L’accordo tra Stati Uniti e Iran, che prevede un periodo di 60 giorni di negoziati reso pubblico solo di recente ha scatenato forti critiche. È una situazione paradossale. Per tutto il mese scorso e fino alla pubblicazione del memorandum, la sinistra accusava Donald Trump di essere un guerrafondaio. Ora invece lo definiscono una sorta di “vile pacifista”.
Alcuni esponenti della destra, che fino a poco tempo fa lo consideravano il più coraggioso degli ultimi otto presidenti (il primo ad aver preso sul serio la minaccia nucleare iraniana), oggi sostengono che sia un credulone che si è fatto ingannare.
Ma cosa sta realmente accadendo attorno a questo “memorandum”?
Innanzitutto, molti confondono la vittoria militare con la vittoria strategica. Sul piano tattico, gli Stati Uniti hanno demolito l’intero apparato militare iraniano. Le difese aeree iraniane non esistono più; lo spazio aereo è aperto a chiunque. I Pasdaran non possono impedire l’ingresso agli americani, ai Paesi del Golfo o a Israele. E non dispongono nemmeno più di una vera e propria marina: restano solo poche motovedette, che vengono progressivamente eliminate. Dati alla mano, gli Stati Uniti hanno affondato oltre 160 navi iraniane.
Il 90 percento dei missili sono stati distrutti. E anche se non si conosce il numero esatto iniziale, si sa comunque dove sono stoccati quelli rimasti e, in caso di una ripresa delle ostilità, si possono neutralizzare facilmente.
L’80 per cento dei vertici della dittatura iraniana, oltre ottanta figure chiave del regime, è stato eliminato, incluso l’ayatollah. Questa è, per definizione, una vittoria militare. Ma la vittoria strategica è tutt’altra cosa. La vittoria strategica implica una resa incondizionata, in cui chi vince detta termini e condizioni senza possibilità di replica. Gli Stati Uniti lo hanno fatto nella Seconda Guerra mondiale, nella Guerra di Secessione e, in parte, con il Trattato di Versailles dopo il 1918. Lo hanno fatto con Saddam Hussein e con i talebani.
Il problema è che per ottenere questo risultato, di solito servono truppe di terra che entrino nel Paese nemico, abbattano il regime e ne mettano al potere uno nuovo. Washington lo ha già fatto con la Confederazione, con la Germania, l’Italia e il Giappone, così come con i talebani e con Saddam Hussein. In quest’ultimo caso sono morti 7 mila americani, 53 mila i feriti, 2 mila miliardi di dollari la spesa e un totale di trent’anni di impegno (dieci in Iraq e venti in Afghanistan). E i regimi che sono saliti al potere, poi o sono crollati da soli o sono stati abbattuti.
La stessa cosa non può e non deve ripetersi in Iran. È un Paese di 93 milioni di abitanti; per abbattere il regime e imporre condizioni ferree (niente missili, sovvenzioni ai terroristi, agenti in Europa o negli Stati Uniti) bisognerebbe ricorrere alle truppe di terra.
Gli americani, però, nei sondaggi dicono chiaramente di non volere più truppe di terra in Medio Oriente. La pensano come Otto von Bismarck sui Balcani: la questione non vale la pelle di un solo granatiere tedesco. Ciònonostante, il fatto che gli Stati Uniti possano colpire in qualsiasi momento e infliggere danni gravissimi hanno portato a dei paletti assolutamente irremovibili: Stretto di Hormuz aperto e niente armi nucleari.
Finora sono morti 13 soldati americani: una cifra che è sempre altissima, ma che corrisponde più o meno al normale tasso di incidenti militari di due settimane. Se il regime iraniano violasse l’intesa — magari lanciando missili sul Kuwait o tentando di chiudere lo Stretto — si potrebbe passare al livello successivo dei bombardamenti. Trump non ha ancora bombardato come Obama ha bombardato la Libia nel 2011, come Clinton la Serbia, o come si è fatto in Vietnam. I presidenti democratici – Clinton e Obama – hanno spesso colpito porti, emittenti Tv, scuole, ospedali.
Quindi si può fare di più, se necessario: rispondere in modo sproporzionato e distruggere le infrastrutture essenziali iraniane.
Perché allora Trump ha accettato questo accordo? Perché per i sondaggi gli americani volevano chiudere questa guerra, perché il prezzo della benzina era salito oltre 1 dollaro e 17 centesimi al litro e perché il mondo intero premeva per evitare una recessione. E poi c’è la delicata questione delle elezioni di metà mandato, ormai vicinissime.
Trump ha guadagnato terreno prezioso per raggiungere obiettivi importanti: il controllo sull’arricchimento dell’uranio iraniano, la riapertura dello Stretto e la prosecuzione dei negoziati sugli altri punti. Nel frattempo la Borsa si sta risollevando, il prezzo della benzina sta crollando e nei sondaggi la maggioranza degli americani sostiene i negoziati con Teheran.
Ma molti analisti sbagliano anche nel giudicare l’accordo. Non è la fine dei negoziati né della guerra: è infatti l’inizio dei veri problemi per il regime iraniano.
Una volta fermata la fase militare, la teocrazia degli ayatollah dovrà confrontarsi con un popolo ancora più arrabbiato, con gran parte dei vertici del regime neutralizzati. La nuova generazione di Pasdaran è a dir poco incompetente. La popolazione potrebbe gridare, un giorno, che i Pasdaran hanno perso tutto, sono stati umiliati, hanno polverizzato 500 miliardi di dollari e mezzo secolo di investimenti. In pratica, il regime iraniano dovrà affrontare un dissenso interno enorme. Un dissenso che può essere incoraggiato e persino armato dagli Stati Uniti.
Un altro fattore da non sottovalutare è il fattore tempo; e sta giocando tutto a favore di Trump. Washington è autorizzata reagire molto duramente se i Pasdaran violano l’accordo. E Trump può spiegare chiaramente agli alleati, i quali temono ripercussioni economiche mondiali, che tra uno o due anni lo Stretto di Hormuz diventerà sostanzialmente irrilevante. Già adesso i Paesi del Golfo stanno infatti correndo ai ripari, e stanno potenziando gli oleodotti verso il Mar Arabico, il Mar Rosso e il Mediterraneo: presto potranno esportare dai 10 ai 12 milioni di barili al giorno senza passare dallo Stretto. Un fattore che capovolge completamente la strategia iraniana. In parole povere, il regime iraniano diventerà (ancora) più vulnerabile, e gli Stati Uniti potrebbero chiudere lo Stretto senza intaccare le forniture mondiali.
E inoltre, questione che viene affrontata poco in generale, Russia e Cina hanno perso i migliori alleati e clienti: Siria, Iran e Venezuela. Entrambi i Paesi hanno enormi problemi demografici e la dittatura comunista cinese deve importare 10-11 milioni di barili al giorno (che ora deve pagare a prezzo pieno). A conti fatti, Mosca e Pechino sono i due soggetti che hanno davvero perso in questa guerra.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Victor Davis Hanson per ET USA
Source link


