Perché nessuno affronta mai il ruolo della Rai nel settore cinematografico?


Con il Parlamento simpaticamente in vacanza (ma è normale che i nostri ben remunerati parlamentari della Repubblica sospendano completamente i propri lavori dall’8 agosto al 9 settembre?!), le tematiche (e le problematiche) della maldestra politica culturale italiana sembrano essere scomparse dai radar. Completamente.

Totale assenza di reazioni da parte del Governo rispetto alla scandalosa vicenda dell’“European Media Freedom Act” (alias “Emfa”), il regolamento Ue per tutelare indipendenza e pluralismo dei media, entrato in vigore il 7 maggio 2024, ma applicabile formalmente solo dall’8 agosto 2025, e quindi con rischio che scatti la procedura di infrazione contro l’Italia dall’8 agosto 2026.

Il rischio di una sanzione da parte della Commissione Europea (che non può non vedere come l’attuale assetto della Rai non garantisca adeguatamente pluralismo espressivo e democrazia culturale) è latente, ma la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si esprime sulla vicenda, e il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha fatto capire che “sa” che la Commissione non attiverà quella che il deputato dem Stefano Graziano ha definito la “TeleMeloni Tax”, formula rilanciata da Giovanni Valentini su il Fatto Quotidiano.

La Commissione di Vigilanza, paradossalmente dimissionaria, è assente. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è al terzo “appello” al Parlamento, affinché l’Emfa non resti lettera morta. Il centrodestra prospetta una “riforma” Rai che certamente non verrà approvata nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni, e che comunque – secondo gli analisti più critici – non andrebbe a sanare le patologie in atto.

Delusione grande, nei giorni scorsi, per la strana modalità con cui l’aula di Montecitorio ha deciso, nel pomeriggio di giovedì 6 agosto, di rimandare alla riapertura il 9 settembre la votazione sul “testo unificato” della Legge Cinema e Audiovisivo: non sarà mica, sotto sotto, un grazioso escamotage per rimandare anche questa normazione alle calende greche (ovvero a quel che sarà dall’esito delle elezioni della primavera del 2027)?!

In effetti, se il 6 agosto fosse stato approvato il testo licenziato il 22 luglio dalla Commissione VII (presieduta da Federico Mollicone), avremmo assistito ad un caso – più unico che raro – di condivisione bipartisan di una legge che, pur non risolvendo le gravi criticità del sistema cinematografico e audiovisivo, va nella direzione giusta: a partire dalla costituzione di una Agenzia indipendente che incorpora le funzioni attualmente in capo alla Direzione Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, con una governance che dovrebbe migliorare i livelli di trasparenza ed autonomia della Pa dall’influenza del Governo.

Che l’approvazione sia stata rimandata per non far vedere al popolo che possono esistere saggi compromessi tra maggioranza e minoranza?! Siamo ormai in campagna elettorale e il buonismo è fuori gioco… meglio mantenere la logica (e l’immagine) dello scontro duro, muro contro duro, radicalizzando la lotta tra “i buoni” e “i cattivi”?! Che quella sul cinema e l’audiovisivo non sia (non sia mai) un saggio tentativo di superare gli ormai purtroppo dominanti processi di polarizzazione ideologica?!

Per comprendere comunque lo stato disastrato e disastroso dell’attuale italica politica culturale, si osservi come la indispensabile e urgente riforma della Rai sia totalmente sganciata dalla riforma della Legge Cinema e Audiovisivo: surreale. Eppure Rai è ben attiva nel settore cine-audiovisivo, attraverso il suo braccio operativo Rai Cinema (produzione) e 01Distribution (circuitazione “theatrical”).

Nessuno – a parte me e l’avvocato Michele Lo Foco, membro dissidente dell’evanescente Consiglio Superiore del Cinema e dell’Audiovisivo – ha finora messo in discussione questo ruolo, che rende l’Amministratore Delegato Paolo Del Brocco (in carica da 16 anni, e confermato per un nuovo mandato poche settimane fa!), l’uomo più potente del settore, assieme al Ministro della Cultura Alessandro Giuli (e alla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni e al Direttore Generale Giorgio Carlo Brugnoni).

E si segnala che il rapporto tra “cinema” e “televisione” – a partire dal ruolo di Rai Cinema – è stato completamente ignorato dai report della “valutazione di impatto” della Legge Cinema e Audiovisivo (la Franceschini del 2016): incluso nell’ultima edizione, relativa all’anno 2024, trasmessa dal Ministro al Parlamento a metà luglio 2026 (record storico di ritardo), elaborata dal benevolente Dipartimento Scienze Sociali e Economiche (Disse) dell’Università “Sapienza” di Roma. Zero riferimenti: come se Rai Cinema non esistesse!

Una enorme concentrazione di potere, con centinaia di milioni di euro di danari del canone iniettati nel sistema dalla Rai, in parallelo all’intervento del Ministero della Cultura. Criteri selettivi?! Misteriosi. Trasparenza dell’operato di Rai Cinema, nel promuovere quel progetto o nel bocciare quell’altro? Zero. Discrezionalità totale e assoluta del Principe (l’ad di Rai Cinema, professionista di lungo corso, apprezzato per la cortesia dei modi, e ritenuto politicamente “trasversale” alla destra e alla sinistra).

Questa convergenza della “mano pubblica” nel settore – parallela al Mic – garantisce adeguato pluralismo espressivo, stimola la democrazia culturale, oppure è la riprova di un sistema duale di potere (Mic+Rai) poco trasparente?! Se almeno al Ministero della Cultura c’è un filtro tecnico (le valutazioni delle commissioni di esperti, seppur attualmente tutte nominate intuitu personae dal Ministro), a Rai Cinema esiste un Principe più potente del Ministro, che decide vita o morte dei progetti filmici.

Nessuno ha il coraggio di affrontare questa scabrosa dinamica. Non smuoviamo le acque, ché i due Principi si riconoscono reciprocamente, e convergono silenziosamente sul mantenimento dello status quo. Con buona pace dei produttori indipendenti, dei giovani autori, degli artisti emergenti…


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Angelo Zaccone Teodosi

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