Contrastare l’azzardo: quali strumenti hanno a disposizione i Comuni


Quanto e come il welfare viene messo a dura prova dall’azzardo? Tanto e in modo pervasivo. Lo si capisce molto bene se guardiamo al locale. Anzi, all’iper-locale, ai 7.901 comuni italiani. Lo sa molto bene, numeri e lunga esperienza sul campo alla mano, Massimo Masetti, componente del comitato scientifico di Avviso Pubblico, nonché ex vicesindaco di Casalecchio sul Reno della Città Metropolitana di Bologna.

Gli abbiamo chiesto cosa succede quando un’amministrazione locale deve gestire le conseguenze di un fenomeno che non può nemmeno misurare. In Italia infatti non è mai stato fatto un bilancio sociale dell’azzardo. Quali dunque le correlazioni tra azzardo e costi sociali (indebitamento, usura, desertificazione commerciale, perdite di lavoro, divorzi)?

Il vuoto statistico

Il punto di partenza è proprio la mancanza di un bilancio sociale del gambling italiano, «un problema segnalato da tempo da chi si occupa di azzardo. Si tratta infatti di una materia di cui l’Istat non si occupa». Eppure il comparto dell’azzardo in Italia vale oggi «una cifra stimata intorno ai 180 miliardi di euro. Si tratta di una proiezione basata sui dati dei primi sei mesi del 2026. Senza considerare che, a fronte di un giocato in costante aumento, l’entrata erariale resta stazionaria. D’altronde, con 180 miliardi di euro, il consumo di azzardo dovrebbe (seppur assurdamente) rientrare nel paniere Istat: vale infatti quasi quanto la spesa alimentare degli italiani».

L’ultimo dato disponibile sul costo dell’azzardo per i territori risale al 2017, quando l’Istituto superiore di Sanità stimò un costo tra i 6 e i 7 miliardi di euro. È un numero ormai datato, tuttavia «proiettandolo in proporzione alla crescita del giocato tra il 2017 e il 2025, e considerando che l’entrata erariale cresce meno del giocato, si arriverebbe oggi a un range tra i 12 e i 15 miliardi di euro: una cifra superiore all’intero gettito fiscale che lo Stato ricava dal settore».

La sottrazione di ricchezza al territorio

Eppure l’azzardo è un settore economico che offre posti di lavoro. Parliamo di indotto. Anche se dipende da quale angolazione lo si guarda. «Esiste una stima di settore che parla di centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma quel numero include anche baristi e tabaccai per cui l’azzardo è un’attività secondaria. Salvo ovviamente i casi, sempre più diffusi, di sale slot camuffate da bar…». Inoltre, «la gestione delle sale slot genera un numero di posti di lavoro limitato. Un gestore, uno o due addetti a turno, eventualmente un servizio bar interno. Con questo non sto dicendo che non ci sia occupazione, ma che questa è marginale rispetto al numero di persone che perdono il lavoro a causa del gioco, che si indebitato ecc». Se dunque mettiamo sui due piatti della bilancia i posti di lavoro creati e i posti di lavoro persi, «il secondo piatto pesa decisamente di più».

Ma non solo. Da quantificare ci sarebbe «la mancata ricaduta economica sui territori, perché il denaro speso in azzardo viene sottratto all’economia reale locale. Se una persona, invece di giocare a una slot machine o a una Vlt, va a fare la spesa, dal parrucchiere o a prendere un aperitivo, quei soldi tornano nel tessuto economico locale. Se invece gioca a una slot machine, nella grande maggioranza dei casi la ricaduta locale è residuale». Il grosso va ai concessionari, allo Stato e alla filiera dell’azzardo «che non sono presenti sul territorio. Solo una piccola quota infatti resta al gestore locale. E in gran parte i ricavi vengono ormai trasferiti all’estero». Oggi infatti nessun concessionario ha più sede legale in Italia.

I compro oro e la criminalità organizzata

Esiste non a caso una correlazione tra i compro oro e le sale slot «tanto che in alcune leggi regionali i compro oro vengono classificati come “luoghi sensibili” e quindi soggetti a una distanza minima dai luoghi in cui si vende azzardo». È il caso della Lombardia che ha introdotto questo vincolo in modo non retroattivo: «Le attività preesistenti restano dove sono, ma da quel momento in poi vale la distanza minima anche dai compro oro, oltre che dai bancomat, considerati anch’essi luoghi sensibili, perché permettono di procurarsi rapidamente denaro da giocare subito dopo».

Al Sud questa correlazione è più evidente. «Per esempio nelle province campane. Dove chiudono i panifici, aprono compro oro e sale slot, arrivando a sostituire buona parte delle attività commerciali preesistenti». Peraltro «stiamo assistendo a una crescita generale dei compro oro, legata all’aumento del prezzo dell’oro come bene rifugio».

Tutto questo senza entrare nel merito della diffusione della criminalità organizzata nella gestione di attività commerciali usate per riciclare denaro. In particolare non è raro il fenomeno di «piccoli commercianti o artigiani che si indebitano con la persona sbagliata per ripianare perdite di gioco e poi, per estinguere il debito, cedono quote o l’intera attività, restando come prestanome. Dall’esterno l’attività appare identica, ma la proprietà reale è ormai mafiosa».

Cosa possono fare i Comuni: le sanzioni…

In materia di sanzioni, tutto dipende dalla volontà politica del Comune di applicarle, ma la normativa cambia molto da territorio a territorio, perché le leggi regionali e le ordinanze sindacali sono autonome. Perciò, dove la legge regionale non fissa importi precisi, si applica l’articolo 7-bis del Testo unico degli Enti locali «che prevede sanzioni generiche comprese tra 25 e 500 euro: cifre così basse che i gestori le mettono semplicemente in conto come un costo di gestione». L’Emilia-Romagna ha invece scelto di normare la materia in modo specifico, «fissando una sanzione di 3mila euro per ogni singola slot machine non a norma, con la possibilità, in caso di reiterazione, di arrivare al sequestro dell’attività». La differenza è determinante anche nel meccanismo di calcolo: «Se la sanzione colpisce ogni singola macchina e non l’esercizio nel suo complesso, l’importo cresce in proporzione: su una sala con 40 slot accese, la cifra si moltiplica per 40, diventando un deterrente reale».

Un altro strumento che i Comuni hanno a disposizione sono i distanziometri. Per esempio la legge regionale dell’Emilia-Romagna a cui lo stesso Masetti ha lavorato, «impone un distanziometro di 500 metri dai luoghi sensibili. Nel caso in cui si trovino al confine con un altro Comune, il vincolo si estende anche al territorio limitrofo. Così in piccoli Comuni molto densi di luoghi sensibili (chiese, scuole, ecc.) può risultare che l’intero territorio comunale sia coperto dal vincolo. In questi casi il Tar ha dato ragione ai Comuni, stabilendo che nulla vieta di aprire nel Comune limitrofo. Dove invece il vincolo dei 500 metri non copre tutto il territorio, il Comune può comunque scegliere in quali zone metterlo e in quali no».

Lo stesso vale per gli orari di apertura. «Nelle Regioni dove la legge non li disciplina già a monte, come fa il Veneto, sono i sindaci a poterli fissare con una ordinanza propria», ma perché la norma abbia effetto serve che la Polizia locale controlli sul campo se le slot restano accese oltre l’orario consentito, e sanzioni chi non rispetta la regola. «Anche in questo caso, quindi, la differenza tra una norma sulla carta e una norma che funziona davvero si gioca sulla volontà del Comune di farla rispettare».

…e l’urbanistica

I Comuni possono agire in modo incisivo con la pianificazione territoriale «decidendo in quali zone consentire l’apertura di punti gioco e in quali no, anche se non può escludere l’azzardo dall’intero territorio, perché si tratta di un’attività lecita in Italia, normata dallo Stato. Un divieto totale sarebbe in contrasto con la liceità del gioco d’azzardo e con la libertà d’impresa». Tuttavia si possono «destinare a questo tipo di attività zone meno appetibili commercialmente, lontano dalle arterie principali o dal centro, così da scoraggiare l’investimento».

I Comuni possono anche «alzare gli standard di parcheggio pertinenziale per questo tipo di attività come già avviene per i supermercati. In pratica, se il gestore non riesce a reperire lo spazio necessario, non può aprire l’attività: una misura che, per esempio nei centri storici, può risultare di fatto impeditiva per mancanza fisica di spazio».

I Comuni inoltre possono vietare le insegne luminose e la pubblicità esterna ai locali: «L’insegna deve essere presente, ma non luminosa, e non collocata sulla strada. Si può anche vietare l’oscuramento completo delle vetrine delle sale slot, così che chi gioca all’interno non perde la percezione dello scorrere del tempo».

Cosa non possono fare i Comuni

Ci sono alcuni impedimenti normativi per i Comuni che anzitutto «non possono impedire arbitrariamente l’apertura di una sala slot, dove questa è consentita, se non hanno preventivamente messo in campo gli strumenti urbanistici descritti sopra». I Comuni non possono neppure regolamentare in autonomia il fenomeno dei “gratta e vinci”, del Lotto e delle lotterie istantanee «ad esempio limitando gli orari di vendita come si fa con le slot machine o i corner scommesse. L’unico tentativo in questo senso è stato fatto dal Comune di Bergamo con l’ex sindaco Gori, che lo ha inserito nel proprio regolamento, ma difficile dire se di fatto sia mai stato oggetto di controlli».

Un’altra area critica riguarda l’autorizzazione antimafia prevista dall’articolo 88 del Tulps, necessaria per aprire un’attività di gioco, che viene rilasciata dalla Prefettura. «Il meccanismo cambia a seconda che il territorio abbia o meno un distanziometro regionale: dove esiste, la Prefettura è tenuta a interpellare il Comune per verificare che l’apertura rispetti i vincoli di distanza; dove non esiste, la Prefettura rilascia l’autorizzazione in autonomia, lasciando al Comune il solo controllo urbanistico successivo». In pratica, in questi casi, il gestore arriva già con un’autorizzazione prefettizia in mano, «il che rende molto più difficile per il Comune intervenire in un secondo momento. Quanto questo meccanismo funzioni o meno dipende dal rapporto che la Prefettura ha con il territorio». Sul gioco online, infine, «i Comuni non hanno alcun margine di intervento: possono agire unicamente sul piano della prevenzione, del contrasto culturale e dell’informazione».

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