#Finsubito news – Cosa cambierebbe con l’exit tax nella Legge di Bilancio 2027



Trasferirsi all’estero potrebbe diventare molto più costoso per chi possiede investimenti finanziari consistenti. Il disegno di legge di Bilancio 2027 introduce una novità destinata a cambiare le valutazioni di chi, dopo aver vissuto in Italia, decide di stabilire la propria residenza fiscale in un altro Paese. Si tratta dell’exit tax, un’imposta che potrebbe colpire i guadagni maturati sugli investimenti anche quando questi non sono ancora stati venduti.


La questione, tuttavia, supera i confini della fiscalità. Dopo anni di agevolazioni pensate per richiamare professionisti internazionali e grandi patrimoni, l’Italia rischia di trasmettere un messaggio contraddittorio: conveniente per entrare, decisamente meno per uscire.

La proposta ha già sollevato preoccupazioni tra consulenti tributari e investitori, tanto da spingere il Governo ad aprire alla possibilità di correggere il provvedimento. La nuova tassa, per il momento, non è legge, ma il confronto politico ed economico è già iniziato.

Exit tax 2027: chi potrebbe essere obbligato a pagare

Il meccanismo previsto dalla manovra si rivolge a una categoria precisa di contribuenti. Non basterà, infatti, trasferire il proprio domicilio oltreconfine per vedersi presentare un conto dal Fisco italiano.

Secondo l’articolo 17 del disegno di legge, la misura interesserebbe chi ha mantenuto la residenza fiscale in Italia per almeno sei degli ultimi dieci periodi d’imposta e possiede attività finanziarie rilevanti per un valore complessivo non inferiore a 800.000 euro.

Un’altra condizione fondamentale riguarda la perdita del diritto dello Stato italiano di tassare i redditi finanziari interessati a seguito del trasferimento all’estero.

La disposizione prende in considerazione partecipazioni societarie, titoli, strumenti d’investimento e altre attività finanziarie, comprese determinate cripto-attività. Il riferimento, dunque, non è genericamente al patrimonio personale: possedere un immobile di valore elevato non significa automaticamente rientrare nell’ambito della nuova imposta.

Il prelievo sarebbe applicabile ai trasferimenti di residenza fiscale efficaci dal 1° gennaio 2027, qualora il Parlamento confermasse la disposizione nella sua formulazione attuale.

La tassa del 26% può scattare anche senza vendere gli investimenti

L’elemento più delicato riguarda il momento in cui nasce il debito tributario. Normalmente, quando un investitore vende un titolo realizzando un guadagno, su quella differenza viene applicata la tassazione prevista dalla legge.

Con l’exit tax, invece, il trasferimento all’estero potrebbe determinare l’imposizione di plusvalenze latenti, ossia incrementi di valore che esistono sulla carta ma non si sono ancora trasformati in denaro effettivamente incassato.

Per comprenderne l’impatto basta un esempio. Immaginiamo un contribuente che abbia acquistato determinate attività finanziarie per 650.000 euro. Al momento della valutazione fiscale, gli stessi investimenti valgono 900.000 euro.

La differenza positiva è pari a 250.000 euro. Applicando l’aliquota ordinaria del 26%, l’imposta teorica ammonterebbe a 65.000 euro, pur in assenza di una vendita.

Si tratta di una simulazione semplificata: il trattamento effettivo dipenderebbe dalla composizione del portafoglio, dalle regole fiscali applicabili ai singoli strumenti e dalle eventuali condizioni per rinviare il versamento. Ad esempio, per alcune categorie di titoli pubblici opera un trattamento agevolato, mentre per determinate cripto-attività valgono aliquote differenti.

Il principio rimane comunque significativo. Un investimento può generare un obbligo fiscale prima ancora di aver prodotto liquidità disponibile.

Pagamento, rinvio e rimborsi: cosa prevede la manovra

Il disegno di legge non stabilisce un’unica modalità di versamento per tutti i contribuenti. La regola generale prevede il pagamento dell’imposta entro 180 giorni dalla perdita della residenza fiscale italiana.

Esiste però un’alternativa per chi si trasferisce in uno Stato dell’Unione europea oppure in un Paese che garantisce adeguati strumenti di cooperazione amministrativa e recupero dei crediti tributari.

In queste situazioni sarebbe possibile scegliere di rinviare il saldo fino alla cessione degli investimenti, a condizione di versare inizialmente un acconto del 50% dell’imposta e fornire un’idonea garanzia.

La durata del differimento sarebbe di cinque periodi d’imposta per i trasferimenti nell’Unione europea e di dieci per quelli effettuati negli altri Stati ammessi al beneficio.

Il testo contempla anche la possibilità che l’imposta non sia più dovuta. Ciò avverrebbe, ad esempio, qualora gli investimenti non venissero ceduti entro il periodo previsto per il rinvio. Sono inoltre disciplinati i casi di rientro in Italia e di trasferimento dei beni per successione.

Le somme eventualmente versate in eccesso potrebbero essere rimborsate. Si tratta di correttivi importanti, che tuttavia non eliminano l’impatto finanziario dell’acconto e delle garanzie richieste.

Il paradosso italiano: prima gli incentivi per arrivare, ora il conto per partire

Per comprendere perché l’exit tax stia provocando tante reazioni occorre ricordare l’evoluzione della politica tributaria italiana nell’ultimo decennio.

Dal 2017 il nostro Paese ha costruito un sistema di agevolazioni rivolto anche ai cittadini facoltosi provenienti dall’estero. Uno degli strumenti più conosciuti è il regime dei nuovi residenti, che consente di versare un’imposta sostitutiva annuale sui redditi prodotti fuori dall’Italia.

Originariamente fissato a 100.000 euro, questo importo è stato progressivamente aumentato, fino a raggiungere 300.000 euro per i nuovi ingressi soggetti alla disciplina più recente.

Accanto a tale meccanismo, altre disposizioni hanno favorito il rientro di lavoratori qualificati e professionisti, attraverso una riduzione della quota di reddito sottoposta a tassazione per un periodo determinato.

Queste politiche hanno contribuito ad accrescere l’interesse internazionale verso alcune città italiane, soprattutto Milano, diventata una destinazione particolarmente ricercata da manager, imprenditori e professionisti del settore finanziario.

Il risultato ha avuto anche effetti meno favorevoli: l’aumento della domanda immobiliare nelle zone più richieste ha alimentato il dibattito sull’accessibilità delle abitazioni e sul costo della vita.

Il problema adesso è diverso. Un sistema fiscale che offre vantaggi all’ingresso, ma cambia sensibilmente le condizioni di uscita, rischia di perdere prevedibilità. E per chi organizza investimenti, attività professionali e trasferimenti familiari su un orizzonte pluriennale, la stabilità delle regole può contare quanto il risparmio immediato.

Resta inoltre da chiarire definitivamente il rapporto tra l’exit tax e i regimi agevolati già utilizzati dai nuovi residenti, soprattutto rispetto alla natura e alla localizzazione dei beni finanziari interessati.

Quanto incasserebbe davvero lo Stato? Le cifre sorprendono

Un altro aspetto merita attenzione: il contributo atteso dall’imposta alle entrate pubbliche appare relativamente contenuto.

Le stime associate alla manovra indicano un gettito di circa 3,37 milioni di euro nel 2027, destinato a salire intorno a 6,74 milioni annui dal 2028 al 2031.

Non sono importi trascurabili in senso assoluto, ma rappresentano una quota molto limitata delle risorse movimentate ogni anno dalla finanza pubblica italiana. Inoltre, le restituzioni previste per chi non realizza le plusvalenze potrebbero ridurre successivamente gli incassi effettivi.

Da qui nasce una domanda di politica economica: vale la pena introdurre una misura potenzialmente capace di scoraggiare l’arrivo di investitori internazionali per ottenere un gettito così modesto?

Il dubbio non riguarda soltanto i contribuenti più ricchi. Il limite di 800.000 euro si riferisce infatti al valore delle attività finanziarie considerate e non a un patrimonio complessivo necessariamente multimilionario.

In determinate circostanze potrebbero quindi essere coinvolti anche professionisti, ex dirigenti e persone che hanno accumulato risparmi nel corso di una lunga carriera.

D’altra parte, chi sostiene una maggiore tassazione dei grandi patrimoni richiama il problema della distribuzione della ricchezza. Secondo i dati della Banca d’Italia riportati da Reuters, nel 2023 il 10% delle famiglie più abbienti deteneva circa il 60% della ricchezza netta nazionale.

Il punto politico è trovare un equilibrio tra equità fiscale e competitività economica, senza trasformare la mobilità internazionale in una scelta condizionata da oneri difficilmente prevedibili.

Il Governo apre alle correzioni: le parole di Maurizio Leo

Le prime critiche hanno già prodotto una reazione istituzionale. Il 5 novembre 2026, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha confermato a Reuters la disponibilità dell’esecutivo a valutare modifiche alla disciplina proposta.

Non è stato tuttavia indicato quali aspetti potrebbero essere rivisti. Le possibili questioni riguardano la soglia patrimoniale, il coordinamento con le agevolazioni preesistenti, le modalità di calcolo e il trattamento di chi ha già trasferito in Italia la propria residenza confidando in un determinato quadro normativo.

La disponibilità al confronto assume un’importanza particolare perché il provvedimento si trova ancora nella fase parlamentare.

L’articolo 17 del disegno di legge di Bilancio 2027, consultabile sul sito della Camera dei deputati, contiene la disciplina che dovrebbe essere introdotta nel Testo unico delle imposte sui redditi attraverso il nuovo articolo 307-bis.

Il Parlamento potrà confermare, modificare oppure eliminare le disposizioni durante l’esame della manovra, che dovrà concludersi entro la fine dell’anno.

Nel frattempo, gli operatori del settore osservano con attenzione le scelte del Governo. La stessa Reuters ha documentato le preoccupazioni dei consulenti fiscali sulle conseguenze che l’incertezza normativa potrebbe avere sulle decisioni di trasferimento.

La vera sfida non è tassare chi parte, ma convincere chi arriva a restare

La discussione sull’exit tax può essere letta attraverso una prospettiva più ampia. In un’economia caratterizzata dalla circolazione internazionale di capitali, competenze e attività professionali, la capacità di attrarre contribuenti ad alto reddito non dipende esclusivamente dalle aliquote.

Contano la qualità dei servizi pubblici, la certezza del diritto, la semplicità degli adempimenti e la possibilità di programmare il proprio futuro senza temere continui cambiamenti delle condizioni fiscali.

Un Paese può legittimamente rivendicare il diritto di tassare i guadagni maturati durante la permanenza dei contribuenti sul proprio territorio. È una scelta che trova riscontri anche in altri ordinamenti. Ma il modo in cui questo principio viene tradotto in legge può fare la differenza tra un sistema equilibrato e un disincentivo alla permanenza.

Per l’Italia, dunque, la questione non si esaurisce nel decidere quanto chiedere a chi trasferisce la residenza all’estero. Occorre capire come conciliare questa scelta con la strategia di attrazione dei talenti e degli investimenti costruita negli anni precedenti.

La partita dell’exit tax 2027 si giocherà su questo equilibrio: tutelare le entrate dello Stato senza compromettere la fiducia di chi considera l’Italia un luogo nel quale vivere, lavorare e investire nel lungo periodo.


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