A Castorano (Ap) la rigenerazione delle aree interne è stato al centro del dibattito durante l’evento “La lunga Notte delle Chiese”, organizzato dall’associazione culturale Padre Carlo Orazi e dall’associazione 3Sicc
Lo spopolamento dei borghi ha trovato a Castorano (piccolo centro in provincia di Ascoli Piceno) un momento di confronto che ha visto seduti allo stesso tavolo: istituzioni, Chiesa, università e associazioni. L’occasione è stata proprio la Lunga Notte delle Chiese 2026, spazio di riflessione sul futuro delle aree interne e sulle strategie di rigenerazione territoriale sostenibile.
In un contesto in cui molti piccoli comuni italiani perdono progressivamente popolazione, servizi e attività economiche, il confronto si concentra su un punto chiave: come trasformare la fragilità in opportunità attraverso comunità attive e modelli collaborativi.
Borghi e aree interne: non solo un problema demografico
Lo spopolamento non riguarda soltanto i numeri. Quando un borgo si svuota, si indebolisce anche il tessuto sociale: diminuiscono i servizi di prossimità, si riducono le attività economiche e si perde quel patrimonio immateriale fatto di relazioni, conoscenze e identità locali.
A Castorano, il tema è stato affrontato con un cambio di prospettiva: non più solo criticità, ma potenzialità da attivare attraverso la riscoperta delle radici culturali, politiche di sviluppo locale, cooperazione e valorizzazione del territorio.
“Riparare la casa”: comunità e territorio come bene comune
Il tema nazionale de La Lunga Notte delle Chiese 2026, “Francesco, va’ e ripara la mia casa“, diventa una chiave di lettura simbolica ma concreta. La casa non è solo un edificio, ma una comunità da ricostruire nelle sue relazioni sociali, culturali ed economiche.


L’incontro si è aperto con i saluti istituzionali del sindaco di Castorano, Rossana Cicconi, che ha accolto i partecipanti sottolineando l’importanza del confronto sul futuro delle aree interne, sottolineando che l’obiettivo condiviso è rafforzare il legame con il patrimonio locale, inteso come bene comune da preservare e valorizzare in chiave contemporanea.
Durante l’incontro, Francesca Pantaloni, assessora con delega a bilancio, finanze, provveditorato ed economato, rapporti con le agenzie, gli enti dipendenti e le società partecipate, organizzazione e personale, pari opportunità, ha sottolineato la necessità di cambiare la narrazione dei borghi italiani.
Non più luoghi marginali, ma territori ricchi di qualità della vita, capitale sociale e patrimonio ambientale: “La bellezza di questi luoghi, di questi territori, è la testimonianza di quello che erano, dello splendore di quanto siano stati importanti e fiorenti un tempo“.


Quindi ha proseguito, “l’imponenza delle chiese e degli edifici storici dimostra il valore che questi luoghi avevano per le persone, per le comunità che ci vivevano e noi da qui dobbiamo partire per ricreare delle grandi opportunità per i giovani“.
Un approccio condiviso anche dal presidente della Provincia di Ascoli Piceno, Fabio Salvi, che invita a leggere lo spopolamento non solo come emergenza, ma come sfida di innovazione territoriale e nuova progettualità.
Salvi, durante i suoi saluti, ha spiegato che “non siamo qui a doverci confrontare con un problema perché, se usiamo questa terminologia, partiamo sconfitti; siamo qui ad affrontare il tema dello spopolamento dei borghi“.
Patrimonio culturale e sviluppo sostenibile delle aree interne
Il ruolo del patrimonio storico, artistico e religioso è centrale nel dibattito. Il vescovo della diocesi di Ascoli Gianpiero Palmieri ha richiamato la necessità di una visione di lungo periodo, sottolineando come senza prospettive di futuro anche l’identità di un territorio rischi di indebolirsi.
Ha evidenziato inoltre l’impegno della Chiesa nella tutela del patrimonio culturale, soprattutto quello legato alle aree interne, richiamando il lavoro di mons. Felice Accrocca e l’importanza di evitare una logica di accanimento terapeutico sui territori.


Nel suo intervento, Palmieri ha sottolineato come la rigenerazione delle aree interne passi dalla costruzione di reti tra enti locali, associazioni, imprese e comunità, in un’ottica di cooperazione e sviluppo sostenibile.
Ha spiegato che la crisi demografica ha anche una forte componente culturale e sociale, richiamando la necessità di contrastare la sfiducia e valorizzare le energie delle comunità, soprattutto dei giovani.
“Una crisi demografica si affronta su più fronti, anche attraverso l’accoglienza e la capacità di lavorare insieme come territorio. Nel nostro Dna ci sono collaborazione e accoglienza: dobbiamo imparare a valorizzarle” ha concluso Palmieri.
Cooperative di comunità: un modello concreto di rigenerazione
Al tavolo di discussione sono stati presentati anche esempi tratti da realtà sociali e organizzative. Tra i più interessanti c’è stato quello delle cooperative di comunità, che rappresentano uno degli strumenti più efficaci per contrastare lo spopolamento.
“Lo spopolamento si verifica in situazioni di marginalità, che però può essere tramutata in una ricchezza se si punta sulle comunità che, per questi contesti a forte rischio di marginalizzazione, possono essere un vero e proprio fattore di sviluppo“.
Ha esordito Antonella Di Maso, ricercatrice su questi temi presso Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Bergamo. Le cooperative di comunità, imprese nate da una comunità e per la comunità, che attivano servizi, lavoro e partecipazione locale, possono promuovere la rigenerazione locale, possono promuoverne la rigenerazione.


“Il principio è semplice: se manca un servizio, la comunità si organizza per crearlo, trasformando il bisogno in un’opportunità di sviluppo – ha sottolineato la ricercatrice – Nelle cooperative di comunità vediamo che la risposta arriva dal basso, cioè da persone che si mettono insieme e decidono di dare una risposta in modo creativo e informale“.
Tra le esperienze più significative spicca quella della cooperativa Valle dei Cavalieri di Succiso, nell’Appennino reggiano. Un modello studiato e imitato anche in Giappone, che ha permesso di mantenere i servizi essenziali, creare occupazione e attrarre nuove famiglie.
“Nel caso di Succiso, la comunità è stata in grado di riattivare filiere locali e relazioni economiche, anche valorizzando risorse che erano dormienti o che, comunque, per un approccio più capitalistico, sono state trascurate e dimenticate” ha spiegato Di Maso.
Ecomuseo e partecipazione: il caso della Valle dell’Aso
Un altro modello di rigenerazione territoriale è quello che coinvolge nove comuni marchigiani della Valle dell’Aso.
Raccontando degli esordi dell’esperienza, Carla Piermarini, vicepresidente del progetto culturale partecipato Ecomuseo della Valle dell’Aso, ha detto: “A un certo punto ci si è resi conto che tutti i comuni, pur avendo una storia unica, pur avendo delle identità peculiari, comunque potevano contribuire al racconto collettivo di una terra. Con questo obiettivo è nato Ecomuseo della Valle dell’Aso“.
Un progetto che non solo mira a promuovere il territorio, ma anche a costruire senso di appartenenza e attivare nuove energie sociali per contrastare lo spopolamento.


Questa visione si riflette anche in scelte di tipo politico e amministrativo, come spiegato durante la serata: “Sono dati di fatto che nei piccoli borghi la presenza della scuola è fondamentale e che le ridotte dimensioni degli ambiti amministrativi oggi non consentono a tutti di averne una. Davanti a questa situazione, la scelta delle amministrazioni dei comuni della Valle dell’Aso ci pare sia stata coraggiosa e controcorrente“.
Come ha illustrato Piermarini, “anche qui c’è stata un’operazione di condivisione. Alcuni tra i più piccoli comuni della Valle dell’Aso hanno fatto rinunce affinché, comunque, in ogni piccolo comune potesse sopravvivere una realtà scolastica.
Per esempio, Monte Vidon Combatte è un piccolo paese con una scuola dell’infanzia frequentata anche dai bambini di Ortezzano. Tutti i bambini poi frequentano la scuola primaria a Ortezzano. Quindi Monte Vidon Combatte ha ancora una scuola, ha solo un ordine di scuola, ma ce l’ha ancora. Ortezzano ha solo la scuola primaria, ma una scuola ancora ce l’ha“.
La rigenerazione delle aree interne passa dalle comunità
L’incontro di Castorano restituisce una visione chiara: il futuro dei borghi italiani dipende dalla capacità di fare rete e di mettere al centro le persone facendo leva sul patrimonio culturale condiviso.
Cooperative di comunità, ecomusei e collaborazioni tra istituzioni e cittadini rappresentano strumenti concreti per trasformare le aree interne in laboratori di innovazione sociale e sostenibilità territoriale.
La sfida non è solo fermare lo spopolamento, ma ricostruire comunità vive, resilienti e capaci di generare futuro.
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Laura Franceschi
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