Produrre energia dove serve, fornirla a chi gestisce servizi essenziali, compensarne le emissioni nello stesso territorio. Il modello di Enercom sfida la logica dei grandi impianti e punta sulla prossimità come leva infrastrutturale
L’impianto fotovoltaico di San Gervasio, nel bresciano, ha una potenza installata di 9,6 megawatt e una produzione annua stimata di 13,1 gigawattora. Non è un grande impianto, per gli standard del mercato delle rinnovabili italiano.
Eppure, secondo Manuel Piatti, amministratore delegato di Enercom Energia e direttore generale di Enercom, la sua entrata in esercizio ha “quasi saturato la disponibilità della rete di quel territorio” tanto che a fianco ne è sorto un secondo, da 3 MW, completando di fatto la capacità di connessione locale.
Questo dettaglio tecnico racconta qualcosa di più ampio: in Italia, il collo di bottiglia non è la disponibilità di sole o di vento, ma la capacità della rete di assorbire nuova produzione distribuita.
E la risposta che Enercom ha scelto di dare a questo vincolo strutturale è diventata il cuore della sua strategia industriale.
Un’utility lombarda con ambizioni precise al 2030
Il Gruppo Enercom ha sede a Crema, in provincia di Cremona, in un edificio che sorge sull’area dell’antica Officina del Gas fondata nel 1873.
Dalla vendita di gas naturale ai privati – attività avviata formalmente nel 2002, erede di una tradizione familiare del dopoguerra – il gruppo ha progressivamente allargato il perimetro operativo fino a coprire l’intera filiera energetica: produzione idroelettrica e fotovoltaica, distribuzione del gas, realizzazione di infrastrutture elettriche e illuminazione pubblica tramite la controllata Simet Impianti.
Oggi opera in Lombardia, Piemonte e Veneto, con oltre 40 punti vendita fisici e una base clienti che include sia privati sia grandi utenze industriali e pubbliche. Il piano di sviluppo delle rinnovabili fissa l’obiettivo di 100 megawatt di potenza installata entro il 2030.
I numeri di un ecosistema energetico di prossimità
Il portafoglio attuale di produzione comprende centrali idroelettriche ad acqua fluente in Val Seriana e Val Brembana, per circa 5 MW complessivi – impianti che, per la loro natura, non richiedono invasi e non alterano il paesaggio in modo significativo.
Sul fronte fotovoltaico: 5 MW già operativi in Piemonte, i 9,6 MW di San Gervasio nel bresciano, 10 MW in costruzione e altri 20 MW in fase di autorizzazione. Un impianto da 5 MW è stato realizzato anche in Sicilia, su un’area industriale dismessa, come esperimento fuori dai territori di presidio tradizionale del gruppo.
Il progetto più recente riguarda proprio il bresciano: Enercom si è aggiudicata la gara pubblica per la fornitura di energia elettrica ad Acque Bresciane – il gestore del servizio idrico integrato della provincia – per il biennio 2026-2027, con un impegno da 80 GWh annui destinati a coprire il fabbisogno delle sedi e degli impianti di acquedotto e depurazione.
L’energia prodotta a San Gervasio – circa il 16% del volume contrattuale – viene generata a pochi chilometri dagli stessi impianti riforniti.
A completare il quadro, nel bresciano il gruppo sostiene la gestione di 7,62 ettari del bambuseto di Rovato: nella sua estensione complessiva di 36 ettari, la struttura è stimata in grado di assorbire 37.000 tonnellate di CO2 in quindici anni, con una capacità fotosintetica totale del bosco proiettata a 175.000 tonnellate nello stesso arco temporale.
Il problema strutturale che nessun grande player risolve
La saturazione della rete locale di San Gervasio non è un caso isolato. È la proiezione su scala locale di un problema nazionale che Piatti descrive con precisione: gli impianti fotovoltaici concentrati in Puglia e Sicilia devono trasportare energia fino alle regioni settentrionali, dove la domanda è più alta, attraverso una rete di trasmissione che non è stata dimensionata per gestire questo flusso inverso – dal Sud al Nord – e che mostra segnali di cedimento già nelle giornate di caldo intenso.
La soluzione che Enercom propone non è normativa, ma infrastrutturale e localizzativa: costruire impianti di medie dimensioni nei territori dove l’energia viene consumata, collegati a reti locali rafforzate, con forniture dirette ai grandi consumatori di prossimità.
Il concetto che emerge dall’intervista – che potete ascoltare qui sotto – è quello di una filiera corta dell’energia, analoga per logica a quella agroalimentare: ridurre la distanza tra produzione e consumo per aumentare l’efficienza e ridurre le perdite di trasmissione.
Impianti medio-piccoli, suolo industriale, agrivoltaico
La scelta della dimensione degli impianti non è casuale. Mentre i grandi operatori nazionali sviluppano parchi da 100-150 MW – un singolo impianto quanto l’intero obiettivo decennale di Enercom – il gruppo cremasco punta deliberatamente su una soglia massima di 23 MW per impianto.
Una taglia che, secondo Piatti, riduce l’impatto visivo, facilita il dialogo con le amministrazioni locali e consente di selezionare con maggiore precisione le aree di installazione.
La preferenza va alle zone industriali dismesse: l’impianto siciliano ne è un esempio, così come il progetto da 23 MW in fase avanzata di sviluppo, adiacente a una grande realtà produttiva italiana ad alta intensità energetica – il cui nome non è stato reso noto – con cui Enercom intende siglare un contratto di fornitura diretta a lungo termine, un Power Purchase Agreement che bypassi la rete di trasmissione nazionale.
Dove il suolo ex industriale non è disponibile, la soluzione è l’agrivoltaico. L’impianto in costruzione a Casale Monferrato prevede la coesistenza di pannelli fotovoltaici, arnie per api e pascolo: un modello che punta a dimostrare la compatibilità tra produzione energetica e continuità dell’uso agricolo del suolo, in linea con le indicazioni del decreto agrivoltaico del Mase che definisce i criteri tecnici per la qualifica degli impianti a doppio uso.
La prossimità come argomento industriale, non solo valoriale
La retorica dell’utility locale rischia spesso di restare sul piano dell’identità aziendale – il “siamo diversi dai grandi” che non si traduce in vantaggio competitivo misurabile.
Nel caso di Enercom, la prossimità geografica ha invece prodotto un risultato concreto nella gara di Acque Bresciane: la disponibilità di produzione rinnovabile propria, generata a distanza minima dai siti di consumo, ha pesato nella valutazione dell’offerta accanto alla solidità operativa per gestire forniture da 80 GWh annui.
Il passo successivo, nei piani del gruppo, è strutturare questo modello attorno ai Power Purchase Agreement con clienti industriali che abbiano obiettivi di decarbonizzazione e un fabbisogno energetico sufficientemente grande da giustificare un impianto dedicato.
Il progetto da 23 MW ancora innominato ne è il prototipo: un impianto costruito non per vendere energia al mercato, ma per rifornire un singolo cliente con energia rinnovabile prodotta nel suo stesso territorio.
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Paolo Galli
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