Imprese: Camilli (Confindustria), crescita urgente, serve cambio strategia


di Marino Marini

“C’è una parola che deve guidare ogni scelta di politica economica: crescita. Non una crescita episodica, ma stabile, duratura e capace di rafforzare la competitività dell’Italia. È questa una delle priorità per il Paese, perché la crescita è oggi un’urgenza strategica”. Lo ha affermato il vicepresidente di Confindustria per il credito, la finanza e il fisco, Angelo Camilli.

“L’Italia- dice Camilli – dispone di imprese forti, filiere solide e capacità di esportare e innovare, ma la dinamica economica resta debole. Serve quindi un mix coordinato di strumenti fiscali, finanziari e regolatori che agisca con continuità nel tempo, senza interventi emergenziali o temporanei, e che orienti il sistema verso più capitale proprio, più scala dimensionale, più innovazione e più apertura ai mercati. La crescita non è solo un obiettivo economico, ma una necessità per il futuro del Paese. L’Italia non soffre di mancanza di talento, di imprenditorialità o di risparmio, ma di una difficoltà nel trasformare queste risorse in crescita. Il compito delle istituzioni, della finanza e delle rappresentanze è creare le condizioni perché questo avvenga. Più capitale per le imprese, più investimenti, più produttività e dunque più crescita: questa è la sfida che abbiamo davanti e che può essere vinta solo insieme, con scelte lungimiranti e condivise. La crescita non è solo un obiettivo economico, ma una necessità strategica per il futuro del sistema produttivo italiano”. “Senza una crescita più robusta e duratura diventa più difficile sostenere il debito pubblico, finanziare le priorità strategiche del Paese e creare nuove opportunità di investimento e lavoro. Occorre quindi invertire la rotta: passare da un equilibrio difensivo, condizionato dai vincoli di finanza pubblica, a un circolo virtuoso in cui crescita, investimenti e solidità dei conti si rafforzino reciprocamente alimentando benessere”, conclude.

Manca vero incentivo a crescita

“Per aumentare produttività, investimenti e capacità di competere sui mercati internazionali- continua Camilli-servono imprese più forti, più patrimonializzate e di dimensioni maggiori. Negli ultimi 15 anni le aziende italiane hanno rafforzato la propria struttura finanziaria anche grazie a strumenti che hanno favorito incentivavano il rafforzamento patrimoniale, come l’Ace.  La sua abrogazione ha lasciato un vuoto che non è stato colmato. Nelle intenzioni del Governo l’Ires premiale poteva sostituirne le finalità ma non ha prodotto effetti sufficienti per limiti applicativi, risorse e durata. Per questo è necessario riaprire un confronto su una nuova misura strutturale che riprenda quello schema, incentivando la patrimonializzazione. Non possiamo più rimandare. Occorre inoltre sostenere processi di aggregazione e crescita dimensionale, perché per molte PMI diventare più grandi ormai non è più un’opzione ma una condizione essenziale per competere sui mercati internazionali”.

Risparmio, fermi 1.500 mld, urge svolta investimenti

“L’Italia è un Paese ricco di risparmio ma ancora povero di strumenti capaci di trasformarlo in investimenti produttivi. La ricchezza finanziaria delle famiglie supera i 6.000 miliardi di euro, di cui circa 1.500 miliardi restano fermi su conti correnti e depositi” – evidenzia ancora il vicepresidente di Confindustria.- “Anche gli enti previdenziali dispongono e di risorse rilevanti, con circa 400 miliardi tra fondi pensione e casse di previdenza. Nonostante i progressi degli ultimi anni, investono ancora poco in Italia e si concentrano soprattutto su titoli di Stato, con quote contenute in equity e debito di imprese quotate e investimenti ancora marginali in asset alternativi illiquidi. Si tratta di un potenziale enorme che può contribuire alla crescita delle imprese, allo sviluppo delle infrastrutture e al rafforzamento della competitività del Paese. Mobilitare anche solo una piccola quota di queste risorse potrebbe avere un impatto significativo sulla crescita del Paese”. “Orientando verso l’economia domestica, grazie alla leva fiscale, l’1% dei risparmi delle famiglie oggi depositati sui conti correnti e depositi si genererebbero circa 15 miliardi di euro, mentre una riallocazione pari al 2,5% delle risorse degli enti previdenziali potrebbe attivare ulteriori 10 miliardi, per un totale di circa 25 miliardi di euro potenzialmente destinabili allo sviluppo del sistema produttivo e infrastrutturale del Paese. Per questo occorre rilanciare e rafforzare strumenti come i PIR e introdurre in coerenza con le indicazioni europee, i conti di risparmio e investimento, orientati al medio-lungo periodo e capaci di indirizzare una quota maggiore del risparmio verso l’economia reale”, dice Camilli. “Centrale anche il ruolo del sistema previdenziale: alcune innovazioni introdotte con la Legge di Bilancio puntano a favorire la previdenza integrativa e orientare, con comparti Life Cycle, gli investimenti degli iscritti lungo profili di rischio modulati sul loro orizzonte temporale, liberando risorse per investimenti di lungo periodo nell’economia reale, senza compromettere la tutela del risparmio previdenziale. Serve però un passo indietro sulle scelte in materia di portabilità del contributo datoriale, che rischia di scardinare un sistema che tutela i lavoratori con allineamento di interessi, costi contenuti e visione di lungo periodo. Centrale, infine, il ruolo dell’industria del risparmio gestito come ponte tra famiglie, investitori istituzionali e sistema produttivo”, aggiunge Camilli.

Irrigidimento regole bancarie frena sostegno a economia reale

“La competitività europea – fa sapere ancora Camilli- passa anche dalla capacità del sistema finanziario di sostenere imprese e investimenti. Le regole finanziarie devono trovare un equilibrio tra stabilità del sistema e sostegno all’economia reale”. “Negli ultimi anni la regolamentazione bancaria si è progressivamente irrigidita e oggi alcune norme rischiano di ridurre la capacità delle banche di finanziare l’economia reale. Penso ai requisiti di capitale sulle linee di credito, al trattamento delle esposizioni in equity, alle regole sugli accantonamenti per gli NPL e a una definizione di default troppo rigida, che rende più difficile per le banche supportare le imprese, in particolare con moratorie e allungamenti. È un tema che abbiamo posto con forza anche nel confronto europeo insieme ad altre organizzazioni imprenditoriali. L’obiettivo non è deregolamentare, ma migliorare le regole per renderle coerenti con la crescita e la competitività del sistema produttivo”, aggiunge Camilli.

No a bonus e sussidi spot, regole stabili

“Le imprese investono quando conoscono le regole del gioco e quando possono contare su un quadro di regole chiaro, stabile e prevedibile. Incentivi che cambiano continuamente, procedure sempre più complesse e adempimenti crescenti generano incertezza e finiscono per rinviare o rallentare le decisioni di investimento. Per questo chiediamo una programmazione almeno triennale degli strumenti che hanno dimostrato di funzionare, evitando duplicazioni e sprechi di risorse”. Questo è quanto ha ribadito ancora Angelo Camilli. “Tra questi – ha sottolineato – il Fondo di Garanzia per le PMI rappresenta una leva essenziale per sostenere l’accesso al credito di un tessuto produttivo composto in larga parte da piccole e medie imprese, soprattutto in una fase in cui il contesto congiunturale resta fragile e la regolamentazione bancaria tende a essere sempre più stringente”. “Allo stesso modo,- prosegue Camilli – i contratti di sviluppo sono fondamentali per accompagnare investimenti industriali di maggiore dimensione, dalla realizzazione di nuovi impianti alla trasformazione delle filiere strategiche, e devono essere rafforzati e resi più rapidi nell’attuazione. Un ruolo centrale lo hanno anche gli incentivi automatici per l’innovazione e il green, come Transizione 4.0 e Transizione 5.0, che negli ultimi anni hanno rappresentato una delle principali leve di politica industriale per sostenere digitalizzazione, efficientamento energetico e investimenti tecnologici delle imprese. Tuttavia, la loro efficacia è stata spesso ridotta dalla discontinuità delle misure, dalle modifiche in corso d’opera e dalla complessità procedurale, che ne hanno limitato l’integrazione nei piani industriali di medio periodo. Gli incentivi sono una leva di politica industriale, da utilizzare per orientare le risorse disponibili verso le priorità del Paese, per attivare investimenti strategici che altrimenti verrebbero rinviati, per generare innovazione, progresso e crescita. Le risorse dedicate agli aiuti, sono risorse spese per il benessere collettivo. Serve quindi, ha concluso, un cambio di approccio: incentivi più stabili, semplici e programmati nel tempo, capaci di essere realmente incorporati nelle strategie di investimento delle imprese e di rafforzare l’attrattività del sistema Paese anche per gli investitori esteri. L’ incertezza normativa si traduce in mancati investimenti. La fiducia è una componente essenziale della competitività”.

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 Redazione Ore 12

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