Dopo aver apprezzato il libro “Abitare la Natura”, abbiamo rivolto all’autore qualche domanda per spiegare dove e come si impara a costruire e scegliere di vivere una casa biofilica
C’è una domanda che attraversa tutto il nuovo saggio di Alfredo Fusco e che, una volta letta, continua a risuonare anche dopo aver chiuso il libro: e se la casa, invece di limitarsi a essere efficiente e confortevole, si prendesse anche cura di noi?
È da qui che parte Abitare la Natura. Il biophilic design per il benessere in casa (Maggioli Editore, 275 pp – 36€), con postfazione di Lucia Krasovec-Lucas: un volume che affronta il tema della progettazione biofila applicata all’ambiente domestico con un approccio rigoroso, colto e sorprendentemente concreto.
In un momento storico in cui l’abitare è sempre più dominato da parametri tecnologici ed energetici – domotica, performance, isolamento, automazione – Fusco riporta al centro una questione spesso rimossa: il progressivo allontanamento dell’essere umano dalla natura.
Le case contemporanee sono diventate più intelligenti, più efficienti, più performanti. Ma nel processo hanno perso qualcosa di essenziale: il rapporto diretto, quotidiano, sensoriale con gli elementi naturali che influenzano il nostro equilibrio psicofisico. Ed è proprio qui che entra in scena il biophilic design.
Oltre il “verde decorativo”
Uno dei meriti principali del libro è chiarire immediatamente un equivoco molto diffuso: il biophilic design non coincide con il green design e non si esaurisce nell’inserimento di qualche pianta in soggiorno.
La progettazione biofila, spiega Fusco, considera la natura come una componente attiva dello spazio abitato, capace di incidere su stress, percezione, concentrazione, benessere e qualità della vita.
È una disciplina che si muove lungo il confine tra architettura, neuroscienze, psicologia ambientale e design salutogenico. Negli Stati Uniti è ormai un ambito consolidato e in rapida espansione; in Italia, invece, rimane ancora confinato prevalentemente ai contesti accademici e specialistici.
Per questo Abitare la Natura rappresenta un passaggio importante: è probabilmente il primo saggio italiano a portare il tema del biophilic design dentro la dimensione quotidiana della casa.
Un saggio, non un manuale
Il volume evita intelligentemente il tono prescrittivo dei classici manuali di interior design. Fusco non propone formule preconfezionate né scorciatoie estetiche.
Al contrario, costruisce un percorso teorico e progettuale che aiuta il lettore a comprendere perché alcuni ambienti generino benessere mentre altri producano tensione, affaticamento o disconnessione.
Il libro parla sia ai professionisti sia ai lettori comuni che, soprattutto dopo la pandemia, hanno iniziato a interrogarsi sul rapporto tra spazio domestico e salute.
Architetti e progettisti troveranno riferimenti metodologici, strategie applicative e un inquadramento culturale molto solido; chi invece si avvicina al tema da semplice curioso scoprirà una nuova chiave di lettura dell’abitare contemporaneo.
L’intuizione più originale: gli “strumenti compensativi”
L’aspetto più interessante del saggio emerge probabilmente nel momento in cui Fusco introduce il concetto di strumenti compensativi.
L’autore prende in prestito questa espressione dalla pedagogia speciale – dove indica gli strumenti utilizzati per compensare specifiche difficoltà di apprendimento – e la trasferisce nel progetto d’interni.
Nasce così un’idea progettuale estremamente efficace: utilizzare elementi naturali, luce, materiali, colori e vegetazione come dispositivi capaci di compensare il deficit di natura tipico dell’abitare contemporaneo.
Non si tratta di decorazione, ma di vere strategie percettive e ambientali. Una pianta collocata nel corretto campo visivo, la presenza di materiali naturali, la modulazione della luce, le texture materiche o la qualità cromatica degli spazi diventano strumenti che possono incidere concretamente sulla riduzione dello stress e sulla qualità dell’esperienza abitativa.
È qui che il libro si distanzia dalle tante pubblicazioni lifestyle dedicate al verde in casa: Fusco lavora su basi teoriche e scientifiche, traducendo concetti complessi in applicazioni accessibili.
Un viaggio stanza per stanza
Il percorso del libro accompagna il lettore attraverso tutti gli ambienti della casa: soggiorno, cucina, camera da letto, bagno, balconi e spazi di passaggio.
Ogni ambiente viene reinterpretato attraverso i quattordici pattern del biophilic design elaborati negli Stati Uniti nel 2014, ancora oggi poco conosciuti nel panorama progettuale italiano. L’approccio è interessante perché evita sia il tecnicismo eccessivo sia la banalizzazione.
Il risultato è una lettura scorrevole ma densa, capace di alternare riferimenti teorici, esempi progettuali e riflessioni sul modo in cui gli spazi influenzano comportamenti, emozioni e percezioni.
Il reincanto dell’abitare
Nella parte finale del volume emerge con chiarezza la dimensione più culturale e quasi filosofica del lavoro di Fusco. La casa non viene più interpretata come semplice contenitore funzionale, ma come ambiente rigenerativo.
Uno spazio capace di ristabilire una connessione autentica con la natura anche nei contesti urbani più artificiali. È una visione dell’abitare che supera la sola sostenibilità tecnica per avvicinarsi a una sostenibilità emotiva e relazionale.
E probabilmente è proprio questo il contributo più interessante del libro: ricordarci che il benessere non dipende esclusivamente dall’efficienza energetica o dalla qualità tecnologica degli edifici, ma anche dalla capacità degli spazi di generare equilibrio, comfort sensoriale e appartenenza.
Un libro necessario per chi si occupa di benessere abitativo
Abitare la Natura arriva in un momento in cui il tema della qualità dell’abitare è sempre più centrale nel dibattito su architettura, salute e sostenibilità.
Il pregio del saggio è quello di affrontare questi temi senza slogan e senza semplificazioni, costruendo invece un discorso articolato che mette in relazione progetto, neuroscienze ambientali e benessere quotidiano.
Per chi si occupa di architettura, interior, wellness design o sostenibilità, il libro rappresenta una lettura preziosa. Ma non solo.
Fusco spiega ai lettori di GreenPlanner che il libro è stato pensato “per un doppio pubblico, tenuti insieme da un linguaggio insieme rigoroso e accessibile. Da un lato i progettisti – architetti, interior designer, paesaggisti, urbanisti – che cercano un fondamento teorico solido e strumenti operativi per la scala residenziale.
Dall’altro i committenti illuminati e tutti gli appassionati di verde: quei green lover, plant lovers e nuove generazioni Y e Z che, soprattutto dopo la pandemia, desiderano riconnettersi con la Natura a partire dalla propria casa.
È un libro divulgativo nel senso più nobile: vuole sottrarre la progettazione biofila all’esclusiva delle grandi opere e renderla praticabile da chiunque voglia abitare in modo più sano e armonioso“.
Ecco quindi la chiacchierata che abbiamo fatto con questo autore che, lo ricordo, è uno degli esperti di GreenPlanner.
Sintetizzami la tua tesi: architettura biofila è?
L’architettura biofila è una forma evoluta di sostenibilità che colma il deficit di Natura degli ambienti confinati contemporanei, integrando elementi, forme, materiali e processi naturali negli spazi abitati.
La mia tesi originale è una traslazione: porto nel design i principi degli strumenti compensativi della pedagogia speciale, maturati nei miei anni da docente di sostegno.
Come quegli ausili creano ponti verso la conoscenza superando un deficit cognitivo, così i pattern biofili – i 15 di Terrapin Bright Green – diventano “ponti verdi” che compensano la nostra separazione percettiva dal mondo naturale.
È una disciplina transdisciplinare e salutogenica, che attinge a psicologia ambientale, neuroscienze, biologia evolutiva ed ecologia, e che muove da un paradigma ecocentrico: l’essere umano non sovrasta la Natura, ne è parte.
Chi e dove si insegna?
L’offerta formativa è in piena espansione, in Italia e in Europa. In Italia esiste un percorso accademico strutturato: il Master di I livello in Biophilic Design dell’Università Unicusano, annuale, 1500 ore per 60 Cfu, in e-learning, dedicato a architetti, ingegneri, designer, paesaggisti e psicologi ambientali, con la Psicologia Ambientale come cornice teorica.
Vi affianco realtà come l’Accademia Italiana di Biofilia (Aib), con corsi introduttivi su biofilia, biophilic design e psicologia ambientale, la formazione professionale di Gbc Italia sulla progettazione biofilica, e il Master del Poli.design del Politecnico di Milano in Design for Sustainability and Regeneration.
In Europa segnalo il corso breve Nature and Healthcare Design della Ucl di Londra, che esplora il potenziale del biophilic design negli edifici sanitari europei, oltre a numerose certificazioni online britanniche e internazionali (Biophilic Design Institute…).
Resta vero, però, che manca ancora un riconoscimento normativo e ordinistico pieno della figura.
Oltre alla casa biofila, ci vorrebbero gli ospedali, le scuole, gli uffici: cosa ne pensi? Si possono fare?
Non solo si possono fare: il biophilic design è nato lì. Le evidenze fondative – penso allo studio di Roger Ulrich sui degenti che guarivano più in fretta avendo una vista sul verde – vengono proprio dalla sanità, e gli uffici sono da decenni terreno di sperimentazione per produttività e riduzione dello stress.
Nel libro ho scelto deliberatamente di concentrarmi sulla residenza, perché è lo spazio più trascurato e insieme il più intimo, dove passiamo la maggior parte della vita.
Ma i principi sono universali e trasversali alle scale: ospedali salutogenici, scuole che migliorano attenzione e apprendimento, luoghi di lavoro rigenerativi sono non solo possibili ma necessari.
Standard come Well e Leed già li incorporano. La vera sfida è renderli requisiti cogenti e verificabili, non scelte discrezionali di committenti illuminati.
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M.Cristina Ceresa
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