6 luoghi da vedere una volta nella vita prima che sia troppo tardi: rischiano di sparire (per colpa dell’uomo)



Sono luoghi “da vedere almeno una volta nella vita”, certo, ma il perché vadano visti è molto meno romantico di quanto si pensi: molti dei posti più incredibili del Pianeta stanno scomparendo e non per caso, né per un destino scritto dalla natura. Stanno cambiando, arretrando, bruciando, affondando o perdendo vita. Tutto per colpa nostra.

Dalle barriere coralline sbiancate agli atolli minacciati dall’innalzamento del mare, da Venezia ai ghiacciai che si ritirano alle foreste divorate da incendi e deforestazione, il mondo che vorremmo visitare, fotografare, vivere, è lo stesso che ogni giorno contribuiamo a consumare.

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E allora, probabilmente, la domanda non è solo quali luoghi vedere prima che spariscano, ma anche e soprattutto cos’è che siamo disposti a fare perché non spariscano davvero.

Uno ad uno, rischiano di scomparire o di diventare altro, eccone (solo) alcuni:

Venezia

Vari studi dimostrano che per Venezia il pericolo è in realtà lento e per questo più subdolo: il mare sale, la terra si abbassa e la laguna, anno dopo anno, diventa sempre più esposta ad allagamenti che potrebbero trasformare uno dei luoghi più fragili e amati al mondo in una città sempre meno vivibile.

Uno studio pubblicato su Remote Sensing nel 2025 analizza il futuro della laguna di Venezia fino al 2150, combinando dati satellitari, mareografi, LiDAR e scenari climatici IPCC. Il punto centrale è che Venezia minacciata da un doppio fenomeno: il mare sale mentre il suolo si abbassa. Secondo gli studiosi, entro il 2150, fino al 65% delle terre emerse potrebbe essere interessato da allagamenti.

Il rischio non riguarda solo il centro storico, ma anche Chioggia, Lido Cavallino, Sant’Erasmo, Marghera e l’area dell’aeroporto Marco Polo. Lo studio solleva inoltre dubbi sulla tenuta futura del MoSE: se il livello del mare continuerà a salire, il sistema potrà non bastare più entro fine secolo. Dunque, Venezia non rischia di sparire all’improvviso, ma di diventare progressivamente più fragile, più allagabile e sempre più difficile da abitare e proteggere. E visitare.

QUI lo studio completo.

La Grande Barriera Corallina

La Grande Barriera Corallina sta vivendo il peggior declino mai registrato da quando sono iniziate le rilevazioni. Secondo il rapporto dell’Australian Institute of Marine Science, quasi la metà delle 124 barriere monitorate tra agosto 2024 e maggio 2025 ha perso copertura corallina. La causa principale è lo stress da calore legato alla crisi climatica: quando l’acqua diventa troppo calda, i coralli espellono le alghe simbiotiche che danno loro colore e nutrimento, diventano bianchi e, se il calore dura troppo, muoiono.

Il problema è che gli eventi di sbiancamento sono sempre più frequenti e i coralli avrebbero bisogno di anni per riprendersi, ma gli intervalli tra un evento estremo e l’altro si stanno accorciando sempre di più.

Ecco perché rischiamo di non poterla più ammirare come la conosciamo: ma sta perdendo colore, vita e biodiversità. Se le temperature dovessero continuare a salire, la Grande Barriera Corallina potrebbe trasformarsi da uno degli ecosistemi più spettacolari del Pianeta a un paesaggio marino sbiancato, impoverito e sempre meno capace di rigenerarsi.

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Miami

Per chi invece avesse intenzione di fare una capatina a Miami, sappia che ha poco tempo da perdere. Non tutti sanno, infatti, che Miami è tra le città più vulnerabili al mondo all’innalzamento del mare legato alla crisi climatica. Nel sud della Florida il mare è già salito di circa 30 centimetri dall’inizio del ‘900 e le inondazioni da alta marea sono diventate molto più frequenti. Le previsioni più gravi parlano di un aumento fino a 1,5-2 metri entro fine secolo, uno scenario che potrebbe rendere inabitabili vaste zone della contea e costringere molte persone a spostarsi.

Intanto, le istituzioni stanno cercando di adattare l’ambiente senza mettere davvero in discussione la continua espansione immobiliare lungo la costa. Ma prima o poi l’adattamento potrebbe significare anche una scelta scomoda: accettare che alcune aree non potranno più essere abitate.

Giacarta

Giacarta è una delle città che rischiamo di non poter più ammirare come la conosciamo oggi perché sta letteralmente sprofondando. Il problema è l’innalzamento del mare, ma anche la subsidenza causata dall’estrazione eccessiva di acqua dalle falde sotterranee, aggravata da urbanizzazione selvaggia, cementificazione e crisi climatica. In alcune aree il terreno continua ad abbassarsi molto più rapidamente di quanto salga il mare, rendendo le alluvioni sempre più frequenti e devastanti.

Uno studio sul rischio di alluvioni costiere a Giacarta stima che, tra il 2000 e il 2050, l’area potenzialmente allagabile potrebbe aumentare di oltre 110 km², con la subsidenza responsabile dell’88% di questo incremento.

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Ecco perché Giacarta rischia di sparire dal nostro immaginario di viaggio: il suo volto cambierà sotto la pressione combinata di acqua, cemento e crisi climatica.

Glacier National Park

Il Glacier National Park, negli Stati Uniti, rischia di non essere più “il parco dei ghiacciai”. Le grandi masse di ghiaccio che gli hanno dato il nome si stanno ritirando da decenni e il Grinnell Glacier, uno dei più iconici, è ormai ridotto a una frazione di ciò che era: dove un tempo c’era ghiaccio, oggi c’è un lago.

Il parco ha già perso circa il 60% dei suoi ghiacciai dalla metà dell’Ottocento e, secondo le previsioni, quelli rimasti potrebbero scomparire entro la fine del secolo.

Ecco perché rischiamo di non poter più ammirare il Glacier National Park come lo conosciamo: non sparirà la montagna, non spariranno i laghi, non spariranno i sentieri. Ma potrebbe sparire ciò che lo rende unico, il cuore stesso del suo nome. Un parco nato per custodire i ghiacciai potrebbe diventare il monumento più evidente alla loro scomparsa.

Timbuktu, Patrimonio dell’Umanità UNESCO

A Timbuctù i danni al patrimonio culturale sono abbastanza più gravi di quanto stimato all’inizio: una missione UNESCO di qualche anno fa ha accertato la distruzione di 16 mausolei e la perdita di oltre 4mila antichi manoscritti dopo l’occupazione della città da parte di gruppi jihadisti nel 2012. Tra i luoghi colpiti c’erano anche mausolei iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale e siti legati alla moschea di Djingareyber, uno dei simboli della città, costruita nel XIV secolo.

La notizia più recente è che una parte dei manoscritti salvati è tornata a Timbuctù dopo 13 anni a Bamako, dove era stata trasferita per proteggerla. Ma la città resta fragile: l’instabilità nel nord del Mali e la minaccia dei gruppi armati continuano a rendere complicata la piena restituzione e conservazione di questo patrimonio unico.

Ad oggi, insomma, Timbuctù non è solo una città ferita dalla guerra: è il simbolo di quanto la cultura possa diventare bersaglio quando l’estremismo vuole cancellare identità, memoria e conoscenza. E di quanto, al contrario, salvarla significhi difendere non solo il passato di un popolo, ma un pezzo della storia dell’umanità.

Tutti questi posti, dunque, e altri non stanno svanendo per magia. Non per il corso naturale delle cose, ma come risultato di emissioni, cemento, guerre, deforestazione, turismo predatorio, scelte politiche miopi e consumi che continuiamo a considerare normali.

E allora forse l’invito migliore potrebbe essere non tanto correre a vederli finché esistono ancora, ma smettere di trattarli come scenografie usa e getta. Venezia non è una cartolina da calpestare in giornata, la Barriera Corallina non è un acquario gigante, i ghiacciai non sono un fondale per selfie. Tutto è memoria, ecosistemi, case, culture e vite. E se davvero vogliamo continuare ad ammirarli, la prima cosa da fare è cambiare il modo in cui li abitiamo.

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 Germana Carillo

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