Terremoto, dieci anni dopo: la ricostruzione delle Marche passa dalle imprese alle comunità


Agricoltura, lavoro, servizi e ripopolamento: nelle province di Macerata, Fermo e Ascoli Piceno la sfida non è più soltanto ricostruire edifici, ma ricreare un’economia capace di trattenere imprese e abitanti. Coldiretti e Uil Marche chiedono di trasformare il cantiere della ricostruzione in una politica strutturale per le aree interne

Il 24 agosto 2016 la prima devastante scossa apriva nell’Appennino centrale una ferita destinata a modificare profondamente il volto delle Marche. A dieci anni dal sisma, la ricostruzione materiale è avanzata, ma nelle province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata resta aperta la partita più complessa: ricostruire le comunità insieme alle case, riportando nei territori popolazione, lavoro e attività economiche.

È una questione che emerge con particolare evidenza dal mondo agricolo. Per centinaia di aziende agricole e zootecniche il terremoto non ha significato soltanto la perdita o l’inagibilità di abitazioni e fabbricati produttivi, ma il rischio concreto di abbandonare le aree interne. E proprio le strutture nate nell’emergenza sono diventate, nel tempo, una componente essenziale della continuità produttiva.

Nella fase immediatamente successiva al sisma furono allestiti 126 Mapre, i moduli abitativi rurali emergenziali che consentivano agli allevatori di continuare a vivere accanto agli animali, insieme a 304 moduli stalla. A questi si aggiunsero 90 stalle realizzate direttamente dagli allevatori e 253 fienili. Oggi, a dieci anni di distanza, sono 357 le aziende che hanno ancora a disposizione queste strutture.

Il dato più significativo è proprio la loro permanenza. Quelle che erano state concepite come soluzioni temporanee sono diventate in molti casi infrastrutture necessarie alla sopravvivenza economica delle imprese. Sono ancora 234 i fienili, 196 le stalle per bovini da carne, 22 quelle per bovini da latte e 146 quelle destinate a pecore e capre.

Per questo Coldiretti Marche, nel confronto con il commissario Guido Castelli, al quale riconosce il lavoro svolto in questi anni, ha chiesto di consentire alle aziende di mantenere le strutture e di poterle riscattare. Una richiesta che arriva dopo le precedenti proroghe ottenute per continuare a utilizzarle.

La questione agricola diventa così una lente attraverso cui leggere l’intero processo di ricostruzione. Se l’obiettivo è riportare popolazione e attività economiche nell’Appennino, mantenere un allevatore o un agricoltore sul territorio vale quanto ricostruire un’abitazione. Significa preservare una filiera produttiva, ma anche servizi, comunità e quella manutenzione quotidiana di territori fragili che l’abbandono rischierebbe di compromettere.

È la stessa prospettiva dalla quale parte la Uil Marche nel bilancio sul decennale. Per il sindacato, il punto di arrivo della ricostruzione non può essere rappresentato esclusivamente dagli immobili recuperati. Molti di questi, sottolinea la Uil, sono seconde case: un risultato importante sul piano edilizio che non equivale automaticamente al ritorno degli abitanti.

Nel frattempo, un’intera generazione è cresciuta da sfollata, spesso sulla costa, costruendo altrove relazioni, percorsi di studio e opportunità professionali. È questo il rischio più difficile da invertire: che la ricostruzione fisica proceda mentre quella demografica ed economica rimane ferma.

«Pensare che torni semplicemente perché le case sono state ricostruite sarebbe un errore», osserva la segretaria generale della Uil Marche Claudia Mazzucchelli. La ricostruzione, nella lettura del sindacato, deve diventare una vera politica di sviluppo e ripopolamento, con il lavoro stabile e di qualità come primo pilastro.

Agricoltura e allevamenti possono rappresentare una componente strategica, anche per l’enogastronomia e il turismo esperienziale, dai cammini al cicloturismo. Ma, secondo la Uil, non possono sostituire da soli una struttura economica più articolata. Occorre collegare il sistema agricolo all’industria locale della trasformazione, costruendo filiere corte e sostenibili in grado di trattenere nei territori valore aggiunto e occupazione.

La leva degli incentivi e di una fiscalità regionale e comunale favorevole dovrebbe quindi essere legata alla creazione di occupazione stabile e alla permanenza delle imprese. Anche smart working e turismo possono contribuire al rilancio, ma non sono sufficienti se i borghi tornano a vivere soltanto nei fine settimana o durante alcuni mesi dell’anno.

In questo quadro, la ricostruzione resta comunque un grande motore economico. Definito a ragione dalla Uil «il più grande cantiere d’Europa», il processo proseguirà ancora per altri sette-otto anni. Ed è proprio questa fase che, secondo il sindacato, potrebbe trasformarsi in un’occasione di ripopolamento, incentivando chi lavora nei territori del cratere a trasferirvisi stabilmente.

Ma per rendere possibile questo passaggio servono servizi e infrastrutture. La contrapposizione tra costa ed entroterra va superata attraverso trasporti, infrastrutture digitali, sanità, scuola, servizi e presidi bancari. Perché la desertificazione delle aree interne non è soltanto demografica: è anche economica e sociale.

Resta inoltre il tema delle condizioni di lavoro nei cantieri della ricostruzione. Durc di congruità e badge di cantiere, richiesti dal sindacato, rappresentano strumenti importanti per garantire sicurezza e legalità. Ma la Uil segnala anche il problema abitativo dei lavoratori impegnati nei cantieri, chiedendo campi base organizzati e valutando l’utilizzo delle Sae ancora disponibili. L’obiettivo è garantire sistemazioni dignitose, prevenire fenomeni di caporalato e non trasferire sulle strutture ricettive una domanda destinata inevitabilmente a ridursi con la conclusione dei lavori.

A dieci anni dal terremoto, dunque, la domanda economica e sociale è ormai più ampia di quella legata alla ricostruzione edilizia. La partita è capire quale Appennino le Marche vogliono consegnare alle prossime generazioni.

Il punto di contatto tra le posizioni di Coldiretti e Uil Marche è proprio qui: la ricostruzione fisica rischia di rimanere incompleta se non viene accompagnata dalla ricostruzione della capacità produttiva e dalla presenza stabile delle persone. Perché una stalla mantenuta in attività, un’impresa che continua a investire, una famiglia che torna a vivere in montagna e un servizio che rimane aperto fanno parte della stessa infrastruttura territoriale.

Il vero risultato del decennio, quindi, non sarà soltanto contare quante case sono state ricostruite. Sarà misurare quante imprese avranno continuato a produrre, quanti giovani avranno trovato lavoro, quante famiglie avranno scelto di restare e quanti servizi saranno rimasti disponibili.

L’obiettivo, in ultima analisi, non è ricostruire borghi da ammirare, ma territori nei quali tornare a vivere, lavorare e crescere. Perché, come sottolinea la Uil Marche, quei luoghi devono essere «vissuti e non consumati». Ed è probabilmente questa la vera ricostruzione che il decennio del terremoto consegna alle Marche.


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