L’ex Ilva e il ministro della catastrofe


Che faccia tosta Adolfo Urso, ministro della catastrofe produttiva (altrimenti detta delle Imprese e del Made in Italy): “Faremo di tutto per evitare che una decisione che ha innescato quella che molti hanno definito una bomba sociale e produttiva abbia come prime vittime i lavoratori”. Ma come? Urso scarica la responsabilità dello staccare la spina all’ex acciaieria a ciclo integrale più grande d’Europa, l’ex Ilva di Taranto, sulla magistratura e sugli enti locali poco collaborativi, mentre è lui che dovrebbe vergognarsi per l’incapacità, da ministro del governo Meloni, di impedire che si arrivasse a questo punto, che potesse esplodere una bomba sociale. E ha avuto quattro anni di tempo.

Siamo ormai al conto alla rovescia. L’acciaieria ex Ilva di Taranto è dissanguata. Non ci sono più soldi in cassa, fa sapere il sindacato. Venerdì scorso, a pochi giorni dal vertice di palazzo Chigi con i rappresentanti dei lavoratori che si terrà domani, 8 settembre, ventotto aziende dell’indotto hanno spedito lettere di licenziamento collettivo per 2.500 lavoratori. Con il fiato sospeso, palazzo Chigi e l’ex Ilva aspettano la decisione della Corte d’appello del tribunale civile di Milano sulla richiesta, presentata il 14 agosto dai legali dell’azienda, di sospensiva della esecutività della chiusura dell’area a caldo, in attesa che la Cassazione si pronunci sul ricorso della stessa azienda circa la decisione di giudici milanesi.

Non meritano i lavoratori di Taranto di essere ricordati come quelli che hanno lavorato in una azienda che produce morte, inquinamento ambientale, e che mette a rischio la vita dei cittadini. Che produce corruzione. Colpisce che in questa estate infuocata la procura di Milano metta sotto inchiesta per bancarotta Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia e di Acciaierie d’Italia dall’ottobre del 2019 al febbraio del 2024, fino a quando cioè il governo ha deciso di commissariare l’ex Ilva. Un’inchiesta nata dopo che la gestione commissariale ha chiesto ad ArcelorMittal un risarcimento di sette miliardi di euro (udienza al Tribunale di Milano fissata al 30 novembre). Gli inquirenti lavorano su una relazione-denuncia dei commissari straordinari dell’ex Ilva di Taranto, che accusano il management della multinazionale ArcelorMittal, che dal 2018 al 2024 ha gestito il polo siderurgico italiano, di avere lavorato per indebolirlo, per contrastarne gli interessi e rallentarne la produzione. E per favorire, allo stesso tempo e di conseguenza, “le altre attività concorrenti del gruppo franco-indiano all’estero”. Una vergogna. E adesso il ministro Urso se la prende con la magistratura e gli enti locali.

Il vertice di martedì a palazzo Chigi sarà interlocutorio, aspettando Milano. Mercoledì, infatti, si svolgerà l’udienza in Corte d’appello per discutere la richiesta di sospensiva. È una corsa contro il tempo. Entro il 16, Milano dovrà decidere, perché per quel giorno è previsto l’avvio delle procedure di spegnimento dell’area a caldo. Ma martedì, come pregiudiziale, i sindacati chiederanno al governo di far ritirare le 2.500 lettere di licenziamento alle imprese dell’indotto. Taranto è l’epicentro di questo terremoto industriale e sociale. Al 31 luglio 2026, i dipendenti di Acciaierie d’Italia sono 9.626, di cui 7.875 a Taranto. Per Loris Scarpa e Francesco Brigati della Fiom Cgil, “servono misure straordinarie, l’intervento pubblico per salvare la siderurgia, garantire la salute e la transizione ecologica e sociale”.

In queste settimane si sono riaperte le condizioni per una nuova gara di vendita dell’ex Ilva. La nave sta affondando e il comandante, il ministro Urso, vuole salpare per una nuova crociera. C’è una cordata di “volenterosi” italiani e una new entry ceca che opera nel settore ferroviario. Che si aggiungono ad altre due offerte: Jindal, colosso siderurgico indiano mondiale e il fondo americano Flacks. Insomma, siamo ancora al niente di concreto. Tra una decina di giorni, dunque, Milano si pronuncerà sulla sospensiva. Nella loro richiesta, i legali dell’ex Ilva denunciano “il grave e irreparabile danno derivante dalla esecutività del decreto di chiusura dell’area a caldo”. In particolare, i legali parlano di “danni gravissimi e irreversibili che gli impianti subirebbero, tali da precludere la possibile ripresa dell’attività produttiva”.

Sembra una presa in giro. I commissari straordinari nominati da questo governo si preoccupano per le gravi ricadute “occupazionali e sociali che si produrrebbero per effetto dello spegnimento dell’area a caldo”. E ancora: “l’esecutività della chiusura dell’area a caldo produce effetti sulle decisioni di politica industriale del governo relativamente allo stabilimento, sito di interesse strategico nazionale”.

Ma come finirà la storia dell’ex Ilva? Intanto, cosa accadrà alla richiesta di sospensiva della chiusura dell’area a caldo? Ha possibilità di essere accolta? Ascanio Amenduni è il legale dei cittadini tarantini che hanno denunciato l’ex Ilva per “violazione del diritto alla salute, alla serenità nello svolgimento della propria vita e al clima”. L’avvocato commenta: “La tesi dell’azienda ha una motivazione beffarda. Siccome l’azione inibitoria, cioè la denuncia dei cittadini tarantini, ha richiesto cinque anni per il suo esito e nel frattempo non è successo nulla di catastrofico, dunque si può serenamente attendere la conclusione del ricorso in Cassazione”. La statistica ufficiale fissa in 971 giorni il tempo medio per una decisione. “L’azienda paventa danni ipermilionari che sono pur sempre fungibili. La vita e la salute no”. L’avvocato Amenduni non fa previsioni sulla sospensiva della chiusura dell’area a caldo. Però sulla Cassazione sembra non avere dubbi: “Non potrà che confermare il decreto di chiusura del tribunale di Milano, perché siamo di fronte alla cosiddetta ‘doppia conforme’”. Cioè “sia le decisioni del primo grado sia dell’appello condannano l’ex Ilva”.


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