L’asfalto, d’estate, cambia mestiere. Da strada diventa piastra. Da marciapiede diventa una superficie che trattiene calore. Da piazza diventa un punto da attraversare in fretta, cercando l’ombra di un balcone, di un albero rimasto in piedi, di una pensilina qualsiasi. Le chiamano isole di calore urbane, e sono una delle forme più concrete della crisi climatica: quella che arriva sotto le scarpe, sale dai muri, rimane incastrata tra i palazzi anche quando il sole è già calato.
Il tema è entrato con forza nell’incontro nazionale dell’Osservatorio sulla transizione ecologica nelle città. Al centro della giornata c’erano le buone pratiche per rendere le città italiane più capaci di reggere caldo estremo, allagamenti, consumo di suolo, sprechi e fragilità ambientali ormai quotidiane.
Il contesto europeo dà poca voglia di prenderla larga. Secondo Copernicus, il 2025 è stato segnato dalla seconda ondata di calore più severa mai registrata in Europa e il continente continua a scaldarsi a un ritmo superiore al doppio della media globale. Dentro le città il problema peggiora: cemento, superfici impermeabili, traffico, edifici che accumulano energia durante il giorno e la rilasciano di notte. Il Joint Research Centre della Commissione europea stima che le aree urbane possano risultare in media 4-6 gradi più calde rispetto alle zone vicine, con picchi anche superiori.
Il caldo resta tra i palazzi
Le bolle di calore funzionano così: una città troppo sigillata respira male. Le strade scure assorbono radiazione solare, i muri trattengono calore, la vegetazione scarsa riduce ombra ed evapotraspirazione, l’acqua scompare dalla superficie urbana, la ventilazione si blocca tra volumi costruiti troppo fitti. Il risultato si sente soprattutto di sera, quando fuori dal centro urbano la temperatura scende e dentro i quartieri più mineralizzati resta una specie di febbre lenta.
Il problema riguarda salute, consumi energetici, qualità dell’aria e disuguaglianze. Bambini, anziani, persone con patologie croniche, chi vive in case piccole, poco isolate, ai piani alti o in quartieri poveri paga prima degli altri. Il caldo estremo aumenta il ricorso ai condizionatori, spinge la domanda elettrica, peggiora il disagio negli spazi pubblici e trasforma alcune zone urbane in luoghi ostili. Una città bollente perde pezzi di vita quotidiana: una passeggiata, una panchina, una scuola, un cortile, un mercato rionale.
Per questo il nodo del verde urbano è molto più serio della solita immagine rassicurante dell’alberello piantato nella buca. Alberature continue, parchi accessibili, suoli permeabili, tetti verdi, pareti vegetali, ombreggiamento, fontanelle, materiali chiari e superfici riflettenti possono abbassare il carico termico e rendere più vivibili i quartieri. Anche le pavimentazioni contano: Murcia, citata dal JRC tra gli esempi europei, ha sostituito asfalti scuri con materiali più chiari capaci di riflettere meglio la luce solare. Barcellona ha lavorato sulle scuole come rifugi climatici, Torino sulle soluzioni basate sulla natura. Il repertorio ormai esiste. Serve farlo uscire dai progetti pilota e portarlo nelle strade dove il caldo morde davvero.
Il sì dei cittadini
L’indagine Ipsos-Legacoop presentata durante l’incontro racconta una cosa semplice: gli italiani hanno capito benissimo cosa manca nelle loro città. L’89% degli intervistati ritiene importante migliorare e aumentare aree verdi e alberature; la stessa percentuale indica come prioritaria una maggiore circolarità nella produzione e nei consumi, con meno sprechi, più recupero e più riuso del patrimonio edilizio esistente. L’85% considera importante promuovere l’adattamento climatico per ridurre rischi e impatti di allagamenti e ondate di calore. L’82% guarda alla mitigazione, quindi alla riduzione progressiva delle emissioni di gas serra.
La frattura arriva subito dopo, quando si passa dal desiderio alla soddisfazione. Solo il 47% si dichiara molto o abbastanza soddisfatto del miglioramento e dell’aumento delle aree verdi nella propria città. La quota scende al 43% per la circolarità di produzione e consumo, e al 38% per le iniziative di adattamento e mitigazione climatica. La percezione è chiara: i cittadini chiedono ombra, suolo vivo, interventi contro allagamenti e caldo, edifici migliori, meno sprechi. Guardano intorno e vedono una risposta ancora debole.
Questa distanza pesa ancora di più in un Paese che continua a consumare suolo. Secondo il Rapporto SNPA 2025, nel 2024 in Italia sono stati coperti da nuove superfici artificiali quasi 84 chilometri quadrati, con oltre 78 chilometri quadrati di consumo netto, il valore più alto dell’ultimo decennio. Ogni ora sparisce una porzione di suolo pari a circa 10mila metri quadrati. In città significa meno assorbimento dell’acqua, meno raffrescamento naturale, più ruscellamento durante i temporali violenti, più calore trattenuto nelle giornate torride.
La transizione ecologica urbana passa anche da scelte molto terrestri: togliere cemento dove possibile, recuperare aree dismesse, riusare edifici esistenti, creare spazi pubblici capaci di assorbire acqua e produrre ombra. Un intervistato su due considera molto importante la riqualificazione degli spazi pubblici con soluzioni naturali per ridurre l’impermeabilizzazione del suolo. Percentuali alte riguardano anche la richiesta di pianificazioni adeguate per l’adattamento climatico e per energia e clima.
Servono soldi e competenze
Il sondaggio mostra anche una certa concretezza. Oltre il 90% degli intervistati ritiene importanti norme chiare, obiettivi stabili nel tempo, finanziamenti pubblici e competenze tecniche adeguate. Tra l’87% e il 90% considera rilevanti l’informazione dei cittadini, il coinvolgimento delle imprese del territorio, la capacità di produrre impatti multipli e l’indirizzo dei governi nazionale, regionali e comunali. In altre parole: gli italiani chiedono meno slogan e più capacità amministrativa.
Dentro l’Osservatorio, costituito nel 2025 per iniziativa di ENEA, ISPRA, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Green City Network, Agenzia del Demanio e Cassa Depositi e Prestiti, con la partecipazione di oltre 60 città italiane, imprese, organizzazioni d’impresa ed esperti universitari, l’obiettivo dichiarato è proprio questo: sostenere le politiche pubbliche urbane con basi scientifiche e operative, favorendo interventi efficaci e integrati nelle strategie delle amministrazioni.
La giornata è stata aperta da Edo Ronchi, Simone Gamberini, Fabrizio Tucci e Claudia Brunori, con interventi di Giuseppe Travìa, Alessandra Balduzzi, Luca Vecchi e Michela Lampone. Le sessioni tematiche hanno messo insieme città, università e imprese attorno ai quattro pilastri della transizione ecologica urbana: adattamento climatico, mitigazione climatica, circolarità e capitale naturale. Ronchi ha sottolineato il valore delle buone pratiche già realizzate in diverse città italiane, capaci di produrre benefici ambientali, sociali ed economici locali, e la necessità di ridurre lo scarto tra gravità della crisi climatica e percezione pubblica ancora troppo bassa.
Energia, case, rifiuti
Le città pronte al caldo estremo si costruiscono anche fuori dai parchi. L’indagine indica tra le misure considerate più importanti la diffusione delle Comunità energetiche rinnovabili, utili ad aumentare la produzione distribuita da fonti rinnovabili e l’accesso a elettricità pulita a tariffe più basse. Entrano poi le ristrutturazioni profonde, gli edifici a zero emissioni, materiali adeguati, consumi energetici certificati molto bassi, soluzioni passive, impianti alimentati da rinnovabili e condomini energeticamente autosufficienti con fotovoltaico sui tetti, pompe di calore per riscaldamento, raffrescamento e acqua calda, più comunità di autoconsumo tra residenti.
Il raffrescamento urbano attraversa anche le case. Un edificio isolato male accumula caldo, consuma di più e scarica disagio su chi lo abita. Un condominio con tetto fotovoltaico, pompa di calore, schermature, materiali giusti e spazi comuni più verdi diventa un pezzo di adattamento climatico, anche se visto da fuori sembra soltanto manutenzione fatta bene.
Sul fronte della circolarità, più di un intervistato su due considera molto importante migliorare la gestione dei rifiuti urbani, ridurre sprechi e rifiuti attraverso il recupero delle eccedenze alimentari e aumentare la raccolta dei piccoli rifiuti elettronici tramite eco-punti. Per il verde urbano, il consenso più forte riguarda la trasformazione delle aree dismesse in nuovi spazi ad alto valore ecologico destinate ai cittadini e la piantumazione di boschi periurbani.
Qui la città cambia passo: un’ex area abbandonata può diventare un giardino, un bosco urbano, una piazza drenante, un luogo attraversabile nelle ore calde. Un parcheggio può perdere qualche fila di asfalto e guadagnare alberi. Una strada può diventare più chiara, più ombreggiata, meno ostile. Una scuola può aprirsi come rifugio climatico durante le ondate di calore. Una comunità energetica può abbassare bollette ed emissioni nello stesso movimento.
La domanda iniziale resta lì, con i piedi sul marciapiede caldo: le città italiane sono pronte? Alcune esperienze dicono che gli strumenti ci sono. I cittadini dicono che li vogliono. I dati sulla soddisfazione dicono che se ne vedono ancora pochi. L’asfalto, intanto, continua a restituire calore anche dopo il tramonto.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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