Il dramma dei critici musicali incompetenti


La recente critica del musicista e musicologo americano Rick Beato alla classifica dei trenta migliori cantautori statunitensi contemporanei stilata dai critici musicali del New York Times va ben oltre una semplice polemica.

Beato ha definito l’esercizio del Nyt privo di significato. Non tanto per l’idea di ordinare gli artisti in una graduatoria, né per via degli artisti selezionati, quanto la competenza stessa di chi quella classifica l’ha compilata.

Tra i più autorevoli commentatori della musica contemporanea, Beato può vantare una solida formazione accademica: una laurea in contrabbasso classico all’Ithaca College e un master in chitarra jazz al New England Conservatory of Music. A questo si aggiunge un seguito di oltre cinque milioni di iscritti sul suo canale YouTube. Proprio per questo ha fatto notare come nessuno dei critici del New York Times coinvolti nella classifica possieda una formazione musicale. Il loro percorso è giornalistico o umanistico e, secondo Beato, ciò rende inevitabilmente le loro valutazioni più vicine alle preferenze personali che a giudizi ponderati su una conoscenza tecnica e teorica della composizione musicale.

Naturalmente questo non significa che soltanto chi ha studiato musica possa parlarne, così come non significa che, per esempio, solo un avvocato possa esprimere un’opinione sul diritto. Ma una critica seria richiede oggettivamente un certo grado di competenza della materia. Imparare ad ascoltare la musica con discernimento non è un processo banale e tanto meno si acquisisce dal nulla: è una capacità che si sviluppa attraverso grande studio, attenzione e confronto con un ampio repertorio. In assenza di queste basi, compilare una lista dei migliori musicisti rischia di trasformarsi in un semplice esercizio di gusto personale anziché in una valutazione realmente informata.

A prima vista si potrebbe liquidare la posizione di Beato come una forma di tipica critica da specialista nei confronti di un “generalista”. Eppure l’obiezione di Beato sembra toccare una questione più profonda del semplice risentimento professionale. La domanda che pone riguarda infatti il fondamento stesso dell’autorità del giudizio artistico: quale tipo di conoscenza è necessario possedere per esercitarla? In una cultura sempre più incline a separare l’opinione dalla competenza disciplinare, il confine tra giudizio informato e reazione dovuta alle proprie impressioni si è fatto progressivamente più sfumato.

Tradizionalmente il critico musicale occupava una posizione tanto complessa quanto indispensabile. Non era semplicemente un tecnico, ma nemmeno un semplice consumatore. Il suo compito consisteva nell’interpretare l’opera, mediare tra l’artista e il pubblico e metterne in luce la struttura, il significato e il valore. E per svolgere questa funzione non basta la sensibilità: sono necessarie conoscenza approfondita della tecnica musicale, della storia della disciplina, del canone delle opere riconosciute e del contesto culturale dal quale la musica trae significato.

Ed è proprio questa preparazione che, dice Beato, si sta progressivamente erodendo. Quando chi esercita la critica musicale non possiede nemmeno una conoscenza di base degli aspetti tecnici dell’arte che giudica, le sue valutazioni finiscono inevitabilmente per perdere valore. Naturalmente può descrivere le emozioni suscitate da una canzone o il suo significato nel contesto culturale del momento, ma difficilmente riesce a spiegare come quell’opera produca i propri effetti e se lo faccia con particolare originalità o maestria.

Di conseguenza, anche il linguaggio della critica si impoverisce. Il rischio è quello di un impressionismo estetico: descrizioni vivaci, ma prive di un fondamento che vada oltre il gusto personale del critico.

Nella musica questo limite appare particolarmente evidente, perché la composizione si fonda su elementi strutturali che non sempre sono immediatamente percepibili. Armonia, ritmo, forma e conduzione delle voci non rappresentano dettagli tecnici marginali, bensì la sostanza stessa dell’opera musicale. Parlare seriamente di cantautorato significa quindi, almeno implicitamente, valutare anche il modo in cui questi elementi vengono utilizzati. L’inventiva melodica, la ricchezza armonica e la coerenza formale sono parte integrante della qualità di un autore. Ignorarle non significa liberare la critica dalla pedanteria tecnica, ma privarla di una parte essenziale del suo contenuto.

In gioco, del resto, non vi è soltanto la reputazione di questo o quel cantautore, né l’autorevolezza di uno specifico gruppo di critici. La questione riguarda la possibilità stessa che la critica musicale continui a esistere come attività dotata di senso senza una reale conoscenza di come la musica funzioni. Giudicare significa distinguere, confrontare, valutare e motivare le ragioni per cui un’opera può essere considerata superiore a un’altra. Significa riconoscere che il giudizio non coincide semplicemente con una preferenza individuale, ma richiama criteri che trascendono tanto il critico quanto l’opera esaminata.

Se vuole essere qualcosa di più di una raccolta di impressioni soggettive, la critica deve quindi recuperare un’idea forte di cosa significhi conoscere un’arte e delle responsabilità che tale conoscenza comporta. In caso contrario, il linguaggio della valutazione continuerà a indebolirsi, fino a perdere la consapevolezza che un’opinione acquista autorevolezza solo quando risponde a criteri che vanno oltre la soggettività di chi la esprime.

La perdita non è soltanto professionale, ma anche culturale. Per chi ama la musica, la critica smette di illuminare l’opera e si riduce a una forma di commento impressionistico, scollegato da quella conoscenza disciplinata che conferisce profondità e autorevolezza al giudizio. In un simile contesto diventa sempre più difficile distinguere ciò che è semplicemente popolare da ciò che è realmente eccellente.

Sul fondo di questa vicenda si intravede un cambiamento culturale ancora più ampio. L’autorità dell’expertise è stata ampiamente messa in discussione, spesso per ragioni comprensibili. Molte istituzioni che un tempo godevano di grande fiducia hanno progressivamente dissipato il proprio prestigio e, parallelamente, la diffusione delle piattaforme mediatiche ha consentito a un numero molto più ampio di persone di partecipare al dibattito pubblico. Si tratta di uno sviluppo che ha certamente arricchito il confronto delle idee. Ha però, al contempo, prodotto anche un effetto collaterale: un progressivo appiattimento del giudizio, nel quale tutte le opinioni tendono ad apparire equivalenti perché i criteri di valutazione si sono fatti sempre più deboli e indistinti. Quando gli standard critici si dissolvono, non emerge una cultura della critica più aperta e consapevole, ma un ambiente dominato dagli entusiasmi del momento e dai consensi effimeri.


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 Redazione ETI

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