Dimenticare non è sempre un sintomo: le neuroscienze mostrano che la selezione mnestica è una funzione adattiva del cervello. Un dato cruciale per ripensare la narrativa sull’invecchiamento cognitivo
C’è una condizione rara, nota in letteratura come Highly Superior Autobiographical Memory (Hsam), in cui alcune persone ricordano con precisione quasi fotografica ogni giornata della propria vita, anche a distanza di decenni.
A prima vista sembra un superpotere. Chi ne è affetto, però, descrive spesso un’esperienza opposta: ricordi intrusivi, incapacità di lasciar andare esperienze negative, una presenza continua e soffocante del passato.
È da questo paradosso che parte la ricerca di Elvira De Leonibus, neuropsicofarmacologa dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare (Ibbc) del Cnr: “La memoria viene spesso immaginata come un archivio. Più informazioni riesce a conservare, migliore è il suo funzionamento. Eppure, come rivelano le neuroscienze, il cervello umano non è progettato per ricordare tutto, ma per selezionare“.
Ricordare troppo, dunque, può diventare un peso. E dimenticare – in determinate condizioni – è una funzione, non un guasto.
Il cervello è un filtro, non un archivio
Ogni giorno il cervello è esposto a una quantità enorme di stimoli: conversazioni, immagini, informazioni, dettagli ambientali. Se tutto venisse immagazzinato stabilmente, il sistema cognitivo diventerebbe progressivamente meno efficiente e meno flessibile.
“Dimenticare è indispensabile – spiega De Leonibus – perché consente di liberare risorse mentali, aggiornare le conoscenze, adattarsi a nuove situazioni e anche proteggersi emotivamente“.
Questa prospettiva ribalta una delle narrazioni più radicate sull’invecchiamento: quella che associa in modo quasi automatico la dimenticanza senile al declino. In realtà, la selettività mnestica è un meccanismo attivo, non una resa passiva del cervello all’entropia.
I dati: uno studio su memoria e genere
La dimostrazione sperimentale più diretta arriva da una ricerca dello stesso gruppo dell’Ibbc-Cnr, pubblicata su Nature Communications nel 2022, condotta su un modello animale di memoria incidentale – quella forma di memoria che si costruisce automaticamente, senza intenzione consapevole di memorizzare.
I risultati mostrano che maschi e femmine ricordavano lo stesso numero di oggetti quando testati immediatamente dopo l’esposizione. Ma a distanza di un’ora, o di 24 ore, emergeva una differenza significativa: le femmine consolidavano meno informazioni nella memoria a lungo termine. Una differenza che in superficie sembrerebbe uno svantaggio.
In presenza di interferenza cognitiva – cioè di distrazioni che perturbano il mantenimento delle informazioni – la memoria delle femmine risultava però più resistente. Come se la selezione operata nella fase di consolidamento rendesse il sistema meno vulnerabile al rumore mentale.
L’aspetto più rilevante è che queste differenze non dipendevano da una diversa struttura del cervello, ma da un diverso modo di attivare gli stessi circuiti neurali.
Quando i ricercatori hanno modificato sperimentalmente l’attivazione cerebrale dei maschi, anche loro hanno iniziato a mostrare lo stesso filtro selettivo tra memoria a breve e lungo termine.
“Questo suggerisce – conclude De Leonibus – che non esista una memoria universalmente migliore: esistono strategie diverse con cui il cervello gestisce le informazioni“.
Emozioni, stress e architettura della memoria
Non tutti i ricordi si formano allo stesso modo. Le esperienze emotivamente intense seguono un percorso privilegiato: il cervello non registra soltanto ciò che si vive direttamente, ma anche ciò che viene percepito come emotivamente rilevante.
Le emozioni forti rilasciano neuromediatori legati allo stress che fissano il ricordo in modo particolarmente stabile, quasi come se l’esperienza stesse accadendo in prima persona.
È per questo che moltissime persone ricordano con precisione millimetrica dove si trovavano l’11 settembre 2001, anche a migliaia di chilometri di distanza dagli eventi: la rilevanza emotiva della trasmissione televisiva in diretta era sufficiente a innescare il meccanismo di fissazione.
Ma proprio perché certi ricordi tendono a sedimentarsi così in profondità, il cervello ha bisogno di meccanismi complementari che ne attenuino, filtrino e talvolta neutralizzino la presa.
“Senza questa capacità – osserva la ricercatrice – saremmo prigionieri di un accumulo continuo di esperienze, paure e informazioni non più utili“.
Invecchiamento cognitivo: i numeri italiani
Il contesto demografico italiano rende questa discussione urgente. Nel 2024, la popolazione anziana (65 anni e più) con malattia di Alzheimer o demenza senile che vive in famiglia si stima al 4,7%, secondo i dati Istat, con prevalenze che nelle donne over 75 raggiungono il 10,5% contro il 4,7% degli uomini.
Secondo le stime elaborate sulla base dei residenti al 1° gennaio 2023, i casi di demenza nella fascia over 65 ammontano a circa 1,13 milioni, a cui si aggiungono quasi 952.000 persone con Mild Cognitive Impairment.
L’indice di vecchiaia italiano al 1° gennaio 2023 è di 193,1 persone ultrasessantacinquenni ogni 100 giovani under 15, collocando il Paese tra i più vecchi al mondo insieme a Giappone e Germania.
In questo quadro, la capacità di distinguere tra oblio fisiologico e patologico non è solo una questione clinica: è un problema di comunicazione sanitaria, di cultura medica diffusa, di come la società elabora l’idea stessa di invecchiare.
La narrativa da aggiornare
Il problema non è solo scientifico. È anche culturale. L’equazione “anziano che dimentica = declino cognitivo in corso” è ancora profondamente radicata nell’immaginario collettivo e, in alcuni casi, anche nelle pratiche di comunicazione istituzionale.
Eppure le neuroscienze indicano che la selettività mnestica non è un difetto del sistema, ma una delle sue funzioni più sofisticate.
Riconoscere questa distinzione ha ricadute concrete: sulla qualità dell’autodiagnosi degli anziani stessi, sulla relazione tra pazienti e medici di base, sull’accessibilità dei percorsi diagnostici per le demenze vere.
Solo il 40-50% dei pazienti affetti da demenza nei Paesi ad alto reddito riceve una diagnosi, un dato che riflette non solo limiti di sistema ma anche la difficoltà di distinguere tra ciò che è normale e ciò che non lo è – una distinzione che la ricerca come quella dell’Ibbc-Cnr contribuisce a rendere più nitida.
Crediti immagine: Depositphotos
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Redazione Green Planner
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