Terremoto in Venezuela: il piccolo Klieber Moran di 3 anni estratto vivo dopo 6 giorni dalle macerie a La Guaira. Salvato anche un dodicenne, ma esplode la rabbia dei residenti contro lo Stato accusato di averli lasciati soli e costretti a scavare a mani nude
Il devastante doppio sisma che ha colpito con inaudita violenza il Venezuela lo scorso mercoledì 24 giugno ha provocato un bilancio drammatico di almeno 1.700 morti. La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha ufficialmente definito questo terremoto come la catastrofe naturale più brutale dell’intera storia venezuelana. Epicentro del dolore e delle devastazioni è lo Stato costiero di La Guaira, dove interi complessi residenziali multipiano si sono accartocciati su se stessi, intrappolando centinaia di persone. In questo scenario spettrale, l’angoscia delle famiglie si mescola alla polvere dei crolli, mentre le ore passano inesorabili spegnendo le speranze.
Il salvataggio di un bambino di tre anni
Un barlume di speranza è però arrivato quando le telecamere delle televisioni locali hanno ripreso in diretta quello che molti hanno definito un autentico miracolo tra le rovine del complesso residenziale Los Corales Garden 1. Nelle prime ore del mattino, a distanza di 6 giorni dal sisma, i membri della missione di soccorso giordana sono riusciti a individuare e trarre in salvo il piccolo Klieber Moran, un bambino di appena tre anni rimasto intrappolato per quasi sei giorni consecutivi sotto tonnellate di cemento armato.
Il piccolo è stato estratto vivo e immediatamente trasportato a bordo di un’ambulanza gestita dal personale della Zona operativa di valutazione dei danni e analisi dei bisogni dello Stato di Sucre per ricevere immediate cure mediche. Poco prima, nella vicina cittadina di Macuto, un altro incredibile salvataggio aveva ridato fiato ai soccorritori stremati da ben 122 ore di scavi ininterrotti: il dodicenne Carlos Miguel Colmenares è stato recuperato cosciente dalle macerie del proprio palazzo grazie all’azione tempestiva dei vigili del fuoco di Quito e della comunità locale.
Il vuoto vitale che custodisce la vita
Secondo gli esperti, la sopravvivenza dei più giovani in queste condizioni estreme è spesso legata alla temporanea protezione di un cosiddetto vuoto vitale, una nicchia d’aria fortuita formatasi dall’incastro accidentale di due pesanti lastre di cemento. Questo genere di intercapedine rappresenta l’unica barriera contro il peso dei detriti, un micro-ambiente dove la resistenza umana viene sospinta al limite e tutto resta appeso alla rapidità degli scavi, alla disponibilità di ossigeno e alla capacità di tollerare ferite e disidratazione. Per le famiglie dei sopravvissuti, l’istante dell’estrazione si traduce in un abbraccio bagnato dalle lacrime e in promesse di protezione sussurrate a fior di labbra, dopo aver vissuto giorni di pura e logorante agonia psicologica.
La disperazione e la rabbia dei sopravvissuti
La gioia per questi straordinari ritrovamenti non basta però a placare la furente indignazione della popolazione locale, che accusa apertamente le autorità governative di totale negligenza e imperdonabile ritardo nella gestione dell’emergenza. Nei quartieri più colpiti e densamente popolati, l’odore acre dei corpi rimasti sotto i detriti rende l’aria completamente irrespirabile per i tantissimi volontari. Chi ha perso un parente si trova costretto a scavare disperatamente tra blocchi di calcestruzzo armato solo di pale e piedi di porco, denunciando come gli aiuti ufficiali siano giunti sul posto con quasi quarantotto ore di ritardo, lasciando i quartieri abbandonati al proprio destino.
🚨EN VENEZUELA |Habitantes damnificados confrontaron a miembros del ejército, exigiendo que dejen de vigilar y se sumen activamente a las labores de rescate. El reclamo estalló porque las tropas llegaron portando fus1les en lugar de herramientas pesadas para remover estructuras… pic.twitter.com/WLnsL72czf
— CRE SATELITAL (@Cresatelitalecu) June 30, 2026
Le storie di disperazione si rincorrono lungo le strade devastate della costa, dove la presenza iniziale delle forze dell’ordine è stata percepita dai residenti come un semplice presidio di controllo piuttosto che come un aiuto attivo nelle difficili manovre di sgombero e ricerca. Intere comunità raccontano di aver trascorso le prime notti successive al sisma a scavare a mani nude, raschiando i detriti con le unghie nel buio più totale, guidati unicamente dal riverbero delle urla soffocate che provenivano dal sottosuolo. Solo in un secondo momento sono giunti i primi vigili del fuoco nazionali, affiancati successivamente da contingenti e reparti specializzati provenienti da Colombia, El Salvador e dagli Stati Uniti, prima che le operazioni venissero bruscamente e inspiegabilmente sospese in diverse aree.
Nuevamente la policía chavista bloqueando a los voluntarios y la ayuda.
“Tenemos tres días bajando, estamos sucios, y ustedes cargan el uniforme limpiecito porque ustedes no se han ensuciado las manos. Entonces dejen que nosotros hagamos la chamba”. pic.twitter.com/ndaiz5AnCx
— Gabriel Bastidas (@Gbastidas) June 30, 2026
Il silenzio assordante delle istituzioni
I pesanti ritardi logistici rischiano di trasformare una calamità in una strage aggravata dall’inefficienza burocratica delle istituzioni. Molti genitori hanno visto le proprie abitazioni polverizzarsi in pochi secondi, assistendo impotenti al crollo di strutture di proprietà statale che avrebbero dovuto garantire standard di sicurezza ben diversi. Negli ospedali affollati della zona, madri e padri consultano ossessivamente i registri ufficiali dei feriti e i lunghi elenchi delle vittime nella vana speranza di ritrovare i propri figli adolescenti. La sensazione diffusa e amara che accomuna i sopravvissuti è quella di una profonda solitudine, la consapevolezza traumatica che lo Stato li abbia lasciati completamente soli nel momento del massimo bisogno.
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Rebecca Manzi
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