tutti i nodi irrisolti del sistema produttivo italiano


“L’estate è quel momento in cui fa troppo caldo per fare quelle cose per cui faceva troppo freddo d’inverno.” (Mark Twain)

Che d’estate faccia caldo non è una novità ma ogni volta che i termometri raggiungono i picchi ecco che si scatena il tormentone tra chi tratteggi una calamità, quasi, da effetto estinzione e chi derubrichi la cosa come un mero fastidio stagionale. Fate attenzione, però, entrambe sono delle narrazioni comode, studiate per assolvere tutti, ma che tralasciano tutte le mancanze di programmazione e di investimento che si sono verificate non ieri ma da decenni a questa parte poiché oltre alla questione ambientale anche un certo affanno economico deriva dall’inerzia umana e la canicola di queste settimane la possiamo benissimo considerare come un duro stress test esogeno capace di misurare la qualità della gestione d’impresa, la tenuta delle infrastrutture e, soprattutto, decenni di mancati investimenti strategici.

Per capire cosa voglia dire tutto questo bisogna uscire un secondo dalla retorica del cambiamento climatico e dei record di temperatura, come anche lasciar perdere le polemiche sulla confrontabilità delle serie storiche, segnate negli anni da inevitabili riorganizzazioni delle stazioni di rilevamento. Sappiamo benissimo che la calura nell’estate del 2003 sia stata più prolungata o che i sensori urbani odierni amplifichino l’effetto isola di calore nelle città, però il dato economico fondamentale non cambia: se un sistema produttivo andava in sofferenza vent’anni fa e si ritrova paralizzato oggi, significa che l’investimento infrastrutturale sia stato nullo. La perdita di resa oraria nei capannoni, il crollo di produttività nei cantieri e il balzo dei costi energetici sono solo la resa dei conti verso chi abbia scambiato l’assenza di visione strategica per flessibilità operativa.

Nel tessuto industriale italiano, ad esempio, il clima torrido sembra stia agendo da perfetto catalizzatore di una selezione schumpeteriana troppo a lungo rinviata perché a subire i danni maggiori è quella vasta galassia di micro-imprese e terzisti di terzo o quarto livello affetti da un’ormai cronica scarsa capitalizzazione e mancanza di cultura di impresa, mentre il manifatturiero avanzato non subisce che qualche fastidio. Parliamo di realtà spesso nate dall’iniziativa di ex dipendenti che si sono messi in proprio senza mai capitalizzare l’azienda, che hanno tirato avanti per decenni basando il proprio margine sul mero arbitraggio del costo del lavoro e sulla pretesa di “stringere i denti”. L’isolamento termico di uno stabilimento o la climatizzazione ad alta efficienza, ad esempio, sono veri e propri investimenti produttivi a tutti, capaci di stabilizzare le condizioni operative dei macchinari, ridurre il TCO degli immobili nei dodici mesi e garantire rendimenti costanti della forza lavoro anche se qualcuno li vede come uscite voluttuarie o concessioncine alla sensibilità ecologica; l’imprenditore che ha considerato queste opere un costo accessorio non necessario, oggi, si ritrova fuori mercato, schiacciato da bollette insostenibili e dall’incapacità fisica del lavoro manuale di reggere i quaranta gradi all’interno di strutture in lamiera e, da qui, la chiusura coatta ad agosto, storicamente usata come valvola di sfogo per evitare la gestione dei turni e dei microclimi aziendali, diventa l’immagine perfetta dell’inefficienza, immobilizzando il capitale e interrompendo le catene di fornitura.

Parlare di pulizia del mercato, in Italia, sembra sempre una parolaccia ma, alla fine, non deve spaventare, il superamento delle micro-aziende marginali e incapaci di evolvere permette di riallocare risorse, lavoratori e volumi verso medie imprese più strutturate, bancabili e internazionalizzate. Si tratta di un passaggio analogo a quello che fu il consolidamento del commercio al dettaglio con l’avvento delle grandi catene della distribuzione organizzata: un processo che, a fronte del ridimensionamento dei piccoli titolari arroccati sulla rendita di posizione, ha generato a livello sistemico un aumento della produttività, migliori contratti di lavoro e un incremento complessivo dell’occupazione e dei redditi.

La cosa più drammatica in questo, però, sta nella gestione di questa transizione da parte dello Stato e dei regolatori, poiché l’onere di compensare i fallimenti delle politiche pubbliche viene spesso traslato sull’ultimo anello della catena decisionale, l’impresa o il singolo cittadino cioè. Un esempio? La corsa all’efficientamento energetico degli immobili dove si è spinto per rivestire collettivamente case, condomini di polistirolo o altri materiali isolanti, operazione dai tempi di rientro finanziario irrazionali e complessa sotto il profilo della fisica degli edifici, mentre nel resto del mondo generalmente si è operato attraverso la mitigazione passiva, l’elettrificazione dei vettori e la generazione distribuita. Chiedere ai privati di affrontare investimenti sproporzionati sui vecchi fabbricati, infatti, serve solo a mascherare il vero problema del Paese cioè l’incapacità italiana di offrire un baseload energetico stabile, pulito e a basso costo.

Questo è il punto fondamentale, perché senza una generazione di base programmabile ed economica, affidata in gran parte al gas e priva del supporto del nucleare di nuova generazione, l’elettrificazione dei consumi estivi trasforma ogni picco di domanda per il raffrescamento in una vera stangata economica: i prezzi marginali sul mercato elettrico schizzano verso l’alto, costringendo i fornitori ad acquistare corrente ad alto costo attraverso le interconnessioni estere e deteriorando la bilancia commerciale. Fino ad oggi, in pratica, si è preferito sussidiare l’emergenza con bonus e ristori invece di incanalare il capitale pubblico in Capex infrastrutturali pesanti.

Sì, si tratta di assoluta miopia strategica che, poi, si riproduce nella gestione della risorsa idrica e nell’agricoltura. Contrariamente a una certa narrazione, l’Italia non soffre di una scarsità stagionale d’acqua, bensì dell’incapacità di trattenerla e distribuirla. Il sistema idrico riesce a trattenere solo l’11% dell’acqua piovana a causa dell’assenza di nuovi invasi e dell’interramento dei bacini esistenti, con le reti di adduzione che al Sud perdono oltre la metà dei volumi immessi e a pagarne il conto è l’agricoltura, dove si continua a difendere ideologicamente l’irrigazione per allagamento o a scorrimento al posto delle tecnologie a goccia sub-superficiali e della sensoristica di precisione. Questo è un atteggiamento surreale che si riscontra anche nei confronti della ricerca agronomica e delle biotecnologie con una diffusa riluttanza verso le Tecniche di Evoluzione Assistita in nome di una malintesa “tradizione”, dimenticando che persino icone del nostro patrimonio agroalimentare, come il famoso pomodoro di Pachino, sono in realtà il frutto del miglioramento genetico e dei brevetti sviluppati nei laboratori della ricerca biotecnologica internazionale.

“Questa è la solita Italia…” direbbe qualcuno, magari davanti a un camparino all’ora dell’aperitivo ma, invece, non si tratta di un’anomalia isolata. Tutta l’Unione Europea è affetta, chi più e chi meno, da questa sorta di paralisi ideologica e infrastrutturale. La Germania, con la chiusura dogmatica delle sue centrali nucleari, ha, in pratica, attuato un tentativo di suicidio industriale a base di lignite e gas che ne sta compromettendo la competitività manifatturiera; la Francia scopre ogni estate la vulnerabilità del raffreddamento dei propri reattori lungo fiumi con portate sempre più ridotte, non avendo mai pensato ad abbassarne i bocchettoni nel tempo o creare degli invasi lungo i letti d’acqua per ovviare a queste emergenze stagionali e, nel frattempo, Bruxelles continua ad agire da super-regolatore punitivo, sommergendo il mercato di direttive prescrittive mentre Stati Uniti e Asia sostengono l’offerta con energia a basso costo, deregolamentazione strategica e investimenti massicci nelle tecnologie di base. Persino l’apparente virtuosità della Spagna, spesso citata a modello per il suo parco d’invasi e per l’esteso ricorso alle rinnovabili, ha rivelato tutti i suoi limiti quando i tentativi di smantellamento ideologico della flotta nucleare si sono scontrati con la dura realtà dell’inerzia di rete e dei rischi di blackout.

Come ogni anno l’estate e i suoi picchi termici ci mostrano i limiti di un modello continentale che vorrebbe elettrificare l’economia e guidare la transizione ecologica rimandando sine die le infrastrutture pesanti e diffidando dell’innovazione scientifica non politicamente indirizzata e, in Italia, in particolare, finché si continuerà a proteggere la rendita di posizione del micro-imprenditore inefficiente o a trattare l’energia e l’acqua come variabili contabili anziché come pilastri strategici a livello economico e industriale, ogni ondata di calore continuerà a sembrare una crisi imprevedibile quando, invece, molto più semplicemente, è solo la fisica che mostra il conto all’inerzia sulle politiche industriali.


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Matteo Gianola

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