Dei diritti e delle pene della disabilità – Informare un’H


di Pierluigi Frassineti*

Una “manina nascosta” del Decreto-Legge 144/2026 ha operato un taglio di 45,8 milioni, disarmando la riforma della disabilità alla vigilia della sua attuazione. Lo denuncia Pierluigi Frassineti, vicepresidente di FIDA (Coordinamento Italiano Diritti Autismo), che chiede che il taglio venga ripristinato; che nessuna copertura di spesa venga più reperita prelevando da altri fondi della disabilità; che siano effettivamente avviate le 2.131 assunzioni previste per il 2026 e sia finanziato il piano delle sedi richieste dall’INPS per attuare la valutazione di base; e che sia garantita trasparenza sui flussi finanziari della riforma.

Mano, il personaggio immaginario creato da Charles Addams nel 1938 come parte della famiglia Addams, nella versione della serie televisiva degli anni sessanta denominata “La famiglia Addams”.

Per una volta avevamo osato sperare. Il decreto legislativo 62 del 2024 non era una norma qualunque: portava dentro di sé le parole che aspettavamo da una vita. Progetto di vita. Autodeterminazione. Valutazione della persona nei suoi contesti, e non più soltanto una percentuale scritta su un verbale. Diceva, nero su bianco e in coerenza con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, che i nostri figli e le nostre figlie hanno diritto a un’esistenza scelta, e non subita. È vero, mancava la parolina “de-istituzionalizzazione”. E manca oggi, in fragrante – alla luce dei fatti che coinvolgono una delle “associazioni maggiormente rappresentative”, l’ANFFAS [Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo, N.d.R.] – in uno scenario in cui decine e decine di strutture sociosanitarie si stanno riorganizzando per tradire il principio della Convenzione stessa, allineandosi con le norme dettate dalla riforma. Come? Adottando astuti giochi di ruolo, sintetizzabili in «realizziamo in house serene case-famiglia, piccole comunità socioassistenziali in mezzo ai camici bianchi delle nostre RSA [residenze sanitarie assistite, N.d.R.], così ci ospitiamo le persone disabili a necessità di sostegno socio-assistenziale e i loro budget di salute». E mentre ci indigniamo di fronte alle immancabili notizie di violenze ignoriamo che è l’istituto stesso a generarle, prima con la spoliazione identitaria, la standardizzazione, la sorveglianza permanente, e infine con la contenzione.

Ma qui parliamo d’altro: per chi assiste ogni giorno, da solo, una persona con disabilità grave, quelle parole erano una promessa. Oggi è sotto gli occhi di tutti quanto quella promessa sia stata frustrata. Non nello spirito – lo spirito resta scritto, intatto, quasi a farci compagnia. È stata disarmata nello strumento, cioè nell’unica cosa che consente a una legge di mettere i piedi per terra: i soldi per farla funzionare. E il modo in cui è successo ha un nome che conosciamo bene. Una manina nascosta.

La porta murata nell’anno in cui doveva aprirsi
Tutta la riforma poggia su una porta d’ingresso. Si chiama valutazione di base: la visita che riconosce la condizione di disabilità e senza la quale non parte nulla – non il mitico progetto di vita, non i sostegni, non l’inclusione. Il legislatore aveva fissato il calendario: dal 1° gennaio 2027 questa porta si apre in tutta Italia, gestita dall’INPS. Per aprirla servivano risorse umane qualificate da assumere nel 2026: la legge autorizzava per quell’anno l’assunzione di 2.131 persone – 1.069 medici, 920 funzionari sanitari, 142 amministrativi – e stanziava i soldi per pagarle: 165 milioni di euro.
Il 7 agosto 2026, in fondo a un decreto che parla di terremoti, protezione civile ed enti locali [decreto-legge 144/2026, N.d.R.], l’articolo 9 riscrive quella cifra. Da 165 milioni la porta a 119. Quarantasei milioni in meno – per la precisione 45,8 milioni, oltre un quarto della dotazione – proprio nell’anno in cui bisognava assumere. È come licenziare i medici il giorno prima che si formi la fila. La coda si allungherà lo stesso: solo che resterà fuori dalla porta, in strada.

Il gioco delle tre carte
Il diavolo, come si dice, è nei dettagli. Già li sentiamo dire che i soldi non sono spariti, che sono stati “riallocati”. Non è vero, e lo dimostrano i numeri del decreto stesso.
Dei 45,8 milioni sottratti, poco più della metà – 23,6 milioni – viene spostato in un altro fondo della disabilità. Ma non è una restituzione: quei soldi lasciano la linea che paga il personale delle commissioni e finiscono in un contenitore che serve ad altro. Per la macchina che deve fare le visite, quindi, non mancano 22 milioni: mancano tutti e 45,8. Gli altri 22,2 milioni, invece, escono e basta: non tornano da nessuna parte, migliorano i conti dello Stato. Si tratta di una sottrazione netta e, consentite, canaglia.

E per l’altrettanto mitico 2027? Il decreto finge di aggiungere qualcosa: 8,8 milioni, ma li prende da un altro fondo destinato alle persone con disabilità. Si toglie da una tasca nostra per riempirne un’altra nostra, svuotando per giunta un fondo che quelle politiche già le pagava. Il risultato è uno solo: non arriva un euro nuovo. È il gioco delle tre carte, giocato con il denaro dei più fragili.

Dieci settimane prima, lo stesso Stato diceva il contrario
Che non si tratti di un errore o di una svista di bilancio ma di una scelta consapevole lo possiamo incredibilmente definire con una immagine: Il 28 maggio 2026 – appena dieci settimane prima del taglio – l’INPS aveva messo per iscritto due cose precise: che l’area medico-legale andava potenziata con risorse umane ed economiche aggiuntive, soprattutto dove il sistema è già in affanno; e che serviva un piano per costruire le sedi dove avvengono quelle visite. L’ente che deve realizzare la riforma certificava il bisogno di più personale e più strutture. Dieci settimane dopo, il Governo ha fatto l’esatto opposto.
Come dire che l’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale prima misura la fame e poi chiude la dispensa. Già nella legge di bilancio per il 2025 aveva limato 20 milioni dalla stessa linea. Venti milioni un anno, quarantasei l’anno dopo. Un’erosione progressiva e crescente, mano a mano che ci avviciniamo al giorno in cui la riforma dovrebbe finalmente nascere. Ti svegli un mattino e improvvisamente devi riconsiderare il futuro, il Dopodinoi (già ampiamente depotenziato nei territori), i progetti di residenzialità solidale, la qualità di vita dei nostri cari.

I soldi, quando vogliono, si trovano
Tuttavia, ed è la ciliegina sulla torta velenosa, nello stesso decreto, poche pagine prima, si trova serenamente lo spazio per istituire un nuovo posto dirigenziale presso un’altra autorità dello Stato, con la relativa spesa a regime. Una cifra minima rispetto ai milioni tagliati a noi, è vero. Ma è proprio la sproporzione a essere eloquente: quando si vuole, un capitolo di spesa nuovo si apre senza esitazione. Quando tocca alla disabilità, invece, la parola d’ordine diventa “nei limiti delle risorse disponibili”. La scarsità, per noi, è una gerarchia di priorità travestita da vincolo di bilancio. E in quella gerarchia, sistematicamente, veniamo messi in fondo.

Il difetto di fabbrica: una riforma senza portafoglio
Dietro tutto questo c’è un nodo strutturale che è la vera lezione politica di questa vicenda.
La riforma è figlia di un dicastero senza portafoglio. Il che risulta chiaro a tutti: si può firmare una legge bellissima, lungimirante, applaudita nei convegni – e non avere in mano la leva che decide se quella legge camminerà o resterà sulla carta. Quella leva sta altrove: nel MEF [Ministero dell’Economia e delle Finanze, N.d.R.], nelle pieghe della legge di bilancio, nei decreti omnibus di agosto dove nessuno guarda. È lì che una riforma vive o muore. Ed è lì che la nostra è stata colpita: non nel testo dei principi, che nessuno ha toccato, ma nella cassa che doveva farli arrivare sul terreno. La bella figura resta al ministro dei principi, il conto lo paghiamo noi.

Chi paga davvero
Sempre gli stessi. Se la porta d’ingresso resta senza personale, le persone aspettano, i progetti di vita non partono e il peso ricade sulle famiglie che assistono ogni giorno, da sole, senza tregua e senza ricambio.
Perché un diritto senza personale e senza fondi smette di essere un diritto e diventa una promessa rimandata. Peggio: si trasforma da prestazione che ti spetta in causa che devi vincere. Chi ha la forza, il tempo, l’avvocato e la lucidità, andrà davanti a un giudice a rivendicare ciò che la legge già gli riconosce. Chi non ce la fa – cioè chi è più solo, più povero, più stanco – resterà indietro. È il razionamento più crudele che esista: quello che colpisce le persone in proporzione inversa alla loro fragilità.

Che cosa chiediamo
Semplicemente che una legge dello Stato venga dotata degli strumenti per essere applicata. In sede di conversione del decreto domandiamo che:

  • il taglio dei 45,8 milioni sia integralmente ripristinato, restituendo alla linea delle assunzioni 2026 ciò che le è stato tolto;
  • nessuna copertura di spesa venga più reperita prelevando da altri fondi della disabilità: le nostre risorse non sono un bancomat per far quadrare i conti altrui;
  • siano effettivamente avviate le 2.131 assunzioni previste per il 2026 e sia finanziato il piano delle sedi, così che il 1° gennaio 2027 la porta si apra davvero;
  • sia garantita trasparenza sui flussi finanziari della riforma, con un rendiconto pubblico che dica, ogni anno, quanti soldi entrano, quanti escono e dove finiscono.

Il diritto resta scritto nella legge…
In conclusione ripetiamo l’ovvio: tra una legge scritta e una vita cambiata c’è di mezzo una cosa sola: le risorse di cui dispone. Quei soldi invece ce li stanno togliendo nel silenzio dell’estate più torrida della nostra vita, approfittando, come sempre, delle “disattenzioni” di una parte delle organizzazioni che hanno applaudito prima alla legge delega 227/2021 e poi al decreto legislativo 62/2024, che hanno riempito i costosi convegni che ne spiegavano la magnificenza.
Ce li ha tolti una manina gaglioffa, nascosta in fondo a un decreto sui terremoti. Una manina cannibale.

 

* Genitore, vicepresidente di FIDA, il Coordinamento Italiano Diritti Autismo

 

Ultimo aggiornamento il 17 Agosto 2026 da Simona


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