita di oltre 20 milioni di visitatori solo negli ultimi dieci anni, ben oltre il semplice rimbalzo dopo il crollo del 2020-2021.

Dai musei vuoti per pochi ai luoghi pieni di passi

La crescita riguarda anche l’offerta. I musei e gli istituti simili statali erano 110 nel 1929, sono diventati 453 nel 2024, con uno sviluppo particolarmente forte dagli anni Ottanta in poi. Dentro questa definizione rientrano musei, monumenti e scavi archeologici appartenenti allo Stato e aperti al pubblico, esclusi i circuiti museali istituiti dal 1999. Il dato, quindi, va letto con attenzione: parla di un pezzo preciso del sistema culturale italiano, quello statale, e già così basta a misurare la scala del cambiamento.

A colpire, però, resta soprattutto il movimento delle persone. Perché un museo senza corpi che lo attraversano rischia di somigliare a una casa apparecchiata per ospiti che tardano ad arrivare. Qui gli ospiti sono arrivati, eccome. Sessantuno milioni di ingressi significano biglietti staccati, scolaresche, turisti con lo zaino, famiglie con bambini stanchi dopo dieci minuti, coppie che si perdono nelle sale, anziani che tornano in un luogo visitato da ragazzi. Significano una massa di passi che, messa insieme, dice qualcosa di molto semplice: il patrimonio culturale italiano ha smesso di essere soltanto sfondo e torna a essere esperienza.

Certo, il turismo internazionale pesa moltissimo. Nel 2022, ultimo anno disponibile per questo dettaglio, i turisti stranieri rappresentavano il 51,5% dei visitatori complessivi, con una quota che saliva fino al 59,5% nelle aree archeologiche, pari a 23,7 milioni di persone. Roma, Pompei, Firenze, Venezia, Paestum, Ercolano: alcuni nomi bastano da soli a spiegare perché il mondo continui a venire qui con una fame quasi ostinata di pietra, affreschi, rovine, cupole, mosaici.

La riscoperta più interessante arriva da vicino

Il pezzo più bello, però, riguarda gli italiani. Negli ultimi trent’anni, la quota di residenti di almeno 6 anni che frequenta musei, mostre, siti archeologici e monumenti è cresciuta da poco più di un quinto a circa un terzo della popolazione. Nel dettaglio, per musei e mostre si passa dal 22,7% del 1993 al 35,8% del 2025; per siti archeologici e monumenti dal 21,5% del 1997 al 32,3% del 2025.

Questa è la parte che cambia il tono del racconto. Il museo, per anni, è stato percepito come gita scolastica, dovere turistico, cartolina da ospite straniero, tappa da infilare tra una piazza e un ristorante. Ora comincia a somigliare di più a una possibilità quotidiana. Una mostra nella propria città. Un’area archeologica raggiunta in treno. Un borgo visitato fuori stagione. Un museo civico scoperto perché pioveva e poi consigliato a un’amica. La cultura funziona anche così, per deviazioni minime, per giornate salvate, per abitudini che sembrano piccole e invece spostano interi comportamenti.

Qui entra anche il tema del turismo sostenibile, quello serio, fatto meno di slogan e più di scelte pratiche. Visitare un museo vicino casa, tornare nei luoghi della propria regione, distribuire le presenze lungo l’anno, scegliere città minori, aree archeologiche meno affollate, collezioni locali, cammini culturali raggiungibili con mezzi pubblici: tutto questo alleggerisce la pressione sui soliti luoghi saturi e rimette valore dove spesso lo sguardo passa distratto. Il patrimonio italiano vive anche nelle sale piccole, nei musei di provincia, nei siti che aprono con orari fragili, nelle chiese restaurate, nei parchi archeologici che chiedono scarpe comode più che selfie.

La crescita dei musei italiani racconta pure una strana inversione rispetto ad altri consumi culturali. Mentre una parte della vita si è spostata sugli schermi, tra streaming, contenuti on demand e informazione digitale, i luoghi della cultura chiedono ancora presenza. Un quadro visto sul telefono resta un’immagine. Lo stesso quadro visto da vicino ha crepe, materia, dimensione, silenzio attorno. Una rovina fotografata dall’alto resta uno scenario. Attraversarla a piedi, con il sole sulle spalle e la polvere sulle scarpe, produce un’altra memoria.

Il dato dei quasi 61 milioni di visitatori pesa proprio per questo. Arriva in un tempo in cui tutto sembra diventare accessibile senza uscire di casa, e invece milioni di persone continuano a scegliere l’esperienza più antica: andare. Mettersi in fila. Entrare. Guardare con i propri occhi. Magari capire poco, magari leggere tutte le targhette, magari restare dieci minuti davanti a un dettaglio minuscolo e saltare la sala più famosa. Va bene anche così. I musei servono pure a questo, a lasciare che ognuno costruisca il proprio passo dentro una storia più grande.

La sfida, adesso, è evitare che questi numeri diventino solo contabilità del successo. Sessantuno milioni di visite possono portare cura, lavoro, restauri, economie locali, nuove aperture. Possono anche portare sovraffollamento, consumo frettoloso, città piegate al passaggio continuo. La differenza la faranno gestione, accessibilità, trasporti, manutenzione, personale, educazione culturale, capacità di raccontare il patrimonio senza trasformarlo in fondale usa e getta.

Intanto resta questa immagine: milioni di persone che tornano a camminare dentro musei, monumenti e aree archeologiche. Un terzo della popolazione che, in forme diverse, frequenta luoghi della cultura. Dopo anni in cui sembrava tutto destinato a passare da uno schermo, l’Italia rimette i piedi dove ha sempre avuto una parte decisiva della sua memoria: sul pavimento freddo di una sala, davanti a qualcosa che non ha fretta di piacere. E infatti resta lì. Siamo noi, finalmente, ad aver ripreso a muoverci.

Fonte: Istat

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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