C’è una domanda semplice che, da sola, dovrebbe bastare a chiarire il problema: ti faresti operare al cervello da un ortopedico? Probabilmente no. Eppure, quando si parla di chirurgia estetica, il confine tra competenza, titolo specialistico e semplice attività esercitata diventa improvvisamente molto più sfumato.
In Italia esiste una specializzazione universitaria precisa: Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica. Non esiste invece una Scuola di specializzazione autonoma in “chirurgia estetica”. È un dettaglio? No. È il cuore della questione. Perché un conto è dire: “Sono un medico e svolgo anche attività di chirurgia estetica”. Un altro è presentarsi al pubblico come “chirurgo estetico”, espressione che il paziente può facilmente interpretare come una vera qualifica specialistica. Ed è proprio qui che nasce il problema.
Immaginiamo un medico specializzato in una disciplina diversa, per esempio Chirurgia generale, Otorinolaringoiatria o un’altra branca. Quel medico può avere acquisito, nel corso degli anni, esperienza in alcune procedure estetiche. Può aver frequentato corsi, master, congressi, training specifici. Può anche essere tecnicamente molto capace. Ma questo trasforma automaticamente la sua specializzazione in Chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica?
Ovviamente no.
Sembra banale. Eppure nella comunicazione sanitaria questa distinzione spesso scompare. Se un ortopedico iniziasse a presentarsi semplicemente come “chirurgo vertebrale” perché esegue alcune procedure sulla colonna, probabilmente qualcuno si chiederebbe quale sia il suo percorso formativo effettivo. Se un chirurgo generale si definisse “neurochirurgo” perché ha frequentato molti corsi di chirurgia cranica, la questione diventerebbe immediatamente evidente.
Con la chirurgia estetica, invece, sembra essersi affermata una curiosa eccezione culturale: fare qualcosa finisce talvolta per diventare, nella comunicazione, essere qualcosa. Ma le due cose non coincidono.
Il problema, sia chiaro, non può essere affrontato con semplificazioni corporative. Non sarebbe corretto sostenere che ogni atto di chirurgia estetica debba necessariamente appartenere in esclusiva al chirurgo plastico. Esistono aree di sovrapposizione tra specialità. Un otorinolaringoiatra può possedere una grande esperienza nella chirurgia del naso. Un oftalmologo può avere competenze specifiche sulla regione palpebrale. Un chirurgo maxillo-facciale può lavorare quotidianamente sui distretti del volto. La medicina moderna è fatta anche di territori condivisi.
Ma proprio perché esistono queste sovrapposizioni, diventa ancora più importante una regola elementare: dire al paziente con chiarezza quale specializzazione si possiede realmente. Non è una questione di titoli da esibire sulla parete dello studio. È una questione di informazione. Il paziente che legge su un sito “Dottor Rossi, chirurgo estetico” cosa pensa?
Probabilmente non si domanda se “chirurgo estetico” rappresenti un’attività professionale, una definizione commerciale oppure una specializzazione universitaria riconosciuta. Presume semplicemente che quella persona abbia una formazione specialistica istituzionale nella materia. Ed è proprio questa possibile equivocità che dovrebbe preoccuparci.
La soluzione potrebbe essere molto semplice. Se un medico è specialista in Otorinolaringoiatria e si occupa di rinoplastica estetica, perché non scrivere: “Specialista in Otorinolaringoiatria – attività di chirurgia funzionale ed estetica del naso”? È chiaro. È vero. Non diminuisce il professionista. E soprattutto consente al paziente di sapere chi ha davanti.
Se un medico è specialista in Chirurgia generale e svolge procedure estetiche, può dichiararlo nello stesso modo. Quello che diventa discutibile è trasformare l’attività esercitata in una qualifica che può sembrare specialistica.
Potremmo fare un altro esempio. Se domani un cardiologo iniziasse a interessarsi particolarmente alla dermatologia, frequentasse corsi, eseguisse migliaia di trattamenti e aprisse un sito chiamandosi semplicemente “dermatologo”, diremmo davvero che non esiste alcun problema perché “in fondo la dermatologia la pratica”? È difficile sostenerlo.
Allora perché nella chirurgia estetica dovremmo ragionare diversamente? La questione diventa ancora più rilevante quando si passa dai trattamenti minori alla chirurgia vera. Una mastoplastica, un lifting, un’addominoplastica o una rinoplastica non sono servizi estetici paragonabili a un trattamento cosmetico. Sono atti chirurgici. Prevedono indicazioni, controindicazioni, anatomia chirurgica, pianificazione, gestione delle complicanze, revisione degli esiti e capacità di affrontare eventi imprevisti.
La competenza non consiste soltanto nel sapere eseguire tecnicamente un gesto quando tutto procede bene. La vera competenza emerge spesso quando qualcosa non procede secondo programma. Ed è precisamente questo il valore di una formazione specialistica strutturata: non insegna semplicemente “come fare un intervento”, ma costruisce nel tempo una capacità complessiva di diagnosi, indicazione, tecnica, gestione e correzione.
Naturalmente il diploma, da solo, non garantisce automaticamente l’eccellenza. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Esistono specialisti mediocri ed esistono professionisti con percorsi atipici dotati di notevole capacità. Ma da questo non consegue che i titoli diventino irrilevanti. La patente non garantisce che una persona guidi bene. Eppure nessuno proporrebbe di abolirla sostenendo che esistono automobilisti senza patente più bravi di molti patentati.
Il punto è lo stesso: una qualificazione formale certifica almeno che è stato completato un percorso definito, controllato e riconosciuto. Per questo il tema dovrebbe uscire dalla contrapposizione tra categorie professionali. Non si tratta di difendere il “territorio” del chirurgo plastico. Si tratta di difendere qualcosa di molto più semplice: il diritto del paziente a sapere esattamente chi lo sta operando e quale formazione specialistica possiede.
Poi sarà il paziente a scegliere. Potrà scegliere il chirurgo plastico. Potrà scegliere l’otorinolaringoiatra esperto di chirurgia nasale. Potrà scegliere un altro professionista con una storia formativa specifica.
Ma dovrà scegliere sulla base di informazioni trasparenti, non di definizioni ambigue. Forse quindi la domanda iniziale va riformulata. Non: “Chi ha il diritto di fare chirurgia estetica?” Ma:
“Chi ha il diritto di presentarsi al paziente come ciò che formalmente non è?”. E qui la risposta dovrebbe essere molto meno complicata.
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Benedetto Longo
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