A maggior ragione se proviene da un ente sovranazionale come l’Unione Europea
Il diritto di proprietà è una delle libertà fondamentali dell’individuo.
Limitare o vietare a un cittadino di affittare il proprio immobile a turisti non è una semplice regola amministrativa: è un attacco diretto alla proprietà privata e alla libertà di disporre di ciò che si è conquistato con il proprio lavoro.
Quando questa compressione arriva da un ente sovranazionale come l’Unione Europea o da amministrazioni locali che decidono per decreto cosa si può e non si può fare con la propria casa, il problema diventa ancora più grave.
Il diritto di proprietà e la libertà di disporre del proprio bene, inclusa la possibilità di metterlo a reddito con affitti turistici, non sono concessioni dello Stato o della politica, ma libertà fondamentali.
La proposta del cosiddetto Affordable Housing Act introduce criteri comuni per identificare le “zone a stress abitativo” (basati principalmente sul rapporto prezzo/reddito e sulla sua evoluzione, oltre ad altri indicatori di offerta, domanda e dinamica demografica).
Nelle aree così qualificate, le autorità locali possono adottare restrizioni proporzionate sugli affitti a breve termine di immobili che non costituiscono la residenza principale del proprietario.
In questo modo la regolamentazione si trasforma in compressione sostanziale della libertà di disporre del proprio bene e scarica sui proprietari individuali squilibri macroeconomici.
La proprietà privata non è un privilegio revocabile a piacimento della politica. La privazione della libertà avviene con piccoli passi e inculcando nelle persone convinzioni errate.
I manovratori individuano un nemico, che siano le piccole imprese, l’auto a motore termico o i piccoli proprietari di immobili e iniziano a martellare attraverso i media con motivazioni indirette per ostacolarli, eliminarli, distruggerli.
Adesso è il turno dei piccoli proprietari che affittano la loro casa a breve termine, accusati di essere la causa della desertificazione dei centri storici e del loro cambiamento.
Tutto falso: è da almeno trent’anni, cioè molto prima che gli italiani iniziassero a scoprire gli affitti brevi (intorno al 2016), che i centri storici sono stati abbandonati.
I motivi sono concreti: scarsità di parcheggi, assenza di terrazzi, supermercati più cari e meno numerosi, minore luminosità a causa della vicinanza dei palazzi, poche aree verdi, difficoltà di ristrutturazione legate ai muri portanti, mancanza di ascensori e le Zone a Traffico Limitato.
Così da molti anni le persone si sono spostate verso i quartieri limitrofi, dove le case sono più comode.
Semmai gli affitti brevi hanno avuto il merito di far rivivere tanti borghi abbandonati, di farli conoscere al turismo, dove gli alberghi non possono essere costruiti, e di ristrutturare abitazioni prima inutilizzate.
Hanno creato un indotto commerciale di piccoli servizi – lavanderie, caffetterie e negozi di prossimità – e hanno consentito ai piccoli proprietari di affittare il proprio immobile senza il rischio di vederlo occupato illegalmente, o da chi non paga canone e condominio e magari lo distrugge, senza che, grazie a una giustizia lenta e inefficace, si riesca a sfrattarlo.
Il fatto che chiunque possegga un piccolo immobile possa affittarlo senza rischi e ottenere una piccola entrata, magari evitando di chiedere un sussidio che lo renda dipendente, dà evidentemente fastidio.
I piccoli proprietari che affittano e creano indotto economico disturbano chi li vuole dipendenti e da assistere. Come le piccole imprese, li si vuole eliminare a favore delle grandi concentrazioni economiche.
Invece di penalizzare gli affitti brevi, serve rendere convenienti e sicuri gli affitti lunghi.
Perché mai un proprietario dovrebbe subire il mancato pagamento del canone e degli oneri condominiali e i danni all’immobile senza alcuna garanzia?
Serve lo sfratto immediato per mancato rispetto del contratto.
Se non ci sono i mezzi per eseguirli, allora si deve consentire di rivolgersi a società accreditate.
La piena proprietà di un immobile implica che il proprietario possa affittarlo per il periodo da lui deciso e all’affittuario da lui scelto.
Invece no.
Nel nostro Paese si è deciso che la proprietà è tale per versare le imposte, ma non è tale da consentire al legittimo proprietario di decidere a chi e per quanto tempo affittarla.
Lo stesso discorso vale per l’imposizione del 4+4 o 3+2 per gli affitti abitativi, o del 6+6 per il commerciale.
Dovrebbero essere le parti a decidere la durata di una locazione: un mese, sei mesi o dieci anni. Lo Stato non dovrebbe interferire.
Eliminare questi vincoli dovrebbe essere la battaglia di ogni autentico liberale. Uno studio del Politecnico di Torino ha dimostrato che gli affitti brevi nei borghi spingono i ricavi delle piccole imprese, +23%, e fanno crescere il turismo rurale e del patrimonio.
Sulle piattaforme sono presenti oltre 12.000 dimore storiche, spesso situate in zone scarsamente popolate; secondo l’Associazione Italiana Dimore Storiche, il 90% si trova in zone rurali.
Lo studio, condotto su 270 borghi appartenenti all’elenco “I Borghi più belli d’Italia”, confrontando quelli con almeno un annuncio attivo sulle piattaforme e quelli senza, dimostra che nelle aree economiche marginali gli affitti brevi favoriscono l’imprenditorialità e generano indotto: incremento dell’attività micro-imprenditoriale locale, +23% dei redditi degli imprenditori a 4 anni, contrasto del depopolamento ed effetti positivi sui lavoratori in loco.
L’impatto economico degli affitti brevi in Italia è rilevante, a doppio taglio Generano fatturato, indotto e occupazione significativi, soprattutto fuori dai grandi centri e nei borghi.
Il comparto extralberghiero, di cui gli affitti brevi rappresentano la quota maggioritaria, ha superato i 13,4 miliardi di euro di fatturato nel 2024, +12% sul 2023.
Stime di Nomisma attribuiscono al solo ecosistema Airbnb un valore economico complessivo intorno ai 19,7 miliardi di euro nel 2024, con un moltiplicatore di circa 3: ogni euro speso genera ulteriori 3 euro nell’economia locale, pulizie, servizi, ristorazione, trasporti, commercio di prossimità.
Supportano decine di migliaia di posti di lavoro, diretti e indiretti, inclusi property manager, servizi di pulizia, manutenzione e piccole imprese.
A livello UE, stime Oxford Economics/Airbnb indicano un contributo di decine di miliardi al PIL e oltre 2 milioni di posti di lavoro complessivi legati agli affitti brevi.
Contribuiscono in modo importante alle presenze turistiche, oltre 100 – 180 milioni di notti/presenze in varie stime recenti. Uno studio del Politecnico di Torino su 270 borghi, “I Borghi più belli d’Italia”.
mostra un incremento del +23% dei redditi delle microimprese a 4 anni dall’arrivo di annunci Airbnb, con effetti positivi su hospitality, trasporti e intrattenimento.
Favoriscono il turismo diffuso e la valorizzazione di dimore storiche, oltre 12.000 su piattaforme in Italia, e immobili sottoutilizzati, contrastando in parte lo spopolamento delle aree interne.
Generano miliardi di euro di cedolare secca, parte del totale di oltre 4 miliardi sugli affitti, e oltre 1 miliardo di euro di tassa di soggiorno nel 2024, +29% sul 2023.
I rendimenti lordi medi sono più alti degli affitti lunghi, circa 7,2% vs 4,1%, soprattutto nelle destinazioni turistiche.
Distribuzione territoriale: Circa metà delle notti avviene fuori dalle grandi città, aiutando a decongestionare i centri e a portare reddito in zone rurali o marginali. Il turismo nel suo complesso, diretto + indiretto, contribuisce a circa il 9,6% del PIL italiano (dati Istat 2023 aggiornati).
Gli affitti brevi sono una componente dinamica di questo settore, più flessibile e spesso più accessibile degli hotel, e non sono la causa della crisi abitativa nazionale, che dipende soprattutto da rigidità urbanistiche, burocrazia, fiscalità e dinamiche demografiche/reddito.
In sintesi: benefici netti elevati a livello nazionale e nelle aree interne/borghi, dove generano reddito, riqualificazione e indotto.
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