Perché in Europa usiamo meno l’aria condizionata? La differenza culturale che gli americani non riescono a concepire


Perché in Europa si usa meno l’aria condizionata che negli Stati Uniti? Tra cultura, costi energetici e case progettate per resistere al caldo, gli europei si sono adattati diversamente

Ci sono scene che si ripetono a ogni ondata di calore: l’europeo che atterra negli Stati Uniti entra in un ristorante e, dopo pochi minuti, si ritrova a cercare disperatamente una felpa. L’aria condizionata è così potente che il passaggio dai 38°C della strada ai 19°C del locale sembra un viaggio istantaneo dall’Arizona all’Alaska.

Dall’altra parte dell’oceano, invece, succede l’opposto. L’americano in vacanza a Roma, a Parigi o a Barcellona entra in un appartamento, in un negozio o persino in un hotel e per la maggior parte delle volte si domanda dove sia finita l’aria condizionata. E soprattutto perché nessuno sembri considerarla indispensabile.

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Una differenza che, secondo molti osservatori statunitensi, racconta in realtà due modi molto diversi di concepire il comfort, l’energia e persino il rapporto con il clima.

Due continenti, due filosofie del fresco

Negli Stati Uniti l’aria condizionata è praticamente considerata un servizio essenziale. Circa il 90% delle abitazioni ne è dotato e in molte aree vivere senza climatizzazione è quasi impensabile. In Europa la situazione è ancora abbastanza diversa: solo circa una casa su cinque ha un impianto di raffrescamento.

Eppure, anche il Vecchio Continente sta vivendo estati sempre più torride. Le ondate di calore arrivano prima, durano più a lungo e registrano temperature che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrate eccezionali.

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Come mai allora noi gli europei riusciamo a resistere all’aria condizionata? La risposta più semplice è che, fino a poco tempo fa, gran parte dell’Europa non ne aveva davvero bisogno. Le estati erano calde, certo, ma raramente raggiungevano per settimane consecutive i livelli estremi che oggi diventano sempre più frequenti. Per questo motivo la climatizzazione è stata a lungo percepita come un lusso e non come una necessità.

Quando negli Stati Uniti l’aria condizionata diventava uno standard abitativo già nel secondo dopoguerra, in molti Paesi europei nessuno sentiva l’urgenza di installarla. Il risultato è che si è sviluppata una vera e propria cultura dell’adattamento al caldo: persiane chiuse nelle ore più afose, finestre aperte di notte, ventilatori, docce fredde e ritmi quotidiani modificati per evitare le ore più calde.

E non tutti sanno che c’è poi una ragione architettonica. Molti edifici del Mediterraneo sono stati progettati secoli fa proprio per affrontare il caldo. Muri spessi, finestre piccole, cortili interni e materiali in grado di trattenere meno calore rappresentavano una forma di climatizzazione naturale molto prima dell’invenzione del condizionatore.

Anche nei Paesi più settentrionali, però, gli edifici sono spesso molto vecchi. Nel Regno Unito, ad esempio, una casa su sei è stata costruita prima del 1900. Integrare sistemi moderni di raffrescamento in edifici storici può essere costoso, complesso e, in alcuni casi, ostacolato da vincoli paesaggistici e architettonici che impediscono l’installazione delle unità esterne.

Esiste poi un fattore economico che gli americani tendono a sottovalutare: in gran parte dell’Europa l’energia elettrica costa molto più che negli Stati Uniti, mentre gli stipendi medi sono generalmente inferiori: accendere un climatizzatore per molte ore al giorno può quindi rappresentare una spesa significativa per milioni di famiglie.

Non sorprende che molte persone continuino a preferire ventilatori o altri sistemi di raffrescamento meno energivori.

Il paradosso climatico dell’aria condizionata

La vera differenza, però, riguarda probabilmente il modo in cui Europa e Stati Uniti guardano al problema climatico. L’Unione europea si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e sa bene che una diffusione massiccia dei condizionatori potrebbe complicare ulteriormente questo obiettivo. I climatizzatori consumano molta energia e, lo sappiamo ormai bene, contribuiscono anche ad aumentare il calore nelle città scaricandolo all’esterno degli edifici.

Alcuni studi hanno mostrato che, nelle aree urbane dense, l’uso diffuso dell’aria condizionata può aumentare la temperatura esterna di diversi gradi, aggravando l’effetto “isola di calore” che già soffoca molte metropoli europee. È il classico cane che si morde la coda: più fa caldo, più accendiamo i condizionatori; più accendiamo i condizionatori, più consumiamo energia e contribuiamo al riscaldamento globale che rende le estati ancora più calde.

Nonostante tutto, qualcosa sta cambiando. Sembra ovvio che le vendite di climatizzatori stiano aumentando rapidamente in quasi tutti i Paesi europei e – stando alle stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia – entro il 2050 il numero di unità installate nell’Unione Europea potrebbe più che raddoppiare.

Le notti tropicali, con temperature che non scendono sotto i 25°C, stanno diventando sempre più frequenti e per questo, ahinoi, gli esperti ritengono che l’aria condizionata diventerà inevitabilmente sempre più diffusa anche in Europa.

La sfida sarà farlo senza replicare il modello americano del “freddo artificiale a ogni costo”. Serviranno edifici meglio progettati, sistemi di raffrescamento più efficienti, energie rinnovabili e strategie urbane capaci di ridurre il calore prima ancora di doverlo combattere con un telecomando.

Fonte: CCN

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 Germana Carillo

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