Non sono ore semplici, per il Campo Largo. A sinistra si pesano con attenzione equilibri e temi, a partire dalla questione della controllo della coalizione, resa sempre più urgente dallo Stabilicum, la nuova legge elettorale che impone di indicare il nome del candidato premier prima del voto.
Una discussione non di secondaria importanza per una coalizione ancora a caccia di equilibri e linee comuni. Secondo alcune ricostruzioni, Dario Franceschini e Giuseppe Conte si sarebbero trattenuti a parlare per quasi un’ora nei giorni scorsi: ufficialmente un incontro informale, nei fatti – secondo chi lo racconta – il segnale più chiaro finora di una partita che si gioca sopra la testa della segretaria del Pd, Elly Schlein, centrata su primarie di coalizione, allargamento a Matteo Renzi, alleanze e controllo del centrosinistra discusso a due, senza che la diretta interessata fosse stata avvertita.
Un episodio che dice molto su come stia il cosiddetto Campo Largo, la coalizione che dovrebbe riunire Pd, M5s, Avs e gli altri partiti e partitini di centrosinistra come Italia Viva, tutti uniti solo nel fatto di essere “contro” Giorgia Meloni e la destra, ma che ancora faticano a mettersi d’accordo persino su chi debba guidarlo, il Campo Largo.
Tutto è riconducibile proprio alla scelta del candidato alla presidenza del Consiglio. La Schlein e Conte si considerano entrambi legittimati, e nessuno dei due ha finora accettato di farsi da parte. Per fare un passo avanti la soluzione più discussa è quella delle primarie, richieste con insistenza dal segretario grillino, al punto che tra i 5 Stelle circola il refrain «le vuole fare a tutti i costi». Anche voci storiche dell’area riformista, come l’ex tesoriere del Pd Luigi Zanda, si sono schierate per questa via, con una postilla: che si tratti di «primarie vere, non influenzabili dall’esterno», a intendere che il voto non deve essere condizionato da apparati o accordi già scritti. Evidentemente, un pericolo che sussiste.
Per uno dei fondatori, a suo tempo, dell’Ulivo, Arturo Parisi, le primarie servirebbero poi non solo a scegliere un nome ma anche a chiarire finalmente la base comune di politica estera della coalizione di sinistra, uno dei nodi che finora è stato sistematicamente rinviato.
Ma proprio perché una sfida diretta tra Pd e M5s viene percepita da molti come rischiosa – potrebbe intaccare la tenuta della coalizione qualunque sia il risultato – una parte del Campo Largo lavora in parallelo a un’ipotesi alternativa: affidarne la guida, almeno fino al voto, a una figura terza, una sorta di garante-traghettatore che eviti scontro fra Conte e la Schlein. I nomi circolati sono quelli dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli e del sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Anche questa strada, però, ha ostacoli evidenti: la Schlein non intende farsi da parte, appunto, e diversi dirigenti dem restano scettici su una soluzione calata dall’alto piuttosto che scelta dal basso.
Sullo sfondo, il problema più tecnico ma non meno rilevante introdotto sempre dallo Stabilicum: quello del premio di maggioranza per le coalizioni, che rende ancora più importante, per il centrosinistra, presentarsi unito e non disperso in liste concorrenti.
Dietro la contesa sui nomi, c’è anche una distanza di merito che la coalizione non ha ancora affrontato apertamente. Conte ha più volte derubricato la minaccia della Russia a costruzione mediatica utile a giustificare il riarmo occidentale, e il M5s ha votato lo scorso 30 aprile contro una risoluzione del Parlamento Europeo che condannava gli attacchi russi contro civili e infrastrutture ucraine, la stessa direzione di voto di Roberto Vannacci. Posizioni che, secondo osservatori anche interni al centrosinistra, non trovano una vera replica pubblica da parte di Elly Schlein: la segretaria del Pd non condividerebbe fino in fondo quelle posizioni ma finora avrebbe scelto di non entrare in rotta di collisione con l’alleato, un atteggiamento che alcuni esponenti riformisti leggono come un rinvio del problema, non una sua soluzione. Anche su questo fronte, dunque, la richiesta che arriva da più parti del Pd è la stessa che si sente nei confronti della direzione del partito: prendere una decisione. E con largo anticipo rispetto al voto.
Altro tema caldo e di strettissima attualità è quello dell’ordine pubblico. La condanna a 14 anni del gioielliere Mario Roggero, che aveva reagito a una rapina uccidendo due assalitori, e la morte a Bologna di Abderrahim Fakir, un uomo di 42 anni deceduto durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro – seguita da una manifestazione convocata dal sindaco e degenerata in scontri con oltre sessanta agenti feriti – sono episodi di natura molto diversa, ma hanno in comune l’effetto di riaprire, dentro il centrosinistra, una domanda mai davvero risolta: come parlare di sicurezza senza arretrare sui diritti e senza lasciare il tema in mano al governo. Più che un dilemma, a sinistra, questo ormai è un cortocircuito: ognuno dice la sua in ordine sparso.
Nel Pd convivono posizioni diverse. Il presidente della regione Emilia-Romagna Michele de Pascale ha invitato il partito a non lasciare la questione alla destra, chiedendo «una risposta da sinistra». Posizioni simili sono arrivate da altri esponenti dem di lungo corso, che chiedono al partito di occuparsi di sicurezza con proposte proprie invece di limitarsi a criticare quelle del governo. La Schlein, dal canto suo, ha scelto un registro più cauto: interpellata in televisione subito dopo gli scontri, ha preferito non pronunciarsi a caldo sulle responsabilità: «non è compito della politica precipitarsi a commentare quello che accade» ha detto, spostando l’attenzione sulla carenza di organico delle forze dell’ordine, di cui denuncia una carenza di circa 22mila agenti tra polizia e carabinieri.
Proprio questa “cautela” della segretaria, secondo alcuni osservatori, avrebbe lasciato un vuoto: c’è chi nel Pd avrebbe preferito una condanna più netta ed esplicita delle violenze. La Schlein ha comunque evitato per ora di intervenire direttamente sul caso del sindaco di Bologna Matteo Lepore, sotto pressione del centrodestra – che ne chiede le dimissioni per aver convocato la manifestazione degenerata in scontri – e che si difende parlando di «due piazze»: una pacifica e una violenta, distinte tra loro.
Temi che si intrecciano in queste settimane e che hanno tutti lo stesso minimo comune denominatore: scelte da fare, che il Campo Largo – nella confusione e nelle contraddizioni interne – sembra essere in grado solo di rinviare. Forse nella speranza che il tempo o gli eventi le risolvano da soli. Un evento altamente improbabile.
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Guglielmo Macavò
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