Non solo rinnovabili: cosa non torna nel discorso di Vannacci su energia, Case Green e bollette



Nel grande discount della propaganda energetica, Roberto Vannacci è entrato con il carrello già pieno: Green Deal cattivo, Case Green in formato famiglia, TAP salvifico nel reparto gas, pale eoliche piazzate nei posti belli come ombrelloni abusivi a Ferragosto, e quei famosi “migliaia di miliardi” lasciati lì, senza scontrino, accanto alla cassa. Tutto confezionato dentro un racconto molto comodo: Bruxelles ordina, gli italiani pagano, le rinnovabili fanno arredamento ideologico e il gas resta l’unico adulto nella stanza.

Il passaggio più citato, quello su 58 GW installati, meno di 45 TWh prodotti all’anno e meno del 4% del fabbisogno energetico italiano, è già stato verificato da Pagella Politica, chiamata direttamente in causa dal generale: dati in parte vecchi, fonti mescolate, rinnovabili ridotte a eolico e fotovoltaico, conclusione molto più larga dei numeri usati per sostenerla. Qui il primo pezzo del palco ha già ceduto.

Il resto, però, resta interessante. Perché nel discorso di Vannacci non c’erano solo quei numeri. C’era un intero frame anti-Green Deal, costruito con la stessa tecnica: prendere un elemento reale, stirarlo fino al punto giusto, appenderci sopra un allarme e poi venderlo come buon senso. Una lavatrice energetica che mette tutto in centrifuga, finché ogni cosa esce spiegazzata (ma comodissima da agitare in pubblico).

Il dato vecchio invecchia ancora

Partiamo dal calendario, questa cosa noiosa che continua a rovinare le frasi venute bene. Secondo Terna, nel 2025 il solo fotovoltaico italiano ha prodotto 44,3 TWh, nuovo record nazionale. Sempre nel 2025, le rinnovabili hanno coperto circa il 41% della domanda elettrica italiana, su consumi complessivi pari a 311,3 TWh. Qui parliamo di elettricità, quindi il perimetro va tenuto fermo. Usare il dato dei 45 TWh per descrivere il presente è come fare il punto sulla telefonia mobile tirando fuori un Nokia 3310.

L’Italia dipende ancora troppo da gas, petrolio e altri combustibili fossili. Questo sì. Il guaio arriva quando un dato già superato viene usato per far sembrare marginale una parte del sistema elettrico che ha continuato a crescere. Se il fotovoltaico da solo arriva quasi alla cifra attribuita a eolico e solare insieme, la scenografia comincia a scricchiolare.

Il dato italiano, poi, non è isolato. Le fonti pulite sono arrivate a sfiorare il 50% della produzione elettrica. Su scala globale, il Global Electricity Review 2026 di Ember dice che nel 2025 le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico mondiale, 33,8% contro 33%. Si parla di elettricità, non tutto il consumo energetico. Però il segnale resta grosso.

Questo, però, non trasforma ogni etichetta “verde” in una medaglia da appuntare al petto. Il greenwashing esiste eccome: il BEUC ha denunciato ENGIE, Eni Plenitude, Shell e TotalEnergies per presunti claim ambientali ingannevoli su offerte presentate come sostenibili, anche quando includono gas fossile o compensazioni climatiche fragili. Proprio per questo il perimetro conta. Mischiare tutto conviene alla centrifuga. Ai dati un po’ meno.

Migliaia di miliardi, senza scontrino

Poi arrivano i “migliaia di miliardi spesi”. Formula grande abbastanza da far impressione, vaga abbastanza da scivolare via senza una fonte precisa. Vannacci la usa parlando di vent’anni di eolico e fotovoltaico, come se la transizione fosse stata un mobile montato male: viti avanzate, pezzi storti e istruzioni in sumero.

Che gli incentivi alle rinnovabili abbiano avuto un costo reale è fuori discussione. Il GSE ricorda che il Conto Energia per il fotovoltaico ha smesso di applicarsi dal 6 luglio 2013, dopo il raggiungimento del tetto di 6,7 miliardi di euro di costo indicativo cumulato annuo. ARERA, per il 2024, indica costi derivanti dall’incentivazione delle fonti rinnovabili pari a circa 8,9 miliardi di euro. Soldi che meritano discussione pubblica, controllo, critica, memoria. Prima di usarli come clava contro il Green Deal, servirebbe almeno il gesto minimo della civiltà contabile: dire da dove arriva.

Case Green e case invendibili

Il passaggio sulle Case Green funziona perché tocca il nervo scoperto italiano: la casa. Il bilocale comprato con trent’anni di mutuo, l’appartamento dei genitori, il condominio anni Settanta con l’ascensore capriccioso. Vannacci sostiene che la direttiva europea obbligherebbe alla riqualificazione, altrimenti le case non si potrebbero più vendere.

La nuova Energy Performance of Buildings Directive punta a un patrimonio edilizio a emissioni zero entro il 2050 e chiede agli Stati di ridurre il consumo medio di energia primaria degli edifici residenziali del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035. In Italia significa cantieri, fondi, tecnici, condomìni litigiosi, famiglie senza liquidità.

Però un approfondimento su Reuters specifica che la norma non obbliga automaticamente i singoli proprietari di casa a ristrutturare. Criticare costi, tempi e accesso agli incentivi è sacrosanto. Raccontarla come “Bruxelles ti blocca il rogito” serve a far salire la pressione. E quella, a differenza dell’efficienza energetica, in Italia non manca mai.

I 14 miliardi in divisa da slogan

Il riferimento riguarda la flessibilità fiscale concessa dalla Commissione europea per misure energetiche legate alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Reuters ha spiegato che i governi UE possono usare una parte della flessibilità fiscale inizialmente legata alla difesa per investimenti nella transizione energetica, fino allo 0,3% del PIL all’anno nel 2026, 2027 o 2028, con un tetto complessivo dello 0,6%. La Commissione ha escluso sussidi ai combustibili fossili, come tagli generalizzati alla benzina.

Qui non c’è un assegno europeo regalato per mettere ventilatori giganti sulle colline. Ci sono margini fiscali, cioè spazio di bilancio, orientati a investimenti strutturali per ridurre la dipendenza dai fossili. Può piacere poco. Può sembrare poco. Resta una cosa diversa dalla caricatura.

Il TAP non sparisce con una frase

Sul TAP, Vannacci intercetta un punto reale. Il gas dall’Azerbaigian pesa davvero per l’Italia. Il Trans Adriatic Pipeline è una delle infrastrutture che hanno aiutato a diversificare gli approvvigionamenti dopo la crisi del gas russo. La società TAP ha comunicato nel 2025 di aver consegnato, dall’avvio delle operazioni commerciali, oltre 41,7 miliardi di metri cubi di gas all’Italia.

Il salto arriva dopo, quando la richiesta di sospendere il memorandum d’intesa del 2022 tra Unione europea e Azerbaigian sul partenariato energetico viene raccontata come blocco del gas azero. Il memorandum firmato nel 2022 prevedeva anche l’impegno a raddoppiare la capacità del Corridoio meridionale del gas fino ad almeno 20 miliardi di metri cubi l’anno verso l’UE entro il 2027, dentro la strategia europea per ridurre la dipendenza dal gas russo.

Sospendere un memorandum politico sarebbe una scelta rilevante. Avrebbe conseguenze diplomatiche, industriali, strategiche. Ma non significa chiudere il TAP la mattina dopo, cancellare i contratti, fermare i flussi fisici e smontare il tubo con la brugola.

Industria e colpevole unico

Resta la cornice più larga: Green Deal uguale deindustrializzazione. Qui serve meno manganello e più bisturi, perché l’industria europea soffre davvero. L’energia cara è stata una botta pesante. Il rapporto Draghi sulla competitività europea ha indicato tra le fragilità dell’Europa anche il costo dell’energia, insieme a produttività bassa, ritardi tecnologici, concorrenza globale, dipendenze esterne e investimenti insufficienti.

C’entra anche il fatto che restare dipendenti dalle fonti fossili importate espone il sistema agli shock internazionali. Esattamente quella cosa che la transizione, almeno sulla carta, dovrebbe ridurre. Se l’energia costa troppo anche perché dipendiamo ancora dal gas, la soluzione non può essere tenersi più gas e chiamarla sovranità. È come lamentarsi dell’umidità in casa e poi difendere la perdita nel muro perché ormai fa parte dell’arredamento.

Il frame funziona finché non apri i documenti

Il discorso fila se lo si ascolta come si ascolta un comizio: pancia, ritmo, bersaglio, applauso. Le rinnovabili producono poco, costano troppo, Bruxelles impone, il gas salva, le case diventano invendibili, l’industria muore, le pale deturpano, la Commissione europea appare sullo sfondo con il blocchetto delle multe e l’aria di chi vuole controllare pure la classe energetica del comodino.

Il Green Deal diventa il colpevole perfetto: costa, rovina le case, uccide l’industria, comanda sulle bollette e probabilmente lascia pure i piatti nel lavello. Peccato per i dati. Hanno questo vizio tremendo: tornano quando meno conviene.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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