di Giuliano Longo
A Mosca nessuno lo chiama così e solo qualche timido cenno traspare dai media ma ufficialmente non esiste, ma è un blocco di potere che dal febbraio 2022 ha preso il sopravvento su bilanci, fabbriche, televisori e media.
Fra questi spiccano – e tutti lo sanno – I temuti siloviki dell’apparato sicurezza alcuni dei quali amici di Putin per la comune provenienza dall’apparentemente defunto KGB – , con loro generali, Tycoons dell’industria difesa con i volti più urlati di Telegram. Tra loro non c’è un capo unico e spesso si odiano, ma hanno però un punto in comune: per loro la guerra non è una parentesi da chiudere in fretta, ma la nuova normalità su cui costruire il loro consenso anche per un eventuale dopo Putin.
I loro volti dal Cremlino all’esercito
ai vertici I nomi ricorrenti sono .Sergej Šojgu, con passato da ministro della Difesa a segretario del Consiglio di Sicurezza nel maggio 2024, è il burocrate in uniforme che sventoò il golppe del capo della Wagner, Prigozin, che non lancia proclami, ma proclami, ma controlla ordini, appalti e rotazioni.
Accanto a lui Nikolaj Patrušev – anche lui proveniente dal KGB – che da anni parla di scontro di civiltà e ha messo la sicurezza navale e artica al centro dell’agenda. Più rumoroso e sanguigno e , molto più “social”, Dmitrij Medvedevvice del Consiglio di Sicurezza e voce che non perde occasione per alzare il tiro e ricordare che “congelare” il conflitto vuol dire perderlo.
Per quanto riguarda l’esercito il nome più gettonato ricorrente è quello di Andrej Belousov, ministro della Difesa dal maggio 2024. Economista di formazione non è un generale di carriera, ma ha il compito di far produrre di più legando le fabbriche all’esercito.
Sotto di lui resta l’architettura di Stato Maggiore con Il capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov che rappresenta I militari di professione e preme sui risultati al fronte per avere più carte al tavolo. A chiudere il cerchio della sicurezza interna c’è Aleksandr Bortnikov – che anche lui per 20 anni ha lavurato nel KGB e amico di Putin – oggi direttore dell’FSB, che della guerra ha fatto anche una questione di controllo interno e informatico.
Fuori dalle stanze istituzionali ci sono I megafonoi di Ramzan Kadyrov e i suoi reparti “Akhmat”- unità paramilitari e Spetsnaz (forze speciali) strettamente legate alla repubblica cecena e al suo leader Ramzan Kadyrov, inquadrate all’interno delle strutture militari e di sicurezza della Federazion e– che sono diventati un marchio mediatico della guerra.
E poi i milblogger: da *Rybar* a WarGonzo* fino alle voci più radicali che per anni hanno martellato i generali accusandoli di lentezza. Non comandano un battaglione, ma spostano l’umore, alzano l’asticella, rendono difficile qualsiasi discorso di de-escalation.
Infine l’economia: Sergej Čemezov a capo di Rostec,che governa un impero che va dagli elicotteri all’elettronica militare. Con lui Denis Manturov, vicepremier e ministro dell’Industria,l’uomo che deve trasformare gli ordini del governo in bulloni, motori e schede elettroniche. Dietro, le banche di Stato come VTB, Sber e Promsvjaz’bank, canali per far arrivare credito agevolato al complesso militare-industriale. È qui che il “partito” smette di essere retorica e diventa stipendi, turni di notte, e subforniture.
Una economia militarizzata’?
L’effetto si è visto subito negli stabilimenti. Uralvagonzavod che ha rimesso in moto linee per le formazioni corazzate.; con Almaz-Antej che ha accelerato sui sistemi antiaerei; UEC e tutta la filiera motori che hanno ricevuto commesse pluriennali. Intorno a loro è cresciuto un sommerso di PMI riconvertite: chi faceva macchine utensili civili ora fa componenti per droni, chi stampava plastica ora fa alloggiamenti elettronici. Nelle regioni dove ci sono questi poli, la disoccupazione è sparita e i salari medi sono saliti. Un ingegnere di Tula o Perm oggi guadagna più de colleghi di un’azienda civile a Mosca.
Questa spinta ha però un prezzo macro. La Banca di Russia ha dovuto alzare i tassi per raffreddare una domanda surriscaldata da stipendi difesa, bonus di arruolamento, spesa pubblica a pieno regime. L’import-substitution è spinta da Denis Valentinovic Manturov – il giovane vice primo ministro della Federazione – che ha sostituito fornitori europei con cinesi, iraniani, nordcoreani. Funziona per tenere in piedi la produzione, ma a costo di dipendenza e qualità altalenante.
La società che cambia passo
La guerra ha riscritto anche il racconto pubblico. Le tv statali, le scuole, i film e i canali Telegram hanno portato al centro l’idea di uno scontro lungo con l’Occidente. Il soldato contrattuale è diventato una figura con status: mutui agevolati, posti riservati all’università, priorità in concorsi e assunzioni. Le famiglie dei caduti hanno pagamenti e riconoscimenti pubblici. Si crea così una base sociale che, in termini materiali, è legata alla continuazione del conflitto.
Nelle città industriali della difesa la vita è cambiata in meglio per molti nelle metropoli, invece, la parte più tech e creativa ha fatto i conti con un’altra scelta di emigrare, cambiare settore, o restare ai margini.Con leggi delle “fake sull’esercito”e i poteri dell’FSB si sono estesi e nel quotidiano è entrata una simbologia nuova.
I fondi di volontariato “Z”, le lettere al fronte, le uniformi a scuola, l’esposizione di trofei strappati al nemivo. Niente di obbligatorio sulla carta, ma una presenza molto pratica con una normalizzazione lenta, fatta di gesti piccoli che sommati creano un clima.
Le crepe interne. Perché non sono tutti d’accordo
Dentro questo blocco – politico finaziario econnomico – i contrasti non mancano. I falchi ideologici – Medvedev in testa e una parte dei milblogger – spingono per una linea dura senza compromessi: più mobilitazione, più pressione, niente tregue che suonino da resa.
I falchi pragmatici, Šojgu e Belousov, ragionano in termini di produzione, logistica, rotazioni: la guerra si vince se la fabbrica non si ferma e se i generali non vengono delegittimati ogni settimana su Telegram. Gli industriali, Čemezov e Manturov, vogliono una cosa semplice: ordini stabili, prezzi certi, niente shock che blocchino le catene di fornitura.
Queste tre anime si incontrano nel Consiglio di Sicurezza e nei corridoi del governo. Litigano su quanto produrre, quanto spendere, quanto raccontare, ma finché il bilancio resta orientato alla difesa e finché la narrativa resta quella dello scontro esistenziale, il terreno comune resta.
Il risultato
Il risultato è una Russia più militarizzata di quanto lo fosse dieci anni fa. L’economia ha un motore che gira forte, ma è un solo motore. La società ha più consenso legato al fronte e meno spazi per voci indipendenti. Il “partito della guerra” non è un complotto segreto: è una coalizione d’interessi. I siloviki guadagnano peso politico, l’industria difesa guadagna commesse, una parte della società guadagna stipendi e status.
Un consenso costruito intorno al conflitto diventa difficile da smontare senza costi alti politici. Finora il bilanciamento ha tenuto fino allo scorso anno, ma nell’opinione pubblica va diffondendosi stanchezza non sino al punto di contarstare Puti – che comunque rappresenta sempre la stabilità e l’inita di “Rus” termine che ha una estesione più ampia della multietnicità russa.
Mentre l’ostilità, il riarmo europeo e gli attacchi ucraini – paradossalmente – rafforzano questo “Partito della Guerra” che non teme I contati segreti tra Mosca E Kiev ammessi da Putin.Nella convinzione che tanto falliranno perchè l’Europa ha scelto Il confronto duro, fino alla sconfitta della Russia o qualcosa di simile.
Ma sopratutto – non è un mistero – perchè questo blocco di potere agita continuamente la deterrenza nucleare russa che gli Stati Uniti temono e gli europei pensano sia irrilevante o propaganda. La tragedia è che il “Partito della Guerra” ci crede veramente.
L’articolo Il “partito della guerra” russo, chi tira le fila e con quali obiettivi proviene da Ore12.
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Redazione Ore 12
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