Benjamin Netanyahu di nuovo di fronte a una scelta. Da una parte, in vista delle imminenti elezioni, deve tenere il passo degli alleati estremisti di governo sulle promesse da fare alla popolazione convinta che l’attentato del 7 ottobre 2023 rappresenti l’occasione perfetta per una definitiva occupazione dei Territori palestinesi, del Libano e della Siria. Dall’altra ha però gli Stati Uniti che, nonostante il pieno sostegno garantito fino a ora, ha necessità di portare a casa risultati in termini diplomatici, ossia almeno un avanzamento del processo di pace, in vista delle elezioni di midterm. Un’idea di quale sarà la strada che verrà intrapresa dal premier israeliano potrebbe emergere già nella serata di lunedì, dato che in Israele è atterrato Jared Kushner, insieme a una delegazione di Washington. A lui, sfruttando le profonde relazioni che il genero vanta nello Stato ebraico, Trump chiede di convincere il primo ministro ad assecondare le necessità della Casa Bianca.
Impresa non facile. Anche perché lo stesso Kushner non è nella posizione, e non avrà alcuna intenzione, di arrivare allo scontro con Tel Aviv, visti gli strettissimi rapporti tra la sua famiglia, di origine ebraica, grande sostenitrice di Netanyahu e finanziatrice di vari progetti di colonizzazione della Cisgiordania, e le élite sioniste. Un tentativo, però, verrà fatto. E sarà anche importante, dato che prima di arrivare in Israele il fidato consigliere del presidente americano e i funzionari al suo seguito hanno tenuto un summit con i vertici di Hamas in Egitto per capire quali spiragli possano aprirsi per tentare di realizzare la fase 2 del piano di pace promosso dal Board of Peace. Pur consapevoli che le maggiori resistenze vengono esercitate proprio dal governo di Netanyahu: è stato il premier, pochi giorni fa, a cambiare posizione sul ritiro dalla Striscia di Gaza, quando ha preteso che questo non avvenisse parallelamente al disarmo completo di Hamas, ma solo al termine di questo processo.
Un atteggiamento che non è piaciuto ai capi del Movimento di resistenza islamico, ma nemmeno al suo alleato alla Casa Bianca. Lo testimoniano le dichiarazioni rilasciate proprio da Trump nella mattinata di lunedì. Ad esempio, a Fox News ha ribadito che Israele “non dovrebbe colpire Gaza“, dato che Hamas “ha accettato di posare le armi”. E ha poi lanciato un messaggio criptico in vista del voto in Israele, dicendo di volersi tenere fuori dalla campagna elettorale ma, allo stesso tempo, che potrebbe dare il proprio endorsement a uno dei candidati. E questo potrebbe non essere Netanyahu. Hamas è consapevole che le posizioni del governo israeliano e dell’amministrazione americana non coincidono perfettamente e cerca di inserirsi in queste fratture. Così, il portavoce del partito armato palestinese, Hazem Qassem, ha lanciato un nuovo appello a Trump, riconoscendo il suo “impegno per un cessate il fuoco“, perché continui a “fare pressione sul governo di occupazione affinché rispetti gli accordi raggiunti per l’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump per la Striscia di Gaza”.
E dalle prime indiscrezioni circolate, nel corso dell’incontro durato circa 4 ore Kushner ha chiesto a Netanyahu proprio di non ostacolare il processo di pace. Difficile, nei giorni in cui il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, continua a soffiare sul fuoco del terrorismo israeliano affermando che andrebbero uccisi almeno 30-40 palestinesi a Gaza ogni notte. È in questo clima che gli Usa chiedono a Netanyahu una svolta moderata. Ma lui stesso, rivela la Cnn, lo ha chiarito: prima delle elezioni sarebbe un problema. Più netta la lettura di Ynet, secondo cui “la parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La fonte israeliana interpellata ha aggiunto che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.
Al termine dell’incontro, il primo commento è arrivato dall’ufficio del premier israeliano. “Il primo ministro e il Board of Peace hanno avuto discussioni approfondite e costruttive – si legge in una nota – È stato concordato di istituire due gruppi di lavoro, uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele sia il Board of Peace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza, e un secondo gruppo di lavoro che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”. Riguardo al disarmo, fa sapere Afp, le parti sono d’accordo che dovrà avvenire sotto la supervisione di un “generale americano”. Netanyahu e Kushner hanno “concordato che il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza fino a quando questo passaggio non sarà completato.
Vista la portata dell’incontro, insieme a Kushner sono presenti all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair, mentre per la controparte israeliana hanno partecipato anche David Zini, il capo dello Shin Bet, e Shlomi Binder, il capo dell’intelligence militare. Ma una delegazione, non è stato specificato se la stessa, vuole recarsi anche a Qusra, mentre è ancora in corso l’assedio dei coloni, sotto la protezione delle Forze di Difesa israeliane, alle famiglie del villaggio da giorni senza acqua ed elettricità, come riporta Channel 12. La tv ha spiegato che funzionari statunitensi hanno chiesto alla Difesa israeliana di unirsi a loro nel villaggio a sud di Nablus per spiegare cosa sta succedendo lì e come intendono affrontare il crescente fenomeno della violenza dei coloni ebrei. Una presa di posizione, dopo quella dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che ha definito i coloni “terroristi israeliani“, che rompe con l’atteggiamento di supporto mostrato invece dall’esecutivo Netanyahu.
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Redazione Esteri
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