A poco più di trent’anni Emmanuel Tjeknavorian è una delle personalità più interessanti della scena musicale internazionale. Armeno di ascendenza, nato a Vienna (22 aprile 1995), formatosi come violinista e presto affermatosi anche come direttore d’orchestra, coniuga il rigore della tradizione con un approccio moderno al far musica. Dal 2024 è direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, con la quale sta costruendo un percorso artistico basato su tre capisaldi: eccellenza interpretativa, valorizzazione dei giovani talenti, programmazione che affianchi al repertorio tradizionale pagine nuove e poco consuete. Abbiamo parlato con lui della sua visione dell’arte, del rapporto con l’Orchestra milanese, e con il pubblico della città.
Lei è un eccellente violinista. Perché ha fatto della direzione d’orchestra il centro della sua vita artistica?
Ho trascorso la mia infanzia, e la mia vita fino a oggi, accanto a una personalità direttoriale straordinariamente forte: mio padre Loris. Per me è stato quasi naturale intraprendere la sua stessa strada. Fin da piccolo mi affascinava l’idea di poter plasmare non soltanto una singola voce, ma l’intera architettura musicale di un’opera.
In che modo l’esperienza di strumentista influenza il suo lavoro sul podio?
Da strumentista ho imparato cosa significhi raggiungere un alto livello attraverso il lavoro. Tale esperienza mi aiuta oggi a sviluppare la massima qualità con l’orchestra.
Provenire da una famiglia di musicisti ha avuto un peso nella sua formazione?
Senza alcun dubbio. È stato l’elemento determinante. Nella nostra famiglia la musica non è mai stata soltanto una professione, ma un vero e proprio modo di vivere.
Qual è la sua idea della direzione d’orchestra?
Per me dirigere significa condividere con i musicisti la volontà e il mondo emotivo dei compositori. Nel contempo, significa creare un’energia che spinga tutti a raggiungere il livello massimo, e che si trasmetta al pubblico.
Da tre anni lei è alla guida dell’Orchestra Sinfonica di Milano: ci può raccontare il suo rapporto con i professori d’orchestra?
Preferisco accennare al mio rapporto con l’orchestra nel suo insieme, piuttosto che ai singoli musicisti. Ci contraddistingue il fatto di presentarci come un’entità unica, una squadra. Il nostro rapporto è speciale; altrimenti non avremmo vissuto una crescita così significativa e non riceveremmo un consenso così vasto dal pubblico.
Cosa differenzia l’Orchestra milanese da altre?
Non vorrei fare paragoni generici. Ogni orchestra possiede una propria storia e un proprio profilo. Dico solo che l’Orchestra Sinfonica di Milano, grazie alla nostra etica musicale e alla nostra concezione del ‘fare musica’, lavora oggi con straordinaria intensità. Di ogni opera miriamo a scoprire la profondità e l’essenza.
Milano ha una grande tradizione musicale: il pubblico della città incide sulle sue scelte artistiche?
Il pubblico non influenza le mie scelte artistiche, ma di certo ne influenza i risultati. Tra noi e il nostro pubblico si è creata una comunità fortemente coesa. Quando salgo sul palcoscenico, percepisco il sostegno delle persone: questo ci motiva a dare sempre tutto.
Qual è la concezione di fondo della nuova stagione 2026/27?
Non soltanto la nuova stagione, ma tutto il nostro lavoro si fonda su un principio guida: l’eccellenza massima. Per me significa: grandi compositori, grandi opere, direttori e solisti capaci di esprimere tale genialità nel modo più convincente possibile.
Oltre la musica sinfonica e da camera quali sono le altre rassegne della stagione?
Disponiamo di una straordinaria varietà di format. Vogliamo avvicinare i bambini e i giovani alla musica classica; ma anche coinvolgere chi desidera ascoltare un’orchestra sinfonica in dialogo con generi musicali più popolari. Da questo punto di vista, la nostra offerta è amplissima.
A suo avviso, quale funzione sociale esercita ancora il concerto (sinfonico e da camera)?
La musica è nutrimento per l’anima. Le persone ne hanno bisogno. La musica classica è forse più complessa e spirituale di altri generi, che a loro volta svolgono una funzione sociale diversa. Ma il significato della musica classica è stato, è tuttora e sempre rimarrà di importanza esistenziale.
Cosa fa e fate per avvicinare le nuove generazioni alla ‘classica’?
Bisogna iniziare molto presto, facendo conoscere ai bambini i suoni della musica classica fin dalla più tenera età. Ma ciò che conta davvero è un’altra cosa: le persone, e soprattutto i giovani, vogliono cogliere emozioni autentiche e una passione sincera. La nostra responsabilità consiste nel creare concerti memorabili, affinché questa energia contagi il pubblico.
Ci può illustrare il Concerto d’inaugurazione che si terrà al Teatro alla Scala il 13 settembre?
Il concerto vedrà due grandi artisti. Da un lato il direttore sloveno Marko Letonja, che amo definire un vecchio nuovo amico dell’orchestra. Dopo molti anni di assenza, per me era importante far rinascere questo rapporto. Il suo ritorno ha dimostrato che quella speciale sintonia è ancora intatta. Il solista della serata sarà Daniel Müller-Schott, violoncellista celebre in tutto il mondo, ineguagliato per forza espressiva e per l’eccelsa precisione strumentale.
E quello del 9 ottobre che lei stesso dirigerà?
Il concerto sarà dedicato, nel senso più ampio del termine, a musiche sia russe sia sovietiche, dall’Ottocento di Čajkovskij al Novecento di Chačaturjan. Per me è importante continuare a coltivare questo repertorio con la nostra orchestra, anche perché il fondatore dell’orchestra, Vladimir Delman, grazie alle sue origini ha trasmesso una particolare sensibilità verso questa tradizione musicale. Allo stesso tempo, il concerto rappresenta una nuova tappa del mio personale percorso con Šostakovič. Dopo le esecuzioni di successo della Decima e della Quinta Sinfonia, ci avvicineremo ora alla Nona.
La pianista Alexandra Dovgan è quest’anno artista in residenza: ce la presenta?
Alexandra Dovgan colpisce per l’approccio incredibilmente maturo alla musica, per la serietà e per la convinzione che la musica debba sempre trasmettere un messaggio. Questa visione corrisponde perfettamente ai valori della nostra orchestra.
Nella programmazione convivono grandi classici e pagine meno frequentate. Può illustrarci il perché di alcune scelte?
Come nella vita, anche nella programmazione è fondamentale il giusto equilibrio. Bisogna porre il noto accanto all’ignoto. Il pubblico deve scoprire opere nuove, ma nel contempo ascoltare musiche che da secoli ci emozionano.
La stagione dedica attenzione ai giovani solisti. Cosa cerca lei in un interprete della nuova generazione?
Per me, la cosa più importante è la dedizione assoluta alla musica. Purtroppo oggi esistono molti giovani artisti che investono gran parte delle loro energie nella propria immagine sui social media. Io, invece, cerco musicisti che dedichino tutte le loro forze alla musica, e trasmettano i sentimenti complessi dei compositori nel modo più profondo possibile.
La stagione 2026/27 è dedicata alla memoria del presidente emerito dell’Orchestra, Gianni Cervetti (1933-2026): un atto molto bello di rispetto per chi ha costruito…
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Gianni Cervetti e di trascorrere con lui momenti preziosi. Le nostre conversazioni erano caratterizzate da grande profondità intellettuale. Per me è stato uno dei pilastri fondamentali della storia dell’orchestra: è venuto naturale dedicargli questa stagione.
Se guardiamo invece al futuro, quali traguardi Lei si prefigge per l’Orchestra nelle prossime stagioni?
Il mio obiettivo è proseguire con determinazione il percorso intrapreso e intensificarlo ulteriormente. Essendo un grande appassionato di sport, penso spesso allo sport agonistico: chi vince un campionato vuole vincerlo di nuovo l’anno successivo e giocare ancora meglio. Nella musica vale lo stesso principio.
E per sé stesso?
Vorrei trovare più tempo per la mia crescita personale. Sarebbero necessari spazi liberi da prove, concerti e viaggi. Vorrei leggere di più, approfondire il mio rapporto con le altre arti e continuare così a sviluppare il mio modo di fare musica… (ride)
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Giuseppina La Face
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