Per oltre un secolo il Convitto annesso all’Istituto Tecnico “Garibaldi Da Vinci” di Cesena ha accolto esclusivamente studenti maschi. Dal nuovo anno scolastico, per la prima volta nella sua storia, potrà accogliere anche le studentesse. Una conquista di pari opportunità, ma anche l’occasione per riscoprire il valore educativo di un’istituzione dal nome antico che, secondo la Dirigente Scolastica Luciana Cino, risponde in realtà ad alcuni dei bisogni più attuali degli adolescenti: socializzazione, autonomia, vita tra pari, contrasto all’isolamento.
Dirigente, cominciamo proprio da qui: che cos’è oggi un Convitto?
Non è semplicemente una struttura nella quale dormono gli studenti che abitano lontano. È una vera comunità educativa in cui, nel nostro caso, vivono circa cento adolescenti tra i 14 e i 19 anni. Durante la settimana studiano, condividono i pasti e gli spazi, imparano a organizzarsi, rispettano regole comuni, costruiscono relazioni e sono accompagnati dagli educatori nel loro percorso di crescita.
Non è un’istituzione ormai superata visto che le scuole non sono più così lontane da chi le frequenta?
Assolutamente no. Intanto perché è a disposizione di tutte le scuole della provincia e ci sono studenti che per rientrare a casa dopo la scuola devono affrontare anche un’ora di viaggio, per non parlare di quelli che frequentano l’Istituto Aeronautico di Forlì e che vengono addirittura da altre regioni.
Il punto centrale, poi, è che la vita convittuale restituisce agli adolescenti qualcosa che nella nostra società sta diventando sempre più raro: una quotidianità realmente vissuta con i coetanei.
La mia generazione è cresciuta nei cortili, nei campi da gioco improvvisati, nei quartieri. Passavamo interi pomeriggi insieme. Litigavamo, facevamo pace, imparavamo a condividere, ad aspettare, a negoziare, a trovare il nostro posto in un gruppo. Nessuno la chiamava educazione relazionale, ma stavamo imparando a vivere con gli altri.
Oggi molte di quelle esperienze si sono ridotte. Tanti ragazzi trascorrono ore tranquillamente chiusi nella propria camera, tra smartphone, videogiochi, social e piattaforme. Apparentemente va tutto bene: non fanno rumore, non disturbano nessuno. Ma la relazione con i coetanei è una palestra insostituibile per la crescita.
Gli anni successivi alla pandemia ci hanno mostrato con ancora maggiore evidenza fenomeni di isolamento, ritiro sociale e fragilità relazionale.
Il Convitto, da questo punto di vista, può essere un importante antidoto educativo all’isolamento. Si studia insieme, si cena insieme, ci si confronta, ci si aiuta e naturalmente si litiga anche. Ma persino il conflitto diventa esperienza educativa: bisogna imparare a stare con chi non abbiamo scelto, a rispettare lo spazio dell’altro, a trovare soluzioni.
Quindi è una forma di tempo scuola prolungato?
È esattamente così che lo interpreto.
Nei sistemi educativi del Nord Europa troviamo da tempo modelli di scuola aperta e di tempo educativo prolungato, nei quali la formazione del ragazzo non viene confinata alle ore trascorse in aula. L’educazione continua nello studio condiviso, nello sport, nelle attività, nelle relazioni e nella vita comunitaria.
Il nostro Convitto, nonostante un nome che può sembrare ottocentesco, realizza qualcosa di molto vicino a questa concezione.
La scuola non finisce con il suono dell’ultima campanella. Un ragazzo continua a crescere mentre organizza il proprio studio, divide una stanza con un compagno, rispetta un orario, affronta un contrasto o si accorge che qualcuno ha bisogno di aiuto.
Per questo considero il Convitto un modello educativo non del passato, ma per certi aspetti del futuro.
Eppure questa opportunità, a Cesena, era rimasta fino a oggi esclusivamente maschile.
Ed è proprio questa la contraddizione che abbiamo voluto superare.
Il nostro Convitto nasce nel 1882, quando l’istruzione tecnica era sostanzialmente pensata per gli uomini. È comprensibile che allora fosse nato come struttura maschile.
Ciò che non era più accettabile era che questa impostazione fosse arrivata fino ai nostri giorni.
Fino a pochi mesi fa potevamo dire a una famiglia: “Se vostro figlio vive lontano, può venire a Cesena e stare in Convitto”. Se invece si trattava di una figlia, quella possibilità non esisteva.
Questa non è una disparità astratta. Significa che l’essere ragazza può limitare concretamente la possibilità di scegliere un determinato percorso di studi.
Dal prossimo anno scolastico, finalmente, non sarà più così.
È un risultato per il quale lei si è battuta per anni. Quanto conta la volontà del dirigente in un passaggio di questo tipo?
Conta, naturalmente. Un dirigente ha il dovere di vedere i problemi, porli, cercare soluzioni e, qualche volta, continuare a insistere anche quando il percorso è lungo.
Ma tengo moltissimo a dirlo: questa non è la conquista di una dirigente. È la conquista di una comunità scolastica.
Se siamo riusciti ad arrivare fin qui è perché gli educatori e i docenti della mia scuola hanno creduto profondamente in questo cambiamento.
E io sono molto orgogliosa di loro.
Gli educatori, in particolare, avrebbero avuto tutte le ragioni per essere i primi a evidenziare le difficoltà. Sono loro che vivono il Convitto ogni giorno, che conoscono i ragazzi, le dinamiche della convivenza, i problemi della vigilanza e tutta la complessità organizzativa che una struttura residenziale comporta.
E invece non si sono tirati indietro.
Il Collegio del personale educativo ha scelto di guardare oltre le difficoltà organizzative e di riconoscere il valore educativo e di equità di questa apertura. Gli educatori non sono stati esecutori di una decisione presa altrove: sono stati protagonisti del cambiamento.
Lo stesso vale per i docenti. Il Collegio dei docenti ha compreso che il tema non riguardava soltanto l’organizzazione del Convitto, ma il diritto allo studio, le pari opportunità e il progetto educativo complessivo della scuola.
E il Consiglio di Istituto, nel quale sono rappresentate le diverse componenti della nostra comunità, ha sostenuto con convinzione questa direzione.
Questo è stato decisivo.
Gli organi collegiali non hanno semplicemente ratificato una decisione della Dirigente. Hanno fatto propria la scelta.
Senza di loro questo passaggio non sarebbe stato possibile.
Un dirigente può avere un’idea e può battersi per realizzarla. Ma un cambiamento vero diventa forte quando smette di appartenere a chi lo ha proposto e diventa patrimonio di una comunità.
È quello che è successo da noi. La forza non è stata di uno. È stata la forza di una scuola.
Quante ragazze potranno essere accolte?
Inizieremo con tre camere: due triple e una quadrupla, quindi dieci posti.
Naturalmente dieci posti sono pochi rispetto ai 96 storicamente destinati ai ragazzi. Ma ciò che conta è che quella possibilità, per la prima volta, esiste.
È una porta che si apre.
E mi auguro che un giorno ci si stupisca persino del fatto che sia stato necessario lottare perché accadesse.
Una delle obiezioni potrebbe riguardare proprio la convivenza tra maschi e femmine in una struttura residenziale. Non pone problemi organizzativi e di vigilanza?
Certo che li pone. Sarebbe poco serio sostenere il contrario.
Ma i problemi organizzativi devono essere risolti dall’organizzazione, non dalle ragazze.
Se l’ingresso delle studentesse richiede di ripensare spazi, vigilanza, turnazioni o modalità organizzative, sta a noi trovare le soluzioni. Non possiamo concludere che, poiché organizzare una struttura mista è più complesso, allora sia più semplice lasciare fuori le donne.
Non credo che questo possa essere un modo accettabile di risolvere un problema.
Nel nostro caso le ragazze avranno una zona distinta, riservata e adeguatamente custodita, all’interno però di una comunità educativa comune.
E, soprattutto, non stiamo inventando qualcosa di irrealizzabile. La presenza di ragazzi e ragazze è già una realtà in molti convitti annessi italiani. Se altrove funziona, significa che esistono modelli organizzativi che consentono di farlo.
La domanda, quindi, non è: “È più complicato?”. La domanda deve essere: “Come possiamo organizzarci perché funzioni bene?”.
L’apertura alle studentesse cambia anche il valore educativo del Convitto?
Credo di sì.
Parliamo moltissimo di educazione alla parità, al rispetto delle differenze, al rapporto tra maschile e femminile. Poi però rischiamo di affrontare questi temi soltanto attraverso lezioni, incontri o progetti.
Sono importanti, ma non bastano.
Ragazzi e ragazze imparano a rispettarsi anche vivendo in una comunità nella quale l’altro esiste davvero, non soltanto come argomento di una lezione.
Si conoscono, si confrontano, imparano che esistono punti di vista e sensibilità differenti.
La parità non può essere soltanto insegnata. Deve essere anche praticata nella quotidianità.
Per questo considero l’ingresso delle ragazze non soltanto una conquista di pari opportunità, ma anche un’evoluzione del nostro modello educativo.
Per realizzare gli spazi avete avviato il progetto “Una stanza per il futuro” e una campagna di fundraising. Come sta rispondendo il territorio?
È uno degli aspetti che mi stanno sorprendendo e coinvolgendo di più.
Dobbiamo ristrutturare e arredare completamente le prime tre camere e l’intero progetto richiede un investimento importante. Abbiamo quindi deciso di non vivere la raccolta fondi semplicemente come una necessità economica, ma di coinvolgere il territorio in questa conquista.
E sta accadendo qualcosa di molto bello.
Piccole e medie imprese, aziende agricole, banche e fondazioni stanno scegliendo di sostenerci. Alcune hanno già effettuato donazioni significative, altre stanno valutando come partecipare.
Quasi si crea una gara positiva a esserci, perché molte realtà del territorio comprendono immediatamente il significato del progetto.
Ma confesso che a colpirmi ancora di più sono le donazioni delle persone.
Stanno contribuendo famiglie della scuola, anche famiglie che non hanno figli in Convitto, personale e cittadini. Qualcuno dona cifre importanti, qualcuno somme molto più piccole.
Dal punto di vista simbolico ogni donazione racconta una scelta. È come se ciascuno dicesse: “Io ci sono. Credo che sia giusto. Voglio fare la mia parte”.
Ed è straordinario perché è lo stesso processo che abbiamo vissuto dentro la scuola.
Prima gli educatori, i docenti e gli organi collegiali hanno detto: questa scelta ci appartiene. Adesso sta accadendo fuori: aziende, fondazioni, famiglie e cittadini stanno facendo propria la stessa idea.
Il progetto si sta allargando per cerchi concentrici: dalla comunità scolastica alla comunità del territorio.
Ed è forse questa la cosa di cui sono più orgogliosa: non essere riuscita a convincere altri a sostenere “un mio progetto”, ma aver visto un progetto diventare progressivamente di tutti.
Chi volesse conoscere meglio il progetto o sostenerlo, dove può trovare le informazioni?
Abbiamo raccolto tutte le informazioni nella pagina “Una stanza per il futuro” del sito dell’Istituto, dove è spiegato il progetto e sono indicate anche le modalità per contribuire attraverso la raccolta sulla piattaforma ministeriale IDEARIUM:
https://www.garibaldidavinci.edu.it/pagine/una-stanza-per-il-futuro
Raccontiamo poi passo dopo passo l’evoluzione del progetto sulla pagina Facebook ufficiale dell’Istituto Tecnico “Garibaldi-Da Vinci”:
https://www.facebook.com/ITGaribaldiDaVinci
Per noi il fundraising non serve soltanto a comprare letti, armadi o scrivanie. Ha assunto un significato molto più grande: racconta alle prime ragazze che entreranno in quelle stanze che una comunità le voleva lì e si è impegnata perché potessero esserci.
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