Giovanni Nardecchia, sostituto procuratore in Cassazione, candidato al Csm nel collegio di legittimità per il gruppo “Autogoverno diffuso”, nel programma individuate nella riforma del Testo Unico sulla dirigenza il cuore della lotta al correntismo, proponendo di vincolare la discrezionalità del Csm con parametri rigorosamente oggettivi e punteggi predeterminati a monte. Come garantite che la predeterminazione dei criteri non sacrifichi la valutazione del reale merito organizzativo e delle attitudini umane di un candidato?
Predeterminare non significa comprimere ciò che si valuta, ma dichiarare in anticipo quanto pesa. Nessuno propone un algoritmo che sostituisca il giudizio: proponiamo che il rilievo dei singoli indicatori attitudinali, e i criteri con cui vengono accertati, siano stabiliti a monte, sottraendoli alla logica del caso per caso e alla negoziazione interna. Il merito organizzativo continua a essere il cuore della valutazione; cambia il fatto che il suo peso non venga deciso a valle, quando i nomi sono già sul tavolo. Ma c’è un punto che vorrei ribaltare: è l’esperienza degli ultimi anni a dimostrare che l’ampiezza della discrezionalità non ha prodotto valutazioni più vicine al reale merito organizzativo dei candidati. Ha prodotto motivazioni adattabili a risultati già predeterminati. Nel sistema attuale gli uffici direttivi di grandi dimensioni sono valutati a “maglie larghe”, con una valutazione globale che, in assenza di vincoli stringenti, affida l’esito alle maggioranze che di volta in volta si formano; per gli altri uffici opera l’“imbuto”, dove di equivalenza in equivalenza l’esito viene infine deciso da un solo parametro, spesso del tutto secondario rispetto al profilo complessivo. Né l’uno né l’altro valorizzano il merito reale. Le attitudini, del resto, non si accertano con l’aggettivazione motivazionale più o meno enfatica: si accertano con strumenti conoscitivi. Per questo chiediamo che agli incarichi di coordinamento e collaborazione corrispondano criteri oggettivi accompagnati dal monitoraggio dell’attività concretamente svolta, e soprattutto che i magistrati dell’ufficio siano coinvolti in modo strutturato e periodico nella valutazione dei dirigenti, sia in sede di conferma sia ai fini di nuovi incarichi. L’ascolto dei colleghi è la fonte di conoscenza sulle capacità relazionali e organizzative che oggi manca del tutto. La predeterminazione, insomma, non è nemica del merito: è la condizione perché il merito sia leggibile, e la scelta trasparente e verificabile da chi ne è destinatario.
Il vostro programma richiama con forza il principio costituzionale per cui i magistrati si distinguono solo per le funzioni e non per i gradi, criticando la rincorsa agli incarichi direttivi come tappe di una “carriera ascendente”. Lei ha un percorso trentennale tra merito, ruoli giudicanti, requirenti e oggi in Cassazione. Come fa a convincere un giovane magistrato che la carriera “non esiste” e che la gerarchia vada smantellata?
Non dico che non esistano percorsi professionali: dico che non devono essere una scala. Il mio percorso è la prova che si può crescere muovendosi in orizzontale. Sono in magistratura dal 1992: giudice civile, giudice delegato ai fallimenti e giudice delle esecuzioni nei tribunali di Como e di Monza, dal 2020 sostituto procuratore generale in Cassazione. Funzioni diverse, non gradi diversi. Se qualcosa insegna un percorso così, è che la varietà delle esperienze è una ricchezza, non una confusione dei ruoli. Quanto alla gerarchia: non parliamo di smantellare nulla, parliamo di applicare l’articolo 107 della Costituzione. Al collega più giovane direi che il dirigente di un ufficio non è “capo” di alcunché: è la persona che assume, per un tempo limitato, una responsabilità organizzativa e che l’assunzione di un ufficio direttivo o semidirettivo non è il primo passo di una diversa “carriera”. Modello che vogliamo incentivare con misure concrete: ad esempio con un incentivo al completamento dell’incarico, ovvero allo svolgimento di un periodo di effettivo ritorno alla giurisdizione tra un incarico direttivo e l’aspirazione a uno nuovo, ovvero con disincentivi alla formazione di circuiti di carriere parallele, con la valorizzazione dell’anzianità e della pluralità delle esperienze, perché il passaggio tra funzioni requirenti e giudicanti e il lavoro in gradi e settori diversi non siano penalizzanti. E aggiungerei che smantellare la deriva gerarchica conviene proprio a lui. La domanda che conta, per un magistrato che entra oggi in servizio, non è quando potrà fare il semidirettivo: è se il suo lavoro quotidiano ha valore, se ha voce nel progetto organizzativo del suo ufficio, se le riunioni di sezione si tengono davvero e con i dati alla mano, se i carichi sono distribuiti in modo equilibrato, se nei primi anni trova un tutor che gli trasmetta il sapere professionale. La costruzione di percorsi gerarchizzati produce l’effetto opposto: divide la magistratura in una parte “alta” e una parte “bassa” e indebolisce, insieme alla centralità della giurisdizione, l’indipendenza interna di tutti.
Sul tema delle valutazioni di professionalità rifiutate la logica delle sole “crocette” statistiche, ma chiedete al contempo di integrare nei pareri dei Consigli Giudiziari elementi oggettivi sul concreto esercizio della funzione. Non c’è il rischio che, allargando le maglie del parere oltre i meri dati numerici, si riapra la porta a giudizi discrezionali o condizionati dagli equilibri locali dei singoli Consigli Giudiziari?
Il rischio esiste, e non lo sottovaluto: è precisamente la ragione per cui nel programma parliamo di limiti rigorosi e predeterminati. Non chiediamo pareri liberi, chiediamo pareri veri. La differenza sta nella natura di ciò che si aggiunge: elementi oggettivamente verificabili e ancorati ad attività documentabili, non valutazioni di stima personale. Ciò che va bandito è esattamente l’opposto di quanto proponiamo, ossia l’aggettivazione enfatica: è lì che passano la discrezionalità incontrollata e, con essa, le relazioni. Del resto, le due degenerazioni sono figlie dello stesso errore. Un parere ridotto a un insieme di crocette non protegge da nulla: semplicemente non dice nulla, e rinvia la selezione al momento della nomina, dove il vuoto conoscitivo viene colmato da altro. La valutazione di professionalità e il conferimento degli incarichi vanno invece resi coerenti: gli stessi elementi oggettivi, gli stessi criteri di accertamento. Contro il condizionamento locale abbiamo tre presidi. Primo: è il Csm a stabilire a monte, in modo uniforme, quali elementi possono essere segnalati e con quali criteri; il Consiglio giudiziario non decide le regole del gioco. Secondo: la verificabilità. Un elemento che non è documentabile non entra nel parere. Terzo: il dato statistico va reso migliore, non abbandonato – omogeneo, attendibile, comparabile, capace di rilevare anche le attività che oggi non trovano rappresentazione e di tenere conto delle differenze tra uffici e materie. Il nuovo Data Warehouse del Csm va sviluppato esattamente in questa direzione. In sintesi: non più discrezionalità, ma più fatti.
Una delle proposte più innovative del vostro programma è trasformare il Csm da mero organo di controllo a interlocutore stabile che “accompagna” i dirigenti, persino con un’interlocuzione preventiva della VII Commissione sui progetti organizzativi. Alcuni critici evidenziano che questo approccio rischia di confondere il ruolo del governo autonomo con quello della gestione, paralizzando la VII Commissione e deresponsabilizzando i dirigenti degli uffici. Qual è il confine esatto tra il supporto dell’autogoverno e la sua ingerenza nella gestione quotidiana degli uffici?
Il confine è netto ed è la decisione. Il progetto organizzativo lo scrive il dirigente, la responsabilità della scelta resta sua, e la valutazione finale resta del plenum. Il Consiglio non cogestisce l’ufficio e non entra nel merito delle opzioni organizzative: verifica, come oggi, la conformità alle circolari. Quello che proponiamo riguarda il momento in cui quella verifica avviene. Oggi il rapporto tra ufficio e Consiglio si instaura quasi sempre alla fine, quando il provvedimento è già adottato: se emerge una criticità, si torna indietro, e passano mesi. Un’interlocuzione istruttoria che faccia emergere prima il problema non allunga i tempi, li accorcia – e migliora la qualità della decisione finale. Non è deresponsabilizzazione: è il contrario del silenzio. E l’accompagnamento di cui parliamo è soprattutto un’attività generale, non caso per caso: tavoli periodici con i dirigenti distinti per tipologia e dimensione di ufficio, circolazione delle buone prassi, e soprattutto orientamenti interpretativi condivisi, perché le circolari siano applicate in modo uniforme e prevedibile su tutto il territorio nazionale. Questo è esercizio della funzione di indirizzo del Consiglio, che è compito suo proprio. Aggiungo una cosa che ho sentito ripetere negli incontri fatti negli uffici tra giugno e luglio: i dirigenti si misurano con una complessità crescente in una condizione di sostanziale solitudine. Un autogoverno che si limita a controllare a cose fatte non li rende più responsabili: li lascia soli.
Se la vostra lista dovesse entrare in plenum, la vostra priorità sarà costruire convergenze sui singoli contenuti del programma con le altre componenti consiliari o intendete muovervi come un blocco di rottura rispetto al tradizionale funzionamento delle commissioni?
Convergenze sui contenuti, senza ambiguità. Chi si presenta senza vincolo di mandato è per definizione disponibile a valutare nel merito ogni proposta, da qualunque componente provenga: sarebbe contraddittorio rivendicare l’indipendenza e poi votare per appartenenza, anche se l’appartenenza fosse la propria. Non siamo nati per fare opposizione dentro il Consiglio. Siamo nati da un documento programmatico e da assemblee aperte, e su molti punti – la copertura degli organici, l’Ufficio per il processo, gli applicativi informatici, l’edilizia giudiziaria, la tempestività delle pratiche a tutela – le convergenze sono possibili con tutti e, francamente, doverose. Detto questo, non nascondo che su un punto non c’è trattativa: la riduzione della discrezionalità nel sistema delle nomine. Non è un dettaglio tecnico, è la ragione per cui questa candidatura esiste. Su quel terreno il nostro contributo sarà quello di chi chiede un modello unico di valutazione a discrezionalità fortemente vincolata e pesi dichiarati a monte, e lo chiederà con continuità, anche quando non sarà maggioritario. La rottura, se si vuole usare questa parola, riguarda il metodo, non le persone e non le componenti. Significa niente rinvii funzionali alla costruzione di accordi – chiediamo che il conferimento avvenga entro sei mesi dalla vacanza e che la V Commissione deliberi entro quindici giorni dall’inserimento all’ordine del giorno, salvi i casi di effettiva necessità istruttoria; significa nessuna trattativa che leghi tra loro pratiche diverse; significa rendere pubbliche e leggibili le posizioni assunte e le ragioni dei voti. È qui che vedo la nostra funzione più utile, in continuità con il lavoro svolto in questa consiliatura dal consigliere Fontana: mettere i colleghi in condizione di conoscere in modo tempestivo non solo gli esiti, ma la complessità delle questioni e le dinamiche reali che accompagnano le decisioni. Molte prassi resistono perché non sono visibili. Il controllo diffuso della magistratura è il più efficace fattore di cambiamento del funzionamento delle commissioni, molto più di qualunque contrapposizione.
Autogoverno diffuso propone candidature che nascono “dal basso” e “libere da vincoli e logiche di appartenenza”. Tuttavia, il dibattito interno definisce ormai apertamente la vostra lista come una propaggine di Md. Come si concilia la claim di una totale indipendenza dai blocchi associativi con un apparentamento elettorale così esplicito con la corrente storicamente più caratterizzata del panorama giudiziario?
Guardiamo la cronologia, che spiega la sostanza. Il percorso nasce dall’esperienza associativa milanese, si alimenta, all’indomani della campagna referendaria, dalla convinzione che alle proposte di riforma della magistratura non si rispondesse difendendo l’esistente, ma avviando una seria autoriforma del governo autonomo. Da lì il manifesto sottoscritto in vista dell’assemblea straordinaria dell’Anm del 16 maggio, poi un documento programmatico firmato da circa duecento magistrati di merito e di legittimità con cui è stata proposta la mia candidatura, poi le assemblee di Milano, del Veneto, dei distretti meridionali, da cui sono maturate le altre candidature. Il Consiglio nazionale di Magistratura democratica ha deliberato il proprio sostegno il 5 luglio, alla fine di questo percorso. Il sostegno è arrivato al progetto: non è il progetto a essere nato dal sostegno. E la forma conta. Non c’è un cartello elettorale e non c’è alcun vincolo di mandato. C’è un gruppo associativo che, nel collegio unico nazionale di legittimità ed in quelli requirenti, ha scelto di non presentare propri iscritti, di sostenere candidature altrui sulla base di convergenze programmatiche verificabili: revisione del Testo Unico sulla dirigenza, magistratura orizzontale, partecipazione dei magistrati alla vita degli uffici, valorizzazione delle competenze professionali, superamento delle logiche spartitorie. Convergenze programmatiche alla base del collegamento tra i candidati nei collegi giudicanti di Autogoverno Diffuso e quelli di Magistratura democratica. È l’esatto contrario dell’occupazione di uno spazio: è un gruppo che accetta di contare per le idee che promuove e non per le tessere che schiera. Non è la prima volta che accade – è successo con la candidatura indipendente di Roberto Fontana nel 2022, con l’apertura del rinnovo del Csc dell’Anm a candidati esterni, con le elezioni associative e per il Consiglio giudiziario a Milano. Poi c’è una distinzione che considero decisiva. Il correntismo non è l’esistenza dei gruppi né il pluralismo culturale della magistratura, che è una ricchezza: è l’uso della rappresentanza come strumento di raccolta e gestione del consenso, e lo scambio che ne deriva. Combattere il primo fenomeno non richiede di negare il secondo. Aggiungo che indipendente non significa autosufficiente: non credo che l’elaborazione culturale necessaria a un impegno di questa portata possa nascere dalla sola esperienza individuale, e il confronto con un gruppo che da decenni produce pensiero sulla giurisdizione è per me una risorsa, non una catena. Poi c’è la domanda di fondo, che è quella vera. Se leggiamo ogni cosa soltanto con le categorie dell’appartenenza, ne perdiamo il significato: questa scelta dimostra invece che è possibile costruire convergenze attorno alle idee e ai programmi, nel pieno rispetto dell’autonomia e dell’identità di ciascuno. Se vogliamo davvero rinnovare il governo autonomo, forse dobbiamo imparare a leggere questi percorsi con categorie nuove, capaci di riconoscere il valore dei contenuti prima ancora delle appartenenze. Cercare il consenso di chi condivide le tue idee non è dipendenza. Dipendenza sarebbe il vincolo di mandato: e non c’è, né lo accetterei.
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