Il territorio del Sistema Locale del Lavoro di Frosinone è ufficialmente riconosciuto come area di crisi industriale complessa con decreto del 12 settembre 2016; l’Accordo di Programma è stato sottoscritto il 23 ottobre 2018 tra MISE, ANPAL, Regione Lazio, Provincia di Frosinone, Comune di Colleferro e Invitalia, interessando 46 Comuni — 37 in provincia di Frosinone e 9 nella provincia di Roma, tra cui Colleferro, Anagni, Ferentino, Ceccano. Un perimetro amministrativo che da solo certifica la profondità e la durata del problema.
Dentro c’è soprattutto la storia dell’ex Videocolor che ha dimostrato come il ricorso indefinito agli ammortizzatori sociali, disgiunto da una reale strategia di re-industrializzazione, rappresenti una sconfitta sia per le casse dello Stato sia per la dignità dei lavoratori. Nel 2005 i francesi cedettero lo stabilimento anagnino agli indiani di Videocon. Tra il 2010 ed il 2012 la riconversione non si concretizzò. La fabbrica accumulava debiti e fermi produttivi, finché si giunse all’occupazione dello stabilimento e all’avvio delle procedure fallimentari e di concordato.
La lezione del caso industriale anagnino: non basta solo finanziare la Cigs
Con l’esaurimento dei normali strumenti di sostegno al reddito, la vertenza confluì nell’Area di Crisi Complessa di Frosinone, dando vita al bacino della cosiddetta Vertenza Frusinate. In questo contenitore si sono ritrovati gli ex lavoratori della Videocolor assieme a quelli di altre grandi crisi dell’indotto locale (come la Fiat di Piedimonte San Germano e la Ideal Standard).
Nonostante la promessa di politiche attive e percorsi di ricollocazione, la realtà si tradurrà per oltre un decennio in proroghe annuali di politiche passive, tirocini formativi senza sbocchi reali e ritardi nell’erogazione delle indennità regionali e statali.
Eppure a livello nazionale, il MIMIT rivendica risultati: i tavoli di crisi attivi sono scesi da 55 a 37 dall’inizio della legislatura, con i lavoratori a rischio ridotti da 70.000 a poco meno di 30.000. Ma per la Ciociaria le due vertenze-simbolo — Stellantis e Saxa — restano aperte, e la CGIL a livello nazionale segnalava già a fine 2024 un raddoppio dei lavoratori coinvolti in crisi industriali.
Ciò che resiste e ciò che cresce: farmaceutico, aerospazio e difesa
Non è, però, solo declino. Perché sullo stesso territorio convivono, con una simultaneità quasi paradossale, la fabbrica che chiude e l’investimento-record.
Il farmaceutico è la vera roccaforte. Ad Anagni, la multinazionale danese Novo Nordisk — che nel 2024 ha acquisito Catalent per 16,5 miliardi di dollari — ha annunciato un investimento di oltre 2 miliardi di euro tra il 2025 e il 2029 per trasformare lo stabilimento in uno dei tre hub produttivi globali del gruppo (accanto a Bloomington negli USA e Bruxelles in Belgio), dedicato ai farmaci contro obesità e diabete. È il più grande investimento della multinazionale fuori dalla Danimarca negli ultimi cento anni, riconosciuto dal Governo come di interesse strategico nazionale, con Francesco Rocca nominato commissario straordinario.
Le stime parlano di circa 800 nuovi occupati diretti, fino a 1.500 con l’indotto — pari a circa il 10% degli attuali addetti del settore in provincia. Un dato che va però maneggiato con la giusta prudenza: nell’autunno 2025 la sospensione temporanea della produzione del Wegovy e il ridimensionamento globale del gruppo hanno fatto emergere i primi timori sindacali sulla tenuta dell’investimento, e restano irrisolti nodi infrastrutturali (la viabilità dell’area industriale) segnalati a più riprese. La ripartenza è stata confermata nella primavera 2026, ma la vicenda ricorda che anche le eccellenze restano esposte ai venti del mercato globale.
La sfida dei lanciatori spaziali accanto alla produzione di munizioni
L’aerospazio e la difesa rappresentano l’altra gamba su cui il territorio della Ciociaria propriamente detta prova a reggersi, in un asse che corre tra Colleferro e Anagni. A Colleferro Avio produce e sviluppa sistemi di propulsione e lanciatori spaziali, in un comparto che la Regione Lazio vuole rafforzare costituendo un nuovo Distretto industriale e tecnologico dell’Aerospazio e della Sicurezza.
È qui che si innesta la grande scommessa sugli investimenti nella difesa: l’obiettivo NATO di portare la spesa al 3,5% del PIL entro il 2035 si tradurrebbe, secondo le stime di Confindustria, in un incremento cumulato del PIL italiano del 3% (circa 51 miliardi), con ricadute su occupazione qualificata e “dual use”. Il Governo ha già messo in campo 7,8 miliardi entro il 2028 per l’ecosistema spaziale nazionale.
Su Frosinone questo si materializza nel modo più concreto: il 66° Stormo dell’Aeronautica Militare, costituito il 18 giugno 2026 all’aeroporto “Girolamo Moscardini”, nuovo polo formativo interforze per i piloti di droni (APR). Il reparto nasce sull’infrastruttura del 72° Stormo (la storica scuola di volo per elicotteri, trasferita a Viterbo) e raccoglie in un’unica sede formazione, dottrina e sperimentazione nel settore, con il Centro di Eccellenza APR trasferito da Amendola. Insieme al 3° Reggimento Bondone di Cassino, che addestra i fanti alla qualifica di “dronista”, disegna un vero e proprio polo militare provinciale.
Il polo droni all’aeroporto Moscardini può innescare lavoro e sviluppo
Per un territorio segnato dalle crisi industriali, come hanno sottolineato gli osservatori locali, il polo APR può rappresentare un’occasione di rilancio e di attrazione di investimenti — a patto che le competenze generino occupazione reale sul territorio e non solo passaggi di uniformi.
Veniamo a KNDS Ammo Italy (Colleferro e Anagni): Ex Simmel Difesa, controllata dal gigante franco-tedesco KNDS, rappresenta un nodo cruciale nella produzione di munizionamento di medio e grosso calibro (tra cui i proiettili d’artiglieria da 155 mm destinate alle riserve della NATO e ai teatri bellici europei a partire dall’Ucraina) e propellenti. In virtù del progetto europeo RALLO, Anagni e Colleferro beneficiano di consistenti finanziamenti per la reindustrializzazione e il potenziamento dei reparti chimici e di caricamento powder/nitrogelatina.
A riaccendere improvvisamente i riflettori su questa catena produttiva è stato l’incendio, seguito da un’esplosione, divampato nei giorni scorsi all’interno dello stabilimento colleferrino. Un boato avvertito a chilometri di distanza nel reparto “Pressatura Polveri”, domato senza vittime ma con ingenti danni strutturali.
L’incendio con esplosione che indica la fragilità anche dei siti classificati
In un contesto geopolitico segnato dall’aumento di “azioni ibride” ed episodi di sabotaggio industriale denunciati in diverse infrastrutture belliche europee, l’evento ha immediatamente generato interrogativi sull’ipotesi di interferenze esterne. Sebbene gli inquirenti e le forze dell’ordine abbiano derubricato temporaneamente l’accaduto a incidente di lavorazione industriale dovuto a un malfunzionamento meccanico, l’episodio ha mostrato la vulnerabilità di infrastrutture classificate come strategiche per i fornitori della NATO.
Il boato nello stabilimento ha scatenato la reazione immediata dei movimenti pacifisti, dei comitati ambientali e delle associazioni di base della Valle del Sacco (tra cui PeaceLink e le reti No Guerra). I movimenti locali denunciano la scelta di legare lo sviluppo occupazionale e tecnologico di Colleferro e Anagni a un’economia di guerra, chiedendo invece un cambio di rotta drastico che metta al centro la tutela ambientale della Valle del Sacco e la transizione ecologica del distretto.
Il trend dei comparti: il manifatturiero arretra, i servizi non compensano
Al di là dei singoli casi, la traiettoria strutturale è quella di un territorio a vocazione manifatturiera storica che vede erodersi – specie nell’area meridionale della provincia – la propria base industriale senza che il terziario riesca a compensarla con occupazione di pari qualità e stabilità. Il primario resta marginale e in molte aree interne intrecciato allo spopolamento. Declino demografico che peraltro colpisce anche i centri maggiori, da Frosinone a Cassino.
È un modello che il Rapporto Caritas descrive a livello nazionale ma che nella Ciociaria trova conferma puntuale: l’ampia diffusione di occupazioni a bassa remunerazione e bassa qualifica soprattutto nel terziario, la proliferazione dei contratti non standard, la stagnazione dei salari, la forte incidenza del part-time involontario e del lavoro irregolare (il Lazio mostra il tasso di irregolarità più alto del Centro, al 13,6%). Il risultato è il fenomeno dei working poor: un lavoro che non basta più, di per sé, a garantire condizioni di vita dignitose.
(3. Continua. Le prime due parti sono state pubblicate il 13 ed il 16 agosto 2026)
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Stefano Di Scanno
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