Inquinamento in calo: l’Italia taglia le emissioni del 30% rispetto al 1990. I motivi del successo



La linea raggiunge il punto più alto nel 2005 e da lì comincia a scendere. Nel 2024 l’Italia ha prodotto quasi il 30% di emissioni di gas serra in meno rispetto al 1990. Un risultato costruito in vent’anni attraverso la crescita delle rinnovabili, una maggiore efficienza energetica e la trasformazione di industrie, abitazioni e produzione elettrica. Lo racconta l’Istat nel rapporto L’ambiente e l’energia per ricostruire un secolo di cambiamenti del Paese.

Il dato riguarda le emissioni che alimentano il cambiamento climatico, espresse in anidride carbonica equivalente, e non comprende indistintamente ogni forma di inquinamento atmosferico. La direzione, però, è chiara: dopo decenni di crescita, l’Italia ha cominciato a consumare meno energia e a produrla con fonti progressivamente più pulite.

Le rinnovabili sono triplicate in meno di vent’anni

Uno dei cambiamenti più visibili riguarda il peso delle energie rinnovabili. Tra il 2005 e il 2024 la loro quota sul consumo interno lordo di energia è passata dal 7 al 21%. In meno di vent’anni è quindi triplicata, mentre petrolio e carbone hanno perso terreno.

La trasformazione appare ancora più evidente nella produzione di elettricità. Nel 1973 il petrolio garantiva circa due terzi dell’energia elettrica italiana. Negli anni successivi è cresciuto il gas naturale, arrivato a rappresentare il 55% del totale nel 2007. Nel 2024 le fonti rinnovabili hanno coperto quasi la metà della produzione elettrica, grazie soprattutto a idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermia e biomasse. L’obiettivo indicato per il 2030 è avvicinarsi ai due terzi.

Il gas mantiene ancora un ruolo importante e una parte del fabbisogno viene soddisfatta attraverso le importazioni di elettricità. Il sistema, però, assomiglia sempre meno a quello costruito attorno a petrolio e carbone. La vecchia centrale termoelettrica non è sparita dal paesaggio; sul grafico, almeno, ha molto meno spazio per allargarsi.

Industrie e abitazioni emettono molto meno

La riduzione arriva anche dalle attività produttive. Tra il 1990 e il 2024 il peso dell’industria sulle emissioni italiane è diminuito sensibilmente. L’Istat attribuisce questa discesa all’effetto combinato degli investimenti nell’efficienza energetica e del ridimensionamento di alcune lavorazioni industriali.

Macchinari più efficienti, processi produttivi meno energivori e fonti differenti permettono di ottenere la stessa quantità di beni consumando meno energia. Una parte del calo deriva anche dalla trasformazione dell’economia italiana, dove servizi e attività del terziario hanno acquistato un peso maggiore rispetto alla manifattura tradizionale.

Le emissioni prodotte dal riscaldamento domestico sono diminuite con decisione, pur mantenendo una quota abbastanza stabile sul totale. Hanno contribuito caldaie più efficienti, edifici meglio isolati, combustibili meno inquinanti e temperature invernali mediamente più miti. Quest’ultimo fattore porta con sé una contraddizione poco allegra: il riscaldamento globale riduce alcuni consumi invernali mentre fa crescere la richiesta di raffrescamento durante estati sempre più calde.

A pesare maggiormente sul totale rimangono invece i trasporti delle famiglie e alcune attività del settore terziario. Il loro peso relativo è cresciuto anche perché industria e produzione elettrica hanno ridotto più rapidamente le proprie emissioni.

L’Italia consuma meno energia rispetto al picco del 2005

Il 2005 segna uno spartiacque anche nei consumi energetici. Quell’anno l’Italia raggiunse il massimo storico di 192 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Nel 2025 il consumo è sceso a circa 140 milioni, pur restando oltre nove volte superiore a quello registrato nel 1930.

La discesa è legata alla maggiore efficienza, all’evoluzione delle fonti, alla minore attività di alcuni comparti industriali, agli inverni più miti e alla trasformazione demografica del Paese. Tra le maggiori economie dell’Unione europea, l’Italia registra oggi il consumo energetico per abitante più basso. Condivide con la Spagna esigenze di riscaldamento inferiori rispetto ai Paesi del Nord e presenta una quota di rinnovabili in linea con la media europea.

Anche le crisi economiche hanno lasciato un segno sulla curva. Le cadute più brusche delle emissioni coincidono con la recessione del 2009, con la nuova contrazione del 2012 e 2013 e con il blocco delle attività durante la pandemia nel 2020. Dopo il rimbalzo del 2021, tuttavia, le emissioni hanno ripreso a diminuire e l’Istat collega questa nuova fase anche alla rapida espansione delle rinnovabili. La riduzione più recente, dunque, prosegue mentre l’economia è tornata a muoversi.

Il prossimo taglio passa dalla dipendenza energetica

Il risultato raggiunto convive con una fragilità ancora molto italiana: circa tre quarti dell’energia utilizzata nel Paese arrivano dall’estero, contro una media dell’Unione europea inferiore al 60%. Petrolio e gas continuano a essere centrali nei trasporti, nel riscaldamento e nella produzione elettrica, esponendo famiglie e imprese alle oscillazioni dei mercati internazionali.

Esiste poi una parte delle emissioni che non compare nei confini produttivi nazionali. In Italia, Germania, Francia e Spagna l’impronta climatica dei consumi supera quella della produzione interna, perché comprende i gas serra generati all’estero per fabbricare beni e servizi importati. La riduzione territoriale rimane concreta, mentre la decarbonizzazione dei consumi richiede di guardare anche a ciò che arriva nei negozi dopo aver attraversato mezzo mondo.

Quasi il 30% in meno rispetto al 1990 significa che la transizione ha già prodotto effetti misurabili. Le rinnovabili sono cresciute, gli edifici consumano meno, le industrie hanno migliorato l’efficienza e il petrolio ha perso il vecchio monopolio sulla produzione energetica. Per continuare a far scendere la curva servono più energia pulita, reti capaci di gestirla e meno combustibili importati. Il motore si è acceso. Questa volta conviene evitare di spegnerlo.

Fonte: Istat

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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