un’accoppiata che può rivelarsi un paradosso per la salute


L’olio extra vergine di oliva è universalmente riconosciuto come un pilastro della dieta mediterranea e un alleato della salute, grazie ai suoi effetti protettivi contro malattie cardiovascolari e tumori. Ma un’affascinante ricerca dell’Università di Modena e Reggio Emilia ha scoperto un comportamento a dir poco paradossale: l’olio d’oliva, durante la digestione insieme alla carne, può comportarsi sia da angelo custode che da piccolo diavolo, a seconda della quantità che utilizziamo.

Immaginate i polifenoli dell’olio come degli attori che interpretano un doppio ruolo. A basse concentrazioni, sono degli straordinari supereroi: neutralizzano i radicali liberi e proteggono i grassi della carne dall’ossidazione. Ma quando la dose di olio aumenta, qualcosa si rompe nel copione e questi stessi composti iniziano a comportarsi come dei provocatori, intensificando i processi di perossidazione che avevamo cercato di evitare.

Quando il “troppo” diventa controproducente: l’effetto pro-ossidante

Lo studio, pubblicato sulla rivista Food Research International, ha analizzato cosa accade durante la digestione in vitro di carne di tacchino arrosto con diverse quantità di olio extra vergine. I ricercatori hanno misurato due indicatori di danno: gli idroperossidi lipidici (prodotti primari dell’ossidazione) e le sostanze reattive all’acido tiobarbiturico, che indicano la formazione di composti più stabili e dannosi.

Aggiungendo una modesta quantità di olio (il 2,5% rispetto al peso della carne), l’effetto è stato chiaramente benefico: la formazione di idroperossidi è stata inibita fino al 93,5% durante la digestione intestinale. L’effetto era dovuto principalmente alla frazione fenolica dell’olio, capace di agire come una spugna nei confronti dei radicali liberi.

Tuttavia, aumentando la dose di olio al 5% o al 10%, si è verificata un’inversione di tendenza: la produzione di idroperossidi è aumentata vertiginosamente, in modo dipendente dalla concentrazione di olio. Come è possibile? I ricercatori hanno scoperto che i polifenoli dell’extra vergine (in particolare l’oleuropeina aglicone, ricca di idrossitirosolo) a dosi elevate possono ridurre il ferro da 3+ a 2+, alimentando così le reazioni di Fenton e la produzione di radicali altamente reattivi. Un meccanismo che, a basse dosi, è utile per “ricaricare” i polifenoli, ma che ad alte dosi può trasformarsi in un amplificatore di stress ossidativo, specialmente in presenza del ferro rilasciato dalla carne durante la digestione.

A complicare il quadro, i ricercatori hanno notato che l’effetto negativo si manifestava principalmente sulla formazione di idroperossidi, mentre non si osservava un aumento corrispondente dei prodotti finali dell’ossidazione (TBA-RS). Questo suggerisce che, nonostante l’effetto pro-ossidante iniziale, i polifenoli potrebbero comunque essere in grado di bloccare la decomposizione degli idroperossidi in composti aldeidici potenzialmente più tossici, agendo come uno scudo anche in questo frangente.

Come comportarsi a tavola? Consigli per un consumo consapevole

Alla luce di questi risultati, come possiamo orientarci? La scienza ci invita a un consumo più intelligente e consapevole dell’olio extra vergine, considerando non solo il tipo di olio che scegliamo, ma anche il contesto in cui lo utilizziamo. Ecco alcune regole pratiche:

In conclusione, l’olio extra vergine di oliva rimane un alimento prezioso e fondamentale per la nostra salute, ma la scienza ci invita a usarlo con sapienza. La dose, il contesto e la qualità dell’olio fanno la differenza. Non si tratta di demonizzare un alimento, ma di imparare a conoscerlo meglio per sfruttare al massimo i suoi benefici, evitando le possibili controindicazioni.


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