#Finsubito news – Manovra 2027, il fisco cambia direzione: meno tasse sul ceto medio. Ma attenzione alla crescita


di Marco Salustri, Consigliere Nazionale Unimpresa con delega Fisco e Tributi

La politica fiscale del Governo punta ad alleggerire il prelievo sui redditi delle famiglie e a reperire nuove risorse dal comparto finanziario. Una scelta che presenta elementi condivisibili ma che deve avere un focus sulla crescita economica del Paese e permettere alle imprese di competere sui mercati internazionali.

La manovra finanziaria per il 2027 offre uno spunto interessante per riflettere sulla direzione che sta assumendo la politica fiscale italiana. Gli interventi su IRPEF, IRES e IVA delineano una strategia che, almeno nelle intenzioni, cerca di conciliare due esigenze: alleggerire il peso delle imposte su una parte dei contribuenti e garantire allo Stato le risorse necessarie per finanziare gli interventi previsti.

A un primo esame la scelta appare comprensibile. E’ necessario capire se questa impostazione sia sufficiente ad affrontare le difficoltà strutturali dell’economia italiana, che continua a fare i conti con una crescita modesta, una produttività ancora debole e un sistema imprenditoriale caratterizzato da dimensioni mediamente contenute.

Sul versante dell’IRPEF, il provvedimento più significativo riguarda l’estensione del secondo scaglione, con l’aliquota del 33% applicabile fino a 55.000 euro di reddito. Il costo stimato per le casse pubbliche è di circa 1,43 miliardi di euro e la misura interessa oltre tre milioni di contribuenti.

È una scelta che va nella direzione giusta. Da tempo il ceto medio rappresenta una delle categorie maggiormente esposte alla pressione fiscale, spesso senza poter beneficiare delle agevolazioni riservate alle fasce di reddito più basse. Ridurre il prelievo su questi redditi significa restituire una parte della capacità di spesa a famiglie che, negli ultimi anni, hanno dovuto fare i conti con l’aumento dei prezzi e con una progressiva riduzione del potere d’acquisto.

Non bisogna però sopravvalutare gli effetti della misura. Una riduzione fiscale, per quanto apprezzabile, non si traduce automaticamente in un aumento dei consumi. Una parte delle risorse recuperate potrebbe essere destinata al risparmio o alla riduzione dei debiti familiari. Inoltre, il carattere temporaneo dell’intervento non offre quella certezza che sarebbe necessaria per incidere stabilmente sulle decisioni economiche delle famiglie.

Il discorso cambia quando si passa alla tassazione delle imprese. Qui la manovra sceglie di concentrare il maggiore prelievo su banche e assicurazioni, senza intervenire in maniera generalizzata sull’aliquota IRES ordinaria.

L’aumento di tre punti percentuali dell’addizionale IRES determina un maggior gettito stimato in circa 784 milioni di euro nel 2027. Considerando anche gli altri interventi fiscali che interessano il comparto, il contributo complessivo richiesto al settore finanziario arriva a circa 5,8 miliardi.

È una scelta che merita una riflessione più approfondita. È certamente legittimo che il legislatore individui settori economici ai quali chiedere un contributo aggiuntivo, soprattutto quando ritiene che esistano margini di redditività adeguati. Tuttavia, non si può dimenticare che le banche non sono soltanto soggetti passivi d’imposta: rappresentano uno dei principali canali attraverso i quali il risparmio si trasforma in finanziamento per imprese e famiglie.

Un aumento della pressione fiscale, incentrata sul sistema bancario, non determina necessariamente una riduzione del credito ma può incidere sulle strategie di investimento, sulla patrimonializzazione e sulle condizioni applicate alla clientela. Il rischio è che una parte del maggiore onere finisca, direttamente o indirettamente, per ricadere proprio sugli operatori economici e sui risparmiatori che la manovra dovrebbe contribuire a sostenere.

Non meno interessante è la questione del regime forfettario. L’estensione della soglia a 100.000 euro ai fini delle imposte sui redditi rappresenta un intervento significativo per il mondo delle partite IVA. Rimane tuttavia ferma a 85.000 euro la soglia rilevante ai fini IVA, con la conseguenza che i contribuenti che si collocano nella fascia tra 85.000 e 100.000 euro potranno mantenere il regime forfettario reddituale, ma saranno tenuti ad applicare l’imposta sul valore aggiunto.

Si tratta di una soluzione che cerca di ampliare i benefici fiscali per i lavoratori autonomi senza estendere ulteriormente il regime di esclusione dagli obblighi IVA. Resta da capire quale sarà l’effetto concreto sulle attività professionali e sulle piccole imprese, anche in considerazione della diversa natura della clientela. Chi lavora prevalentemente con altre imprese si trova infatti in una situazione diversa rispetto a chi offre servizi direttamente ai consumatori finali.

Al di là delle singole disposizioni, è però il quadro complessivo a sollevare le questioni più importanti.

Le previsioni di crescita per il 2027 rimangono contenute. In un contesto del genere, una politica fiscale che si limita a redistribuire il carico tributario rischia di avere effetti limitati. Ridurre le imposte sul reddito può sostenere i consumi, così come chiedere un contributo maggiore al settore finanziario può garantire nuove entrate. Ma nessuna delle due misure, da sola, è in grado di risolvere i problemi strutturali del sistema produttivo italiano.

Il vero nodo rimane la capacità delle imprese di investire, crescere e aumentare la propria produttività. Per farlo servono regole stabili, una pressione fiscale sostenibile e una politica economica che premi chi reinveste gli utili, senza eccessivi vincoli, assume personale e aumenta la propria dimensione aziendale.

C’è poi un aspetto che non dovrebbe essere trascurato: la certezza del diritto tributario. Le continue modifiche alle regole fiscali rendono difficile programmare l’attività economica, soprattutto per le piccole e medie imprese, che non dispongono delle strutture amministrative e finanziarie delle grandi organizzazioni.

Una riforma fiscale efficace dovrebbe quindi puntare non soltanto a ridurre alcune aliquote o a individuare nuove fonti di gettito, ma soprattutto a costruire un sistema più semplice, stabile e coerente.

La manovra 2027 contiene interventi condivisibili, in particolare sul fronte della riduzione dell’IRPEF. Tuttavia, resta la sensazione che si continui a intervenire sulle conseguenze di una crescita insufficiente senza affrontarne fino in fondo le cause.

Ed è proprio qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito sulla politica fiscale dei prossimi anni. Perché uno Stato non rafforza stabilmente le proprie entrate aumentando continuamente il prelievo su questo o quel settore, ma creando le condizioni affinché famiglie e imprese possano produrre più reddito.

La vera sfida della manovra 2027 non sarà, dunque, stabilire chi pagherà più tasse e chi ne pagherà meno. Sarà dimostrare che il sistema fiscale può diventare uno strumento di sviluppo, anziché limitarsi a essere uno strumento di redistribuzione di una ricchezza che continua a crescere troppo lentamente.

Marco Salustri
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Author: Marco Salustri

La mia esperienza lavorativa è sempre stata rivolta alla figura imprenditoriale, al fine di supportare la sua attività in ambito fiscale, contabile e di strategia d’impresa. Sin dai primi anni di pratica, e fino al 2010, ho fornito consulenza fiscale e societaria a medie e grandi imprese. La mia preparazione è maturata presso lo studio professionale nel quale ancora oggi presto la mia consulenza e, altresì, per circa 10 anni, come membro della Commissione Consulenza Aziendale dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Roma (fino al 2017 compreso). Col tempo ho acquisito il titolo di Conciliatore Professionista, iscritto alla Camera di Commercio di Roma (dal 2005 al 2013). Mi sono occupato di studi inerenti alla fiscalità dello Stato della Città del Vaticano e mi occupo, tutt’ora, di valutazioni d’azienda , analisi di bilancio e principi contabili di piccole e medie imprese. Il mio interesse, a cui dedico in particolare i miei studi, è, attualmente, quello inerente la fiscalità e il bilancio delle piccole imprese che ritengo essere il vero cuore pulsante della creatività e della cultura del nostro Paese, figure oggi a rischio di estinzione. Dedico , dunque, la maggior parte della mia attività professionale ad aiutare queste realtà nell’affrontare le sfide e gli ostacoli che il fisco pone nei loro confronti, al fine di mantenere sempre vivo l’estro di chi ha reso grande nel tempo l’economia italiana. Attualmente ricopro la carica di consigliere nazionale di Unimpresa.


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