C’è una data che dovremmo scrivere in rosso sul calendario ambientale italiano, ed è oggi: il 10 luglio, cinquant’anni esatti dal giorno in cui una nube di diossina si alzò sopra Meda e cambiò per sempre il modo in cui l’Europa guarda al rischio industriale. Eppure, a dispetto dell’importanza di questo anniversario, rischiamo di ricordarlo come un fatto di cronaca lontano, sbiadito, invece che come quello che è davvero stato: il più grave disastro ambientale italiano causato dall’uomo oltre che l’inizio di una battaglia che oggi, in piena crisi climatica, dovremmo smettere di negare e iniziare a combattere per davvero.
E se c’è una persona che meriterebbe di tornare al centro di questa memoria, è Laura Conti.
Chi era Laura Conti, e perché dovremmo conoscerla tutti
Nata a Udine nel 1921, milanese d’adozione, partigiana antifascista arrestata e deportata nel 1944, medico del lavoro, scienziata, scrittrice, politica: Laura Conti è stata una di quelle figure che la storia fatica a incasellare in una sola etichetta, e forse è proprio per questo che rischia di finire ai margini dei libri di scuola.
Lavorando all’INAIL nel dopoguerra vide con i propri occhi cosa la fabbrica poteva fare al corpo di chi ci lavorava dentro. Da lì iniziò un percorso che negli anni ’70 la portò a denunciare l’abuso di pesticidi, l’inquinamento delle acque, i rischi del nucleare — opponendosi apertamente al Piano Energetico Nazionale del 1975, quando farlo non era affatto scontato, né popolare.
Il suo contributo più prezioso, forse, è aver demolito, prima di chiunque altro, un’idea che ancora oggi sentiamo ripetere: che lavoro e salute, economia e ambiente, siano per forza su fronti opposti. Per Conti no: proteggere la natura era proteggere le persone.
La nube su Seveso e il silenzio che durò troppo a lungo
Quando la nube tossica investì la Brianza, la fabbrica Icmesa — controllata dalla svizzera Givaudan — fece quello che tante aziende fanno ancora oggi davanti a un disastro: minimizzò. Per più di una settimana la popolazione non seppe cosa stesse davvero respirando, cosa stesse mangiando, cosa stesse succedendo ai propri figli.
In quel silenzio istituzionale, Laura Conti, allora consigliera regionale in Lombardia, non stette a guardare. Scese in campo con la popolazione, raccolse testimonianze, scrisse due libri che restano ancora oggi testi fondamentali per capire cosa sia stato Seveso: Visto da Seveso e Una lepre con la faccia da bambina. Fu in gran parte grazie alla sua ostinazione, e alla pressione internazionale che ne seguì, che l’Unione Europea varò la Direttiva Seveso, la normativa che tuttora regola la prevenzione dei grandi rischi industriali nel continente.
Un disastro che cambiò anche i diritti delle donne
C’è un pezzo di questa storia che spesso si racconta poco, ed è quello legato ai diritti delle donne e alla loro possibilità di scegliere. L’esposizione alla diossina scatenò il terrore di malformazioni fetali, in un Paese dove abortire era ancora un reato punito con il carcere. Laura Conti affrontò la questione senza sconti ideologici da nessuna delle due parti: con rigore scientifico, certo, ma anche con una compassione che le permise di difendere quelle donne dalla strumentalizzazione politica del momento. Il suo lavoro accelerò concretamente il dibattito che, nel 1978, avrebbe portato alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza.
Cosa resta oggi: tra il Bosco delle Querce e la Pedemontana
Cosa resta di Seveso a cinquant’anni di distanza? Da un lato c’è il Bosco delle Querce, un parco naturale sorto sopra le vasche di contenimento dove furono sepolti i terreni contaminati e le macerie delle case demolite: un simbolo di resilienza e di come la natura possa ricucire le ferite antropiche.
Dall’altro lato, le contraddizioni rimangono aperte. Le discussioni legate al tracciato dell’autostrada Pedemontana, che attraversa proprio le aree un tempo contaminate dall’incidente Icmesa. Nonostante la società che gestisce l’opera si presenti come un cantiere sostenibile che ha completato le bonifiche necessarie, resta lecito chiedersi se sia davvero il caso di far correre un’autostrada proprio sopra la ferita più simbolica dell’ambientalismo italiano, sul coperchio del vaso di Pandora.
Le parole di Laura Conti che oggi suonano quasi profetiche
Nel 1980 Laura Conti fu tra le fondatrici della Lega per l’Ambiente, oggi Legambiente. I suoi saggi, come Cos’è l’ecologia e Questo pianeta (ripubblicati negli ultimi anni da Fandango Libri), contengono intuizioni formidabili che sembrano scritte oggi, non quarant’anni fa:
È pericolosa ogni attività umana che, invece di promuovere un ciclo, si muova continuamente in una direzione: che sia in direzione della distruzione di risorse, che sia in direzione dell’accumulo di rifiuti
È, in altre parole, racchiuso in due righe, l’idea di economia circolare prima che questa espressione esistesse.
Aveva già individuato, decenni fa, quelli che considerava i cinque nodi centrali del nostro tempo: l’inquinamento industriale, il degrado dei suoli, la perdita della biodiversità, l’effetto serra e la crescita incontrollata del fabbisogno energetico. Vi suona familiare? Dovrebbe: è, praticamente parola per parola, l’agenda di ogni movimento per il clima oggi.
Perché questa storia riguarda anche noi, adesso
A cinquant’anni da Seveso, il pensiero di Laura Conti non è un pezzo da museo: è un testimone che qualcuno deve raccogliere. I giovani che scendono in piazza per il clima, spesso liquidati con sufficienza da chi preferirebbe non guardare in faccia il problema, stanno chiedendo esattamente quello che Conti chiedeva già negli anni ’70: trasparenza, prevenzione, rispetto per la salute delle persone prima che per i bilanci.
Non dimenticare Seveso, oggi, significa una cosa molto concreta: continuare a fare quello che lei ha fatto per prima, cioè non accontentarsi del silenzio istituzionale e pretendere che l’ecologia resti scienza, prima ancora che slogan.
Se vuoi approfondire la storia di Laura Conti puoi leggere Prime. Dieci scienziate per l’ambiente
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Simona Falasca
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