«La finanza agevolata non deve più essere considerata un elemento occasionale e opportunistico: deve entrare nel business plan come leva della strategia industriale di ogni singola azienda». Basta questa frase di Alessandro Rivolta, partner di Pirola Corporate Finance, per capire il cambio di paradigma in corso. Per anni il processo è partito dal bando: veniva pubblicata una misura, scattava la corsa per comunicarla ai clienti e soltanto dopo si cercavano investimenti compatibili. Oggi le imprese più strutturate seguono il percorso inverso. Prima stabiliscono i propri obiettivi – aumentare la capacità produttiva, automatizzare una linea, digitalizzare la fabbrica, ridurre i consumi energetici, aprire un nuovo stabilimento o crescere sui mercati internazionali – e poi costruiscono l’architettura finanziaria necessaria per realizzare il progetto. Contributi a fondo perduto, finanziamenti agevolati e benefici fiscali non sono più l’ultima pratica amministrativa da aggiungere a decisioni già prese, ma entrano nel piano industriale insieme a capitale proprio, debito bancario, leasing e private debt.
Il cambiamento è accelerato da margini sotto pressione, costi energetici elevati, minore disponibilità di credito e concentrazione del sistema bancario. In questo contesto, non conta soltanto quanto vale un incentivo, ma come si combina con le altre fonti, quali effetti produce sui flussi di cassa e se è coerente con la redditività e la liquidità dell’impresa. Un’azienda che genera utili può valorizzare una deduzione fiscale; una Pmi con minore capacità fiscale può avere più bisogno di un contributo a fondo perduto; chi deve preservare la cassa può privilegiare un finanziamento agevolato. Tempi di realizzazione, copertura finanziaria, cumulabilità, acconti, perizie e controlli diventano così parti dello stesso processo. «La quota crescente del nostro lavoro non riguarda più la ricerca del bando, ma la costruzione del percorso che permette al cliente di raggiungere i propri obiettivi», spiega Rivolta. E l’errore più grave è coinvolgere l’advisor quando fornitori e investimenti sono già stati scelti, i contratti firmati o gli acconti versati: «A quel punto siamo fuori tempo massimo».
A cambiare, del resto, sono gli stessi investimenti della manifattura. La stagione del singolo macchinario 4.0 sta lasciando spazio a progetti nei quali automazione, software industriale, cybersecurity, intelligenza artificiale ed efficienza energetica vengono integrati per ripensare l’intero processo produttivo. L’AI entra nella pianificazione, nella manutenzione e nel controllo qualità; l’energia non è più soltanto un costo da contenere, ma un fattore di resilienza e competitività. È su questi programmi che il nuovo Iperammortamento può accelerare il rinnovo degli impianti e orientare le imprese verso investimenti più avanzati, mentre gli strumenti Simest possono sostenere digitalizzazione, sostenibilità e internazionalizzazione senza assorbire tutta la liquidità aziendale. Il punto, però, resta il metodo: partire dal business plan, scegliere il mix più adatto e predisporre fin dall’inizio la documentazione tecnica necessaria, accompagnando l’impresa anche dopo l’ottenimento del beneficio. Ne abbiamo parlato con Alessandro Rivolta, Riccardo Mansi e Debora Xhakolli di Pirola Corporate Finance.
Il progetto industriale viene prima del bando: il mix finanziario cambia in base a redditività, liquidità e obiettivi dell’impresa

«Negli ultimi cinque anni l’impostazione della finanza agevolata è cambiata, anche se il processo non è ancora ultimato – spiega Rivolta – In passato veniva affrontata prevalentemente in modo opportunistico: usciva un bando, partiva la corsa per comunicarlo ai clienti e poi si cercava di capire quali investimenti potessero rientrarvi. Oggi le aziende più strutturate seguono un percorso inverso: definiscono obiettivi di carattere industriale – crescita, efficientamento energetico, automazione, digitalizzazione – e soltanto dopo individuano le fonti di finanziamento e le agevolazioni più coerenti». La differenza emerge soprattutto nei progetti complessi, a partire dai contratti di sviluppo, nei quali il contributo è soltanto una componente di un’operazione più ampia.
Contano anche i tempi di realizzazione, i flussi di cassa, la copertura finanziaria e la cumulabilità delle misure. La finanza agevolata entra così nella definizione del piano industriale e viene integrata con capitale proprio, debito bancario o private debt, in modo da sostenere l’investimento senza compromettere l’equilibrio finanziario dell’azienda.
La scelta dello strumento dipende infatti dalla situazione della singola impresa. Un’azienda con utili elevati può valorizzare maggiormente una deduzione fiscale; una società che chiude in pareggio può avere più convenienza a ottenere un contributo a fondo perduto; chi deve preservare la liquidità può privilegiare un finanziamento agevolato. «Non si deve partire dallo strumento disponibile, ma dall’investimento che serve all’impresa», sottolinea Riccardo Mansi. Il business plan determina quindi quali risorse siano necessarie, in quali tempi e con quali caratteristiche. Non esiste un incentivo migliore in assoluto: esiste la combinazione più coerente con il progetto industriale, la capacità fiscale e i fabbisogni di cassa dell’azienda.
Dalla macchina 4.0 ai progetti integrati: AI, software, cybersecurity ed efficienza energetica ridisegnano la fabbrica
La trasformazione è visibile anche nella qualità della domanda proveniente dalla manifattura. Il ciclo precedente era dominato dal rinnovo dei beni strumentali e dall’acquisto del macchinario interconnesso. Oggi l’investimento tende a coinvolgere l’intero processo produttivo. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’evoluzione molto chiara – ci racconta Debora Xhakolli – All’inizio la trasformazione digitale si concentrava soprattutto sui macchinari 4.0. Ora i progetti sono molto più articolati e integrano automazione, software, cybersecurity e intelligenza artificiale. L’AI viene adottata soprattutto per ottimizzare i processi produttivi, la pianificazione, la manutenzione e il controllo qualità, non come tecnologia fine a se stessa».

Accanto al digitale cresce il peso dell’energia. Ridurre i consumi non significa più soltanto contenere la bolletta, ma aumentare resilienza e competitività, proteggere i margini e rendere sostenibili le produzioni nel medio periodo. «Gli investimenti non sono più focalizzati in una sola direzione – prosegue Xhakolli – Le imprese non acquistano semplicemente il classico macchinario 4.0: progettano interventi che combinano innovazione tecnologica, sostenibilità, digitalizzazione e internazionalizzazione. È il trend più significativo che stiamo osservando».
L’Iperammortamento può accelerare il rinnovo degli impianti e spingere la manifattura verso investimenti più avanzati
Il nuovo Iperammortamento è il banco di prova più immediato. La misura sostiene investimenti in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali: macchinari, impianti, software e tecnologie 4.0, con l’estensione prevista anche alla componente di efficienza energetica. A differenza del credito d’imposta, il beneficio passa attraverso una maggiorazione del costo fiscalmente ammortizzabile e quindi una riduzione dell’imponibile Ires. Secondo Xhakolli, la misura sta già modificando le scelte delle imprese: «Molte aziende avevano programmato investimenti necessari a mantenere la competitività, ma la disponibilità dell’incentivo ne sta accelerando la realizzazione. Stiamo osservando imprese inizialmente orientate al semplice rinnovo di un macchinario che decidono di ripensare l’intero processo produttivo, introducendo interconnessione, automazione e software di fabbrica. Non è soltanto un beneficio fiscale: sta orientando le aziende verso investimenti qualitativamente più avanzati».

Per investimenti fino a 2,5 milioni di euro, evidenzia Xhakolli, il vantaggio fiscale può arrivare al 43%, rispetto all’ultima aliquota del 20% prevista dal credito d’imposta 4.0. Poiché il beneficio si distribuisce nel tempo attraverso la deduzione, resta però decisiva la capacità fiscale dell’impresa. Sul piano operativo, dopo la comunicazione preventiva sul portale Gse, le imprese hanno 60 giorni per versare un acconto del 20% e trasmettere la conferma. «Se sono stati commessi errori o non si può rispettare il termine, è prevista la possibilità di rinunciare e presentare una nuova comunicazione – precisa Xhakolli – Occorre avere chiari fin dall’inizio numero, categorie e date di completamento degli investimenti, coordinando con attenzione le tempistiche».
Simest non riduce soltanto il costo del capitale: preserva la liquidità e rende possibili programmi industriali più ambiziosi

Se l’Iperammortamento agisce sul carico fiscale, Simest Transizione Digitale ed Ecologica interviene sulla provvista finanziaria: offre un finanziamento a tasso agevolato al quale, in presenza dei requisiti, può aggiungersi una quota a fondo perduto. Il contributo può essere pari al 10% o al 20% e, per alcune Pmi, arrivare al 30%. «Il tasso e la quota a fondo perduto sono certamente elementi molto interessanti, ma l’aspetto più rilevante è la possibilità di sostenere programmi importanti preservando la struttura finanziaria dell’impresa – sostiene Xhakolli – Per molte aziende significa accelerare digitalizzazione, efficientamento energetico e internazionalizzazione senza assorbire tutta la liquidità. Simest diventa così uno strumento di pianificazione finanziaria che consente di ottimizzare il mix tra capitale proprio, debito e finanza agevolata e di migliorare l’equilibrio complessivo dell’operazione».
La nuova misura Energia per la competitività internazionale, con una dotazione indicata in 800 milioni di euro, rafforza questa logica: finanziamenti fino a otto anni, contributo fino al 30% per le Pmi che rispettano le condizioni e anticipo che può raggiungere il 50% dell’importo richiesto. Non è soltanto una risposta alla volatilità dei prezzi energetici. «La politica industriale italiana ed europea sta evolvendo verso un approccio che accompagna gli investimenti strategici delle imprese condividendone una parte del rischio finanziario – osserva Xhakolli – Misure come questa puntano a migliorare strutturalmente competitività, autonomia energetica e sostenibilità del sistema produttivo. L’anticipo riduce in modo importante l’impatto iniziale e permette di realizzare interventi che, in condizioni ordinarie, potrebbero essere rinviati o neppure presi in considerazione».
Il prossimo salto sarà integrare stabilmente incentivi, debito e capitale in ogni percorso di crescita industriale
«Siamo di fronte a un’epoca di cambiamento, nella quale stanno emergendo fonti alternative di finanziamento – conclude Rivolta – È molto probabile che la finanza agevolata entri stabilmente tra le fonti dei progetti di crescita e internazionalizzazione. Il modello dei contratti di sviluppo, nel quale progetto, coperture, tempi e contributi vengono letti insieme, dovrà essere replicato nei percorsi delle aziende, piccole o grandi».
La direzione, dunque, è integrare gli incentivi nella pianificazione finanziaria ordinaria delle imprese, comprese quelle di minori dimensioni. La finanza agevolata non deve determinare quali investimenti realizzare, ma contribuire a rendere sostenibili quelli necessari alla crescita e alla competitività dell’azienda.
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