Il Digital Product Passport alla prova delle imprese
Secondo la European Digital Product Passport Readiness Survey, pubblicata a inizio anno da KPMG, il 97% delle oltre settanta organizzazioni europee intervistate (un campione ristretto, ma indicativo) ha già sentito parlare del Passaporto digitale dei prodotti, in inglese Digital Product Passport (DPP), lo strumento europeo destinato a rendere consultabili informazioni sui prodotti lungo il loro ciclo di vita.
Che cos’è il Digital Product Passport?
Il DPP associa a un prodotto, a un modello o a un lotto, secondo i requisiti applicabili, un insieme strutturato di informazioni consultabili attraverso un supporto digitale, come un codice QR. I contenuti possono riguardare materiali, caratteristiche tecniche, prestazioni ambientali, riparabilità e gestione del fine vita. Consumatori, operatori economici e autorità di controllo potranno accedere alle informazioni di rispettivo interesse, secondo modalità differenziate stabilite per ciascuna categoria di prodotto.
A fronte di un livello di conoscenza così elevato, tuttavia, soltanto il 19% degli intervistati si è dichiarato ben preparato alla sua introduzione, mentre il 23% delle organizzazioni non ha ancora individuato una funzione aziendale responsabile della sua attuazione.
La ricerca ha inoltre evidenziato difficoltà nella raccolta dei dati presso fornitori appartenenti a filiere spesso articolate su più livelli, nell’integrazione delle informazioni distribuite tra sistemi aziendali differenti e nel coordinamento delle diverse funzioni coinvolte.
A queste criticità si è aggiunta l’incertezza sui requisiti tecnici ancora in corso di definizione.
Il quadro delineato dal rapporto assume particolare significato alla luce dei recenti sviluppi europei: il 20 luglio 2026 è entrato in funzione il registro dei passaporti digitali, accompagnato da un ambiente di prova destinato agli operatori economici. Dal 18 febbraio 2027 il passaporto diventerà obbligatorio per determinate categorie di batterie, mentre per altri prodotti l’introduzione seguirà tempi e requisiti specifici, progressivamente definiti a livello europeo.
Le difficoltà rilevate dalla ricerca KPMG indicano già alcune delle conseguenze di questa trasformazione. La preparazione del passaporto richiederà alle imprese di intervenire sui rapporti con i fornitori, sull’organizzazione dei processi (ne abbiamo parlato in un altro articolo) e sulle modalità di gestione delle informazioni di prodotto. Si tratta di attività che modificheranno anche il contenuto delle prestazioni professionali richieste dalle imprese.
Dal Passaporto digitale dei prodotti alla gestione delle informazioni
Il divario evidenziato dalla ricerca KPMG si spiega, almeno in parte, con il modello su cui si fonda il Digital product passport.
Il passaporto riguarda un prodotto del quale il fabbricante deve assicurare la disponibilità delle informazioni prescritte, che devono essere accurate, complete e aggiornate; quelle stesse informazioni, tuttavia, possono provenire da soggetti differenti, perché il prodotto finito incorpora materiali e componenti realizzati da altri operatori, ciascuno dei quali dispone soltanto di una parte delle conoscenze necessarie.
Si comprende così perché conoscere l’esistenza del passaporto digitale sia ben diverso dall’essere preparati alla sua introduzione: per il fabbricante, infatti, occorre ricostruire un patrimonio informativo distribuito lungo la filiera, verificarne la corrispondenza con le caratteristiche effettive del prodotto e assicurare che rimanga coerente nel tempo.
Le difficoltà rilevate da KPMG nella raccolta dei dati, nell’integrazione dei sistemi e nell’attribuzione delle responsabilità trovano in questa articolazione una possibile chiave di lettura.
Il legislatore europeo ha previsto strumenti per affrontare tali difficoltà.
Le disposizioni relative alle singole categorie di prodotti definiranno quali informazioni debbano essere disponibili e chi possa inserirle o aggiornarle, e potranno imporre specifici obblighi di collaborazione ai fornitori.
La progressiva definizione di questi requisiti contribuirà a ridurre le incertezze normative, senza tuttavia risolvere automaticamente le difficoltà organizzative: la disponibilità di un’informazione, la sua attendibilità e la possibilità di collegarla al prodotto corretto dipendono anche dai rapporti tra gli operatori e dal funzionamento dei processi aziendali.
È su questo terreno che le imprese dovranno intervenire, sviluppando sistemi di gestione capaci di raccordare le informazioni provenienti dalla filiera con quelle generate internamente, individuare le responsabilità e garantire controlli e aggiornamenti coerenti con i requisiti applicabili. L’adozione di una piattaforma informatica rappresenterà una componente di questo processo, la cui efficacia dipenderà soprattutto dalla capacità di organizzare le relazioni tra soggetti, informazioni e attività.
Da questa esigenza deriva una conseguenza importante per il mondo professionale: la costruzione e la gestione del DPP richiederanno competenze capaci di affrontare contemporaneamente aspetti tecnici, giuridici, ambientali, organizzativi e digitali.
Le professioni di fronte a una nuova domanda di competenze
La necessità di organizzare un sistema di gestione delle informazioni modifica anche il contenuto della richiesta che le imprese rivolgono oggi ai professionisti.
Interpretare una prescrizione, valutare la conformità di un prodotto o verificare la correttezza di una dichiarazione rimangono attività essenziali: con il Passaporto digitale dei prodotti, però, assume un’importanza crescente la capacità di comprendere come quelle informazioni vengano prodotte, quali relazioni esistano tra i soggetti che le utilizzano e quali condizioni ne garantiscano l’attendibilità nel tempo.
È un cambiamento che investe il modo stesso di prestare consulenza: la correttezza di un’informazione ambientale può dipendere dalla documentazione tecnica di un componente, dalla metodologia impiegata per determinarne le caratteristiche e dalla sua corretta qualificazione rispetto alla disciplina applicabile. Il professionista chiamato a valutarla deve, quindi, confrontarsi con conoscenze che possono trovarsi al di fuori del proprio ambito specialistico. La collaborazione tra competenze diverse diventa parte del processo attraverso il quale si costruisce una risposta attendibile per l’impresa.
Il punto assume particolare rilievo nei rapporti di filiera: le informazioni ricevute dai fornitori devono poter essere utilizzate senza perdere il collegamento con le rispettive fonti e con le condizioni alle quali sono state prodotte. Per questo, la definizione degli obblighi contrattuali, la verifica delle evidenze tecniche e l’organizzazione dei flussi informativi sono aspetti strettamente connessi. Un consulente giuridico che intervenga sugli accordi di fornitura, ad esempio, dovrà poter dialogare con chi conosce le caratteristiche dei materiali e con chi organizza i sistemi nei quali le relative informazioni vengono gestite.
Come si interseca il DPP con le competenze dei professionisti ambientali?
Queste interazioni interessano anche le competenze ambientali e HSE.
Fra le informazioni che la disciplina europea contempla figurano quelle relative alle sostanze che destano preoccupazione, alla riparabilità e alla gestione dei prodotti al termine della loro vita utile, secondo i requisiti stabiliti per le singole categorie: la loro disponibilità mette in relazione attività che intervengono in momenti differenti del ciclo di vita. Chi si occupa di conformità del prodotto deve considerare informazioni che potranno essere utilizzate da chi ne effettua la manutenzione, lo smontaggio o il recupero, mentre le valutazioni ambientali e di sicurezza possono contribuire a determinarne il significato e le condizioni di utilizzo.
Un collegamento analogo riguarda la sostenibilità. Le informazioni sulle caratteristiche ambientali dei prodotti potranno alimentare ulteriori valutazioni aziendali, comprese quelle funzionali alla rendicontazione ESG, purché siano coerenti con le metodologie, i perimetri e le finalità delle informazioni da comunicare. La possibilità di utilizzare uno stesso patrimonio informativo per esigenze differenti renderà particolarmente importante la capacità di riconoscere quali dati siano effettivamente trasferibili da un contesto all’altro e quali richiedano ulteriori elaborazioni o verifiche.
Il DPP potrà così favorire l’evoluzione di professionalità già esistenti e la formazione di figure con competenze trasversali, capaci di raccordare conformità normativa, conoscenza del prodotto e gestione delle informazioni.
Questo sviluppo non comporterà necessariamente la nascita di professioni completamente nuove: è più probabile che si affermino nuove modalità di collaborazione e specializzazioni, collocate all’intersezione tra discipline che già oggi concorrono alla gestione dei prodotti, dei loro impatti e delle responsabilità delle imprese.
Anche il contenuto degli incarichi professionali potrà modificarsi: accanto alle attività di interpretazione normativa e verifica della conformità, acquisteranno rilievo l’analisi dei processi informativi, l’individuazione delle criticità organizzative e l’assistenza nella costruzione di procedure capaci di mantenere nel tempo la corrispondenza tra dati e prodotti. Per le imprese di minori dimensioni, questo contributo potrà essere particolarmente importante per affrontare richieste provenienti da clienti differenti senza moltiplicare inutilmente strumenti, documentazione e attività di controllo.
La competenza professionale si misurerà, dunque, anche nella capacità di comprendere il funzionamento complessivo dell’organizzazione e di individuare i collegamenti necessari fra conoscenze specialistiche, e l’efficacia dell’assistenza dipenderà dalla possibilità di trasformare prescrizioni e informazioni di origine diversa in un processo coerente con le caratteristiche e le esigenze dell’impresa.
Oltre l’adempimento, una diversa prospettiva professionale
L’introduzione del Digital Product Passport è ancora caratterizzata da un’applicazione progressiva, con requisiti e tempi che dipenderanno dalle singole categorie di prodotti; le imprese dovranno quindi confrontarsi con un quadro in evoluzione, nel quale la preparazione organizzativa dovrà procedere insieme alla definizione delle prescrizioni applicabili.
Questa gradualità offre ai professionisti l’opportunità di accompagnare le imprese nella costruzione di sistemi informativi proporzionati alle loro effettive necessità, valorizzando quanto già disponibile e individuando le integrazioni richieste dai nuovi obblighi. La scelta degli strumenti tecnologici avrà un ruolo importante, ma la loro efficacia dipenderà dalla qualità delle informazioni e dalla capacità dell’organizzazione di governarle.
Da dove può partire un’impresa e come deve usare a suo vantaggio il Passaporto digitale dei prodotti?
Per un’impresa, e per il professionista che la assiste, i primi passi sono meno complessi di quanto si pensi:
– mappare i fornitori da cui dipendono le informazioni obbligatorie, partendo dai primi livelli della filiera allo scopo di capire subito “chi sa che cosa”;
– rivedere le clausole di fornitura, prevedendo obblighi di trasmissione, aggiornamento e indicazione della fonte dei dati;
– individuare un responsabile interno che metta in dialogo acquisti, qualità, ambiente, ufficio legale e sistemi informativi;
– seguire gli atti europei relativi alla propria categoria di prodotto, che fisseranno tempi e contenuti effettivi.
In questa prospettiva il DPP può assumere un significato più ampio per il mondo professionale: il suo sviluppo potrà contribuire a superare una gestione frammentata delle informazioni di prodotto, favorendo forme di collaborazione fra competenze diverse.
Per le imprese, il vantaggio potenziale consiste nella disponibilità di informazioni utilizzabili in più momenti del ciclo di vita del prodotto, dalla progettazione alle attività di manutenzione e recupero.
Per i professionisti, la prospettiva è quella di un’attività sempre più legata alla capacità di interpretare e governare le relazioni tra norme, prodotti, informazioni e processi aziendali.
La preparazione al passaporto digitale potrà così diventare anche un’occasione per ripensare il contributo delle competenze professionali alla gestione delle imprese. Il valore dell’assistenza sarà legato alla capacità di rendere le informazioni affidabili, comprensibili e utilizzabili da soggetti differenti, conservando nel tempo il collegamento con le caratteristiche effettive dei prodotti.
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