Il 6 luglio e il confine che continuiamo a spostare. La Giornata mondiale delle zoonosi


Le zoonosi (le malattie infettive trasmissibili in natura dagli animali all’uomo, e talvolta in senso inverso) non sono un incidente della natura. Sono la natura che funziona esattamente come deve funzionare, in condizioni che noi stessi abbiamo cambiato. Ogni volta che un virus, un batterio o un prione compie il salto da una specie serbatoio a Homo sapiens, si tende a raccontarlo come un evento eccezionale, quasi una violazione di un ordine naturale altrimenti stabile. È una lettura sbagliata, e pericolosamente comoda; ci solleva dal compito di capire i meccanismi ecologici che rendono quel salto non solo possibile, ma statisticamente prevedibile.

La rabbia è forse il caso di scuola più istruttivo, perché la sua ecologia è nota da decenni e smentisce in anticipo molte delle semplificazioni che avremmo poi riproposto, identiche, per il SARS-CoV-2, ed è anche il caso in cui la confusione tra serbatoio e vettore di prossimità produce più fraintendimenti.

Il serbatoio, in senso stretto, resta selvatico: volpi, procioni, manguste, pipistrelli, a seconda del continente, mantengono il virus in circolazione indipendentemente da qualunque intervento sull’interfaccia domestica, e la dinamica del ciclo silvestre risponde a variabili proprie come densità dell’ospite selvatico, struttura sociale della specie, frammentazione dell’habitat. Ma il serbatoio non è ciò che decide quando e quanto la zoonosi raggiunge l’uomo.

A dettare il tempo dell’epidemia umana è quasi sempre un’altra densità, quella del cane domestico e più in generale della fauna sinantropica non gestita; è lì che si gioca l’interfaccia reale con la specie umana, ed è lì che il virus, una volta ricevuto dal serbatoio silvestre, trova la massa critica di ospiti a stretto contatto con le persone necessaria a sostenere la trasmissione. Non a caso oltre il novantacinque per cento dei casi umani di rabbia nel mondo origina dal morso di cani, non di animali selvatici; il ciclo silvestre alimenta il rischio, ma è il ciclo urbano e sinantropico a trasformarlo in epidemia.

È un’architettura a due piani che l’epidemiologia della rabbia ha isolato con chiarezza esemplare, e che rende conto anche della sua eterogeneità geografica, dove la densità canina non gestita è alta e la copertura vaccinale bassa, come in larga parte dell’Asia e dell’Africa subsahariana, la rabbia resta una causa di mortalità rilevante nonostante il serbatoio selvatico sia lo stesso che in Europa occidentale, dove il rischio umano è ormai marginale.

Non è un caso nemmeno che le campagne di vaccinazione orale delle volpi, applicate su scala europea a partire dagli anni Ottanta, abbiano funzionato sul ciclo silvestre senza però essere l’intervento decisivo per l’incidenza umana globale, che dipende molto più dalla vaccinazione dei cani e dal controllo della loro densità. È gestione adattativa applicata alla sanità pubblica su due variabili distinte, ed è la dimostrazione che il controllo di una zoonosi richiede di separare correttamente il compartimento che mantiene il patogeno da quello che ne detta il ritmo di trasmissione all’uomo, non di trattarli come un unico bersaglio indifferenziato.

Il COVID ha riproposto la stessa logica su una scala che l’opinione pubblica non era attrezzata a comprendere, perché mancava esattamente il vocabolario che la virologia della rabbia aveva già consolidato. Anche qui il problema non è stato un pipistrello, o un mercato, o una singola specie imputata come colpevole; è stato un insieme di pressioni convergenti su un’interfaccia uomo-fauna selvatica sempre più porosa. Deforestazione, commercio di animali selvatici, espansione agricola ai margini delle foreste tropicali, densità umana crescente in aree di elevata biodiversità; sono tutte variabili che aumentano la frequenza di contatto tra specie che in condizioni ecologiche stabili non si sarebbero mai incontrate. Lo spillover non è la causa, è la conseguenza. La causa è l’alterazione sistematica delle barriere ecologiche che per millenni hanno tenuto separati i cicli di trasmissione selvatici da quelli umani.

Qui si annida l’errore concettuale che l’infodemia da COVID ha reso endemico nel discorso pubblico italiano, la confusione tra biologia della conservazione, virologia e comunicazione del rischio, trattate come se fossero intercambiabili. Non lo sono. La biologia della conservazione fornisce il quadro esplicativo, quello che permette di capire perché un determinato paesaggio, frammentato, semplificato, ad alta pressione antropica, produce più spillover di un ecosistema integro. Il paradosso è che le politiche di tutela della biodiversità, spesso presentate come questione puramente etica o estetica, sono in realtà il principale strumento di prevenzione sanitaria di cui disponiamo, molto prima del vaccino.

Un ecosistema con una comunità di ospiti diversificata dilùisce il rischio di trasmissione, secondo il meccanismo noto come effetto diluizione; più specie competono per lo stesso patogeno, minore è la probabilità che quel patogeno raggiunga concentrazioni epidemiche in una singola specie serbatoio. Semplificare la biodiversità, al contrario, seleziona proprio le specie più resilienti alla pressione antropica, che sono sistematicamente anche le più competenti come serbatoi di patogeni.

Il meccanismo ha una base nella storia di vita delle specie, non è un’osservazione empirica isolata. Le specie che tollerano meglio la perturbazione antropica, quelle definite generaliste o sinantropiche, tendono a condividere un pacchetto di tratti coerente; riproduzione rapida, cicli vitali brevi, alta densità di popolazione, investimento immunitario contenuto a favore della velocità riproduttiva. Sono gli stessi tratti che, dal punto di vista di un patogeno, definiscono un ospite competente; un organismo che si infetta facilmente, sopravvive abbastanza da trasmettere, e la cui popolazione numerosa garantisce continuità alla catena di trasmissione.

Le specie specialiste, quelle più sensibili alla frammentazione dell’habitat e alla pressione antropica, seguono la traiettoria opposta; cicli vitali lunghi, bassa densità, spesso maggiore investimento immunitario, il che le rende più frequentemente ospiti a fondo cieco, cioè organismi in cui il patogeno non trova le condizioni per amplificarsi o trasmettersi ulteriormente. Quando un ecosistema si semplifica, a sparire per primi sono proprio gli specialisti, e la comunità che resta si arricchisce progressivamente della componente generalista, quella a maggiore competenza di serbatoio. La stessa perturbazione che riduce la biodiversità aumenta quindi, come sottoprodotto, la densità relativa degli ospiti più pericolosi dal punto di vista epidemiologico.

L’approccio One Health nasce per questo, non per moda accademica, perché la salute umana, animale e ambientale non sono tre compartimenti separabili, ma un unico sistema di feedback. Eppure in Italia questo approccio resta largamente confinato alla letteratura tecnica, mentre il dibattito pubblico continua a trattare le zoonosi come emergenze puntuali da gestire con strumenti reattivi; contenimento, tracciamento, vaccino; senza mai risalire alla condizione strutturale che le genera. È lo stesso vizio diagnostico che affligge la gestione faunistica italiana in generale; si interviene sul sintomo perché il sintomo è visibile e urgente, si ignora la causa perché la causa è strutturale e richiede tempi, competenze e volontà politica che il ciclo elettorale non concede.

C’è poi un’ultima dimensione, meno discussa ma non meno rilevante, quella epistemica. La pandemia ha mostrato quanto sia fragile il credito narrativo attribuito alla scienza quando non è sostenuto da un credito epistemico costruito con pazienza, prima dell’emergenza. Chi si occupa di zoonosi lo sa da tempo; la fiducia pubblica nella scienza non si conquista nel momento della crisi, si eredita da decenni di comunicazione onesta sulla complessità dei sistemi ecologici. Se quella comunicazione manca, l’emergenza si accompagna sempre a un’infodemia parallela, che tratta l’incertezza scientifica legittima come inaffidabilità e il rigore metodologico come reticenza.

Le zoonosi non finiranno perché troveremo il vaccino giusto. Finiranno, o si ridurranno a un rischio gestibile, quando smetteremo di trattare gli ecosistemi come uno sfondo neutro delle nostre attività economiche e cominceremo a trattarli per quello che sono, l’infrastruttura sanitaria più antica ed efficiente che possediamo. Continuiamo a chiamarla natura. Dovremmo cominciare a chiamarla prevenzione.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
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