così (non) si fa carriera in Italia. Ilaria Capua chiude la 9ª “Pieve Incontra”


Si è chiusa ieri sera, con la virologa Ilaria Capua, la nona edizione di Pieve Incontra, la rassegna culturale voluta e sostenuta dalla Città di Pieve di Soligo che quest’anno ha portato in paese anche Pegah Moschir Pour, Daria Bignardi e Anna Foa. «Siamo felici di chiudere la stagione con un’ospite del calibro di Ilaria Capua», ha commentato l’assessore alla Cultura Eleonora Sech, definendo la scienziata «una ricercatrice nota in tutto il mondo per i suoi studi sui virus influenzali, e in particolare sull’influenza aviaria», nonché «un volto che durante la pandemia del Covid è diventato familiare e che ha contribuito a guidarci e rassicurarci».

A condurre la serata è stata, come sempre, Adriana Rasera, moderatrice e ideatrice della rassegna, che ha ricordato come Capua sia stata «la nostra bussola» negli anni della pandemia, introducendo poi il filo conduttore dell’incontro: l’ultimo libro della virologa, “Non mollate, definito da Rasera «un manuale di resistenza civile contro disuguaglianze, stereotipi e abusi di potere», scritto per chi – nel mondo della ricerca ma non solo – deve fare i conti con «il soffitto di cristallo, le molestie, il sessismo quotidiano, il nepotismo, la precarietà, il giudizio sulla maternità e sul corpo delle donne».

Prima di entrare nel vivo del libro, Rasera ha chiesto a Capua quali siano oggi le emergenze sanitarie più urgenti a livello mondiale. «Io veramente non volevo parlare di virus stasera», ha scherzato la virologa, «però alla fine mi ci tirano sempre l’orecchio». Capua ha spiegato che finché esisteranno animali e Homo sapiens sulla Terra continueranno ad affacciarsi nuovi virus: il secolo scorso, ha ricordato, ne ha già viste tre di pandemie influenzali – la spagnola, l’asiatica del 1957 e quella di Hong Kong – meno devastanti del Covid solo perché, all’epoca, «il mondo era un altro mondo».

Quanto all’Hantavirus che negli ultimi mesi ha riempito le cronache, la scienziata si è detta sorpresa dal clamore mediatico attorno a un patogeno che, a suo dire, «non ha proprio il motore per trasmettersi da uomo a uomo». Ben più seria, secondo Capua, la situazione di alcuni focolai di Ebola in Africa: un’emergenza che oggi l’Occidente fatica ad affrontare con la stessa compattezza mostrata nel 2014-2015, quando un’epidemia da 30 mila casi e 11 mila morti fu arginata grazie all’intervento coordinato di forze europee e americane. Oggi, ha osservato con una punta di amarezza, «il nostro alleato storico nella scienza e nella democrazia si è voltato dall’altra parte», lasciando l’Europa più sola davanti alle prossime crisi sanitarie. Da qui l’orgoglio, rivendicato senza mezzi termini, di appartenere a un continente che considera ancora la salute pubblica «uno dei valori fondanti dell’Unione Europea».

Sull’intelligenza artificiale, la virologa ha usato l’immagine dello «ying e yang»: una tecnologia capace di grandi benefici, ha detto, ma anche di «potenziare il bioterrorismo», e per questo da «gestire e promuovere» nelle sue applicazioni migliori e da «limitare» in quelle più pericolose, richiamando anche l’attenzione che il Papa ha dedicato al tema nella sua ultima enciclica.

L’argomento principe della serata, però, è stato il libro. Capua ha raccontato di averlo scritto nell’anno dei suoi sessant’anni – un «giro di boa», lo ha definito – dopo essere tornata in Italia quasi in anticipo su questo traguardo, spinta dal desiderio di «restituire al mio Paese, alle donne del mio Paese, una conoscenza che ci si può permettere solo a sessant’anni: prima non ti crede nessuno». Non mollate raccoglie 6 storie vere, ha spiegato, «decontestualizzate, romanzate», ma fedeli nella sostanza a quanto accade davvero nel mondo della ricerca.

Numeri, secondo Capua, raccontano un’emorragia lenta: le ricercatrici in Italia partono in numero pari agli uomini, ma le professoresse ordinarie restano ferme al 27%, e nelle discipline scientifiche il dato scende ancora. Un confronto che ha sorpreso la stessa virologa riguarda il Giappone, dove le donne in posizioni apicali nell’accademia non superano il 18%, nonostante una premier donna che Capua descrive come «una conservatrice vera e dura», favorevole a norme come quella che spinge le donne a prendere il cognome del marito – consuetudine che, ha osservato parlando da scienziata, per una ricercatrice significa perdere la continuità del proprio nome nelle pubblicazioni e quindi, di fatto, vedersi dimezzata la carriera agli occhi del mondo accademico.

«Non è giusto» ha ribadito Capua, «perché il talento è distribuito in maniera uniforme fra i generi»: nessuna ragione giustifica il fatto che una ragazza talentuosa debba avere meno opportunità, guadagnare meno o coltivare aspettative di carriera inferiori a quelle di un fratello. Le storie del libro raccontano episodi di prevaricazione che vanno dal giudizio costante sulla maternità – mai il numero di figli è quello giusto, mai il momento è quello giusto – fino a episodi più gravi, come quello, citato dalla stessa Capua, di un presidente di commissione di concorso che avrebbe lasciato intendere che a contare, più del merito, fossero «gentilezze femminili o voto al mio partito». Episodi che le ragazze raramente raccontano ai padri, ha osservato la scienziata, «per vergogna», e più spesso, se li raccontano, alle madri.

Da qui nasce il concetto di «resistosfera»: un insieme di virtù – perseveranza, pazienza, tolleranza, coraggio, intraprendenza – da richiamare, spesso più d’una alla volta, di fronte alle difficoltà. Un vademecum a cui Capua aggiunge, con un sorriso solo a metà, un’ultima voce: avere sempre «una crostata a portata di mano», da condividere con chi si vuole bene o, se serve, da «lanciare con tutto lo stampo, possibilmente di ceramica, in faccia a qualcuno che ti tratta con poco rispetto».

L’immagine non è casuale: il libro si apre e si chiude proprio con una crostata, protagonista di un aneddoto che Capua ha raccontato con ironia amara. Durante una cerimonia in un ateneo italiano in cui le era stato conferito un riconoscimento, dopo aver parlato di empowerment femminile e del proprio impegno per gruppi di ricerca composti almeno per metà da donne, la virologa chiese al rettore come procedesse, nel suo ateneo, il percorso verso la parità di genere. Alla prima risposta rassicurante – «siamo messi benissimo, 50 e 50» – Capua replicò chiedendo di vedere i numeri: fu allora che il rettore, «con una faccia di bronzo», le spiegò che in quell’ateneo le aspiranti professoresse dovevano «portare la crostata» al rettore stesso, e che la crostata doveva anche piacergli.

Il racconto si è allargato anche al ruolo, in Italia quasi assente, dei tutor universitari — figure che nei Paesi nordici accompagnano gli studenti già dal primo triennio — e a quello dei mentor, che Capua pratica in prima persona con decine di «affigliolati»: ex studenti di dottorato, ma anche giovani che le scrivono senza conoscerla personalmente, ai quali dedica un’ora del proprio tempo, spesso a distanza, con incontri che si ripetono nei mesi. Da qui l’affondo sulla fuga dei cervelli italiani, aggravata, secondo Capua, dal fatto che l’Italia non riesce ad attirare talenti stranieri con la stessa forza con cui lascia partire i propri: un problema per cui la virologa invoca «un programma ventennale» dedicato al rientro e all’acquisizione di ricercatori.

Non sono mancati i momenti più leggeri, come quando Capua ha raccontato di essere stata scambiata, da un collega virologo conosciuto di persona pochi mesi fa, per «la collega virologa dei polli» — battuta a cui, ha ammesso, non seppe reagire sul momento, salvo consolarsi più tardi: «Alla fine io c’ho un H-index che è il doppio del suo».

Interrogata sul senso del titolo del libro, Capua ha ripercorso una carriera fatta, l’ha definita lei stessa, «di alti e bassi, come le montagne russe» — e anche di una ventina di traslochi, ricordati scherzosamente come la causa della sua ernia. C’è stata la scelta di studiare veterinaria, l’unica facoltà scientifica che ai tempi non esisteva a Roma e che le permise di allontanarsi da casa; le dimissioni, rare per una parlamentare italiana, da un’esperienza in Parlamento vissuta «come missione» e mai retribuita; il trasferimento negli Stati Uniti. Mollare, ha spiegato, non è mai stata un’opzione, nemmeno nei momenti più duri.

Il ricordo professionale più emozionante, ha raccontato in chiusura, riguarda una lettera ritrovata di recente dalla madre, 89 anni: un testo che una Capua ventiquattrenne scrisse ai genitori dopo aver pubblicato da sola, nei primi anni Novanta, il suo primo lavoro su una rivista internazionale, per ringraziarli di averle permesso di scegliere liberamente la propria strada. «Quello», ha detto, «è stato un momento pieno di luce, che mi ha dato l’energia per combattere tutte le battaglie che ho combattuto dopo».

La serata si è chiusa lasciando spazio alle domande del pubblico, a suggello di un’edizione di Pieve Incontra che, in attesa del decennale, si è confermata, se mai ce ne fosse stato bisogno, una kermesse di assoluto valore culturale.

(Autore: Francesco Bruni)
(Foto e video: Francesco Bruni)
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