il paradosso tra eccellenza clinica e buchi neri informativi


Mentre l’Europa si prefigge l’obiettivo ambizioso di eradicare la tubercolosi (TB), l’Italia presenta un quadro epidemiologico profondamente contraddittorio: un’incidenza complessivamente bassa, ma un aumento costante dei casi che sfida i trend di molti partner europei.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) 2026, basato sui dati 2024, il nostro Paese ha registrato un incremento annuo medio dell’8,6% nel tasso di notifica tra il 2020 e il 2024, muovendosi in controtendenza rispetto a nazioni come l’Islanda o la Slovenia, dove la malattia è in calo.

L’assenza di un protocollo nazionale sulla tubercolosi in Italia ha conseguenze rilevanti sia cliniche che di sanità pubblica

Sebbene il tasso di notifica italiano (5,3 casi ogni centomila abitanti) resti inferiore alla media europea di 8,4, il ritmo di crescita desta allarme, soprattutto se associato a gravi lacune nella raccolta dei dati clinici essenziali.

Come osserva con preoccupazione Chiara Montaldo, Responsabile Medica di Medici Senza Frontiere (MSF), «l’assenza di un protocollo nazionale sulla tubercolosi in Italia, non solo per il monitoraggio della terapia, ma anche per lo screening, la diagnosi, e il follow‑up, ha conseguenze rilevanti sia cliniche che di sanità pubblica». Questa mancanza di coordinamento rischia di trasformare una malattia curabile in una minaccia strutturale, alimentata dalle vulnerabilità dei gruppi più fragili.

Vulnerabilità e impegno di Medici Senza Frontiere (MSF)

Chiara Montaldo

L’analisi del profilo dei pazienti rivela una spaccatura netta: il 63,2% dei casi di TB in Italia riguarda persone di origine straniera, con un’età media di soli 38,8 anni, contro i 52,2 degli italiani.

Questa sproporzione non è un dato biologico, ma il riflesso di condizioni di vita e barriere d’accesso che MSF denuncia da anni. Montaldo spiega che l’attuale percorso migratorio espone le persone a gravi traumi fisici e psicologici, carenza nutrizionale e patologie debilitanti che facilitano lo sviluppo della malattia: «Le condizioni di scarsa igiene e di sovraffollamento in cui spesso le persone sono costrette a vivere aumentano il rischio di infezioni a trasmissione respiratoria», sottolinea, precisando che tale precarietà persiste spesso anche una volta giunti in Italia, sia all’interno che all’esterno di un sistema di accoglienza talvolta carente.

Il labirinto burocratico e il codice STP

Le barriere che impediscono a un giovane o a una giovane migrante l’accesso a una diagnosi precoce sono molteplici e stratificate. Esistono ostacoli amministrativi, esacerbati dalle differenze regionali che complicano i percorsi di assistenza, e barriere culturali aggravate dalla mancanza di adeguati servizi di mediazione interculturale.

Senza monitoraggio è impossibile valutare l’efficacia dei programmi o correggere le politiche sanitarie

Molte persone ignorano i propri diritti, perdendosi nella burocrazia per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale o ignorando l’esistenza del codice STP (Straniero Temporaneamente Presente), che pure garantirebbe cure essenziali per la TB. A ciò si aggiunge il timore che l’accesso alle cure comporti segnalazioni alle autorità, oltre alla paura della discriminazione e dello stigma ancora legati a questa patologia. MSF evidenzia inoltre l’impatto delle condizioni lavorative: contratti precari e orari rigidi impediscono spesso di assentarsi per le visite, mentre i costi indiretti come i trasporti rendono difficile la continuità terapeutica anche quando i farmaci sono gratuiti.

L’opacità dei dati e il rischio della tubercolosi multiresistente

Il punto più critico sollevato da MSF riguarda però il “buco nero” dei dati. Il rapporto ufficiale indica uno 0,0% di monitoraggio nazionale degli esiti terapeutici, una cecità istituzionale che impedisce di sapere quanti pazienti effettivamente guariscano o interrompano le cure. Questa carenza ha un impatto diretto sull’epidemiologia della tubercolosi multiresistente (MDR-TB), che in Italia interessa circa il 6% dei casi testati. «Il rischio è quello di aumentare i casi di MDR-TB, che è più difficile e costosa da trattare», avverte Montaldo, precisando che senza monitoraggio è impossibile valutare l’efficacia dei programmi o correggere le politiche sanitarie. Questa dinamica amplifica le disuguaglianze in contesti già vulnerabili, come i centri di accoglienza, le carceri e le residenze per anziani, dove la trasmissione di ceppi resistenti trova terreno fertile.

Analisi epidemiologica e determinanti sociali

Giovanni Sotgiu

Sul versante tecnico-scientifico, Giovanni Sotgiu — Membro del Consiglio Superiore di Sanità (CCS) e Professore ordinario di Statistica medica ed Epidemiologia presso l’Università degli Studi di Sassari — offre una lettura analitica della crescita dei contagi. Secondo il professore, l’incremento dell’8,6% riflette in parte un recupero diagnostico post-pandemia, simile a quanto avvenuto globalmente con il ritorno alla normale operatività dei servizi sanitari e della cosiddetta “cascata di cura”.

Tuttavia, i dati indicano chiaramente che la tubercolosi rimane un problema di sanità pubblica che richiede un’attenzione costante. Sotgiu evidenzia come quasi il 70% dei casi diagnosticati riguardi la forma polmonare, ovvero quella più contagiosa, rendendo cruciali le indagini epidemiologiche per l’identificazione dei contatti.

L’elevata incidenza nella fascia d’età produttiva (25-44 anni, con oltre mille casi) trova spiegazione nei due diversi andamenti della malattia in Italia. Da un lato vi è la popolazione nativa, composta prevalentemente da anziani con comorbidità che impattano il sistema immunitario; dall’altro la popolazione migrante, in cui si osserva spesso la riattivazione di un’infezione latente acquisita nel Paese di origine.

Condizioni di vulnerabilità sociale, barriere di accesso al servizio sanitario, condizioni abitative precarie e professionali sfavorevoli rappresentano determinanti di malattia

«Condizioni di vulnerabilità sociale, barriere di accesso al servizio sanitario, condizioni abitative precarie e professionali sfavorevoli rappresentano determinanti di malattia», spiega Sotgiu, sottolineando come tali fattori alterino il sistema immunitario favorendo la progressione verso la forma attiva. Per l’esperto del CSS, non esistono rischi specifici per la popolazione generale a patto che venga eseguita una diagnosi precoce e prescritta una terapia appropriata.

Strategie comunitarie e governance nazionale

L’efficacia della risposta italiana alla TB si gioca quindi sul campo della prevenzione e dell’identificazione dei soggetti ad alto rischio, seguendo le raccomandazioni dell’OMS. Sotgiu pone l’accento sulla necessità di gestire al meglio il follow-up dei soggetti in terapia, inclusi quelli con forme farmaco-resistenti, per evitare riprese della malattia dovute a una scarsa aderenza terapeutica. «Fondamentale, in termini preventivi, agire sui determinanti sociali di malattia», conclude il professore, richiamando l’istituzione a un approccio che superi la mera gestione clinica del singolo caso per abbracciare una strategia di controllo comunitario più robusta.

L’efficacia della risposta italiana alla TB si gioca sul campo della prevenzione e dell’identificazione dei soggetti ad alto rischio

Il confronto europeo mette a nudo le fragilità della rendicontazione italiana. Se quasi tutti i Paesi dell’area UE/EEA hanno sistemi di sorveglianza quasi completi (>95%) per variabili anagrafiche, l’Italia crolla drammaticamente sulla trasparenza dei risultati terapeutici e dei test di suscettibilità ai farmaci. Inquieta notare come il nostro Paese abbia riportato lo 0,0% di dati completi sullo stato HIV dei pazienti affetti da TB, un’informazione vitale per gestire le co-infezioni e ridurre la mortalità, che in Italia causa circa 300 decessi all’anno. Inoltre, solo per il 58,1% dei casi è disponibile la storia clinica precedente, contro una media europea vicina al 90%.

La mancanza di dati trasforma una patologia curabile in una sfida per la sicurezza sanitaria nazionale

Questa opacità informativa impedisce una governance efficace. Come ribadito da Montaldo, la mancanza di dati trasforma una patologia curabile in una sfida per la sicurezza sanitaria nazionale, colpendo in modo sproporzionato i soggetti più fragili. La tubercolosi polmonare, rappresentando il 69,9% dei casi italiani, richiede una capacità di intervento rapida e uniforme su tutto il territorio nazionale. L’attuale frammentazione regionale e l’assenza di protocolli di monitoraggio standardizzati creano “zone d’ombra” in cui il batterio può continuare a circolare, alimentando potenzialmente ceppi sempre più resistenti ai trattamenti convenzionali.

Il rapporto Oms Europa-Ecdc 2026 funge dunque da monito: l’Italia non può permettersi di ignorare il trend di crescita né di continuare a gestire la TB con un sistema di sorveglianza parziale.

La strada indicata dagli esperti coinvolge un duplice binario: da un lato, l’abbattimento delle barriere burocratiche e sociali che impediscono ai giovani migranti di curarsi tempestivamente, come auspicato da MSF; dall’altro, un potenziamento delle indagini epidemiologiche e della medicina preventiva per colpire i determinanti sociali della malattia, come suggerito dal professor Sotgiu.

Solo attraverso una trasmissione dati rigorosa e una strategia nazionale coordinata l’Italia potrà uscire dalla sua attuale condizione di controtendenza europea e contribuire concretamente all’obiettivo globale di un mondo libero dalla tubercolosi.


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 Mario Catalano

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