Un impianto di desalinizzazione ha due grandi tubi. Il primo aspira acqua dal mare. Il secondo restituisce ciò che resta dopo aver separato la parte utilizzabile: acqua molto più salata, residui chimici, calore e tutto quello che le membrane hanno trattenuto. L’acqua dolce finisce negli acquedotti. Il resto torna in mare.
È la parte della desalinizzazione che compare poco quando questa tecnologia viene presentata come risposta alla siccità. Il mare sembra una riserva immensa da cui attingere nei momenti peggiori, soprattutto sulle isole e lungo le coste già alle prese con invasi vuoti e falde sotto pressione. Trasformare quell’acqua ha però un costo ambientale che rimane quasi tutto sotto la superficie.
L’altro prodotto dei dissalatori
La maggior parte degli impianti moderni utilizza l’osmosi inversa. L’acqua marina viene spinta ad alta pressione attraverso membrane capaci di trattenere sali e impurità. Da una parte esce acqua destinata a essere resa potabile. Dall’altra resta la salamoia, un liquido più denso e salato rispetto all’acqua prelevata. Per ogni metro cubo di acqua dolce può essere generata una quantità simile di concentrato salino. Nelle strutture più grandi parliamo di milioni di metri cubi scaricati ogni giorno.
Uno studio globale pubblicato nel 2019 aveva stimato una produzione quotidiana di circa 95 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata e 142 milioni di metri cubi di salamoia. Il 50% in più rispetto alle valutazioni precedenti. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar producevano da soli il 55% di questi scarichi.
Essendo più pesante, la salamoia scende e si allarga sul fondale. In mare aperto, con correnti forti e acque profonde, può disperdersi rapidamente. Dentro una baia, in un lagone o sopra una piattaforma costiera bassa tende ad accumularsi proprio dove vivono coralli, molluschi, spugne, alghe e piante marine. La Commissione europea segnala che il rischio cresce nei bacini chiusi o semichiusi come il Mediterraneo, dove gli scarichi possono modificare la salinità attorno alle condotte e alterare gli ecosistemi.
Il sale viene dal mare, la concentrazione cambia tutto
Il sale è naturale. Anche l’acqua bollente è naturale, eppure nessuno la verserebbe in un acquario aspettandosi che i pesci apprezzino la coerenza dell’argomento.
Ogni organismo marino vive entro un intervallo di salinità preciso. Quando quell’equilibrio cambia, le specie più sensibili rallentano la crescita, faticano a riprodursi o scompaiono. Restano quelle capaci di sopportare condizioni estreme e il fondale perde progressivamente varietà.
Tra gli ecosistemi più esposti ci sono le praterie di Posidonia oceanica. Producono ossigeno, offrono riparo a centinaia di specie, trattengono i sedimenti e riducono l’erosione delle coste. Crescono molto lentamente e sopportano male anche variazioni contenute della salinità. Uno studio pubblicato nel 2023 ha osservato nella Posidonia specifiche risposte da stress provocate dalla salamoia. Gli effetti dipendono anche dalle altre sostanze presenti nello scarico.
Una revisione scientifica del 2024 ha raccolto gli impatti rilevati su batteri, piante marine, coralli e animali che vivono nei sedimenti: alterazioni delle attività biologiche, deformazioni e cambiamenti nella composizione delle comunità bentoniche. Nel Golfo Persico la pressione è già enorme. Alcuni degli impianti più grandi del pianeta scaricano in un mare caldo, poco profondo e quasi chiuso, dove la salinità naturale è elevata. Ogni nuovo rilascio riduce ulteriormente il margine a disposizione delle specie marine.
Nello scarico finiscono anche i prodotti chimici
Dentro l’acqua aspirata dagli impianti ci sono batteri, plancton, uova e larve. Le condotte vengono inoltre colonizzate da alghe, spugne e molluschi. Per tenere liberi tubi, filtri e membrane vengono utilizzati biocidi, cloro, antincrostanti, coagulanti, correttori del pH e detergenti.
La salamoia può quindi contenere residui dei trattamenti e tracce metalliche liberate dalla corrosione delle strutture. Il danno può iniziare già durante il prelievo: gli organismi più grandi restano schiacciati contro le griglie, mentre plancton, larve e uova vengono trascinati nei sistemi di filtrazione.
Sono forme di vita minuscole e indispensabili alla catena alimentare. Ridurle significa togliere risorse ai pesci e agli animali che se ne nutrono, soprattutto quando le prese a mare vengono collocate vicino alle aree di riproduzione.
Mayotte mostra quanto conta il luogo scelto
Mayotte, dipartimento francese nell’Oceano Indiano, è circondata da una grande laguna corallina. La barriera protegge mangrovie, praterie marine e coralli, rallentando allo stesso tempo il ricambio dell’acqua.
Il piccolo impianto di Petite-Terre produce circa 3 mila metri cubi al giorno e scarica all’esterno del lagone, dove le correnti sono più forti. Le immersioni di controllo hanno comunque documentato una zona quasi desertificata di circa 10-20 metri quadrati attorno alla condotta.
Per la nuova struttura di Ironi Bé si è discusso invece di uno scarico all’interno del lagone, in acque basse e poco mobili. Il sito si trova vicino a una mangrovia, su un fondale fangoso. L’acqua ricca di sedimenti sporca più velocemente le membrane, aumenta i lavaggi e richiede più prodotti chimici.
Una delle alternative studiate prevede un impianto a cinque o sei chilometri dalla costa, oltre la barriera corallina, dove le correnti oceaniche potrebbero disperdere meglio lo scarico. Le condotte necessarie costerebbero circa dieci milioni di euro. Il fondale ha già presentato il suo preventivo, solo che continua a essere quello più facile da ignorare.
Anche l’Italia punta di nuovo sui dissalatori
Le crisi idriche hanno riportato la desalinizzazione nei programmi italiani. In Sicilia sono stati riattivati o progettati impianti a Porto Empedocle, Trapani e Gela. Altre strutture sono previste nelle isole minori, ancora dipendenti dalle navi cisterna.
Alle Eolie, Marevivo ha chiesto studi indipendenti, dati pubblici e monitoraggi continui. Per il dissalatore di Lipari le prescrizioni regionali impongono di controllare le acque usate per il lavaggio delle membrane e di fermare l’attività quando la salinità supera i limiti autorizzati. Il progetto dovrà inoltre evitare scavi capaci di danneggiare la Posidonia.
La desalinizzazione può essere indispensabile sulle isole e nei territori privi di alternative. Richiede però energia, infrastrutture costose e controlli costruiti sulle caratteristiche di ogni tratto di costa. Usare fonti rinnovabili riduce le emissioni. La salamoia resta. Il primo tubo ci serve sempre di più. Del secondo conviene cominciare a parlare, prima di trovarci un fondale vuoto e chiamarlo soluzione.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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