Pesca a strascico, palangari, sversamenti illegali, bracconaggio e overtourism continuano a minacciare alcuni dei più importanti siti marini italiani della rete Natura 2000. È quanto denuncia Greenpeace Italia in un’indagine condotta in quattro SIC tra Sardegna, Campania, Calabria e Puglia, dove la mancanza di controlli, fondi e gestione efficace rende spesso solo formale la tutela della biodiversità.
Pesca a strascico, palangari, sversamenti illegali, bracconaggio e pressione turistica. Sono queste alcune delle minacce che continuano a gravare su diversi Siti di Importanza Comunitaria (SIC) marini italiani, aree che dovrebbero essere tutelate per il loro elevato valore naturalistico ma che, nella pratica, risultano spesso prive di controlli efficaci, risorse economiche e strategie di gestione adeguate. È quanto emerge dal briefing “Mare senza tutele” diffuso da Greenpeace Italia in occasione della Giornata internazionale del Mediterraneo.
L’organizzazione ambientalista ha analizzato quattro SIC situati in Sardegna, Campania, Calabria e Puglia, incrociando dati satellitari, sistemi di tracciamento delle imbarcazioni (AIS), monitoraggi sul campo e testimonianze degli enti gestori delle aree marine protette limitrofe. Il quadro che ne emerge evidenzia una distanza significativa tra la tutela prevista dalle norme e la realtà sul territorio.
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Natura 2000, una rete che fatica a proteggere il mare
I SIC fanno parte della rete europea Natura 2000, istituita per garantire la conservazione di habitat e specie di interesse comunitario. Tuttavia, secondo Greenpeace, molti di questi siti restano privi di misure concrete di conservazione, nonostante vengano conteggiati dal Governo tra le aree marine protette.
L’associazione sottolinea come la governance dei SIC marini sia spesso frammentata tra Regioni, Ministero dell’Ambiente, Capitanerie di porto, Parchi e Aree Marine Protette, con conseguenti sovrapposizioni di competenze e vuoti gestionali. A ciò si aggiungono carenze croniche di personale e finanziamenti.
Secondo le stime di Greenpeace, meno dell’1% delle acque italiane sarebbe oggi realmente sottoposto a misure di protezione efficaci, mentre soltanto lo 0,04% del mare nazionale sarebbe completamente interdetto ad attività potenzialmente impattanti, compresa la pesca. Dati che contrastano con le stime ufficiali che attribuiscono all’Italia una quota molto più elevata di mare protetto.
Sardegna: oltre 2.000 ore di pesca all’anno nel SIC dell’Argentiera
Uno dei casi più significativi riguarda il SIC “Dall’Isola dell’Asinara all’Argentiera”, in Sardegna. L’area, istituita per tutelare habitat marini e specie come il tursiope, continua a essere attraversata da numerosi pescherecci.
Le elaborazioni effettuate da Greenpeace sui dati di Global Fishing Watch mostrano che tra il 2022 e il 2024 si sono registrate oltre 5.500 ore complessive di attività di pesca apparente all’interno del sito, con più di 2.000 ore sia nel 2022 che nel 2024. Le principali imbarcazioni individuate risultano legate alla pesca a strascico, una delle tecniche più impattanti per gli ecosistemi marini perché altera i fondali, solleva sedimenti e contribuisce anche al rilascio di carbonio accumulato nei sedimenti marini.
Secondo Greenpeace, la differenza rispetto alla vicina Area Marina Protetta dell’Asinara è evidente: all’interno dell’AMP la pesca a strascico risulta sostanzialmente assente, mentre continua a essere praticata nelle aree SIC prive di una regolamentazione altrettanto rigorosa.
Palinuro, hotspot di biodiversità e di pesca
Criticità emergono anche nel SIC del Palinuro Seamount, un monte sottomarino nel Tirreno meridionale istituito nel 2023 e considerato un autentico hotspot di biodiversità.
L’area ospita coralli, spugne, gorgonie, cetacei e specie vulnerabili come il corallo giallo Dendrophyllia cornigera. Tuttavia, i dati raccolti mostrano una presenza costante di attività di pesca, prevalentemente con palangari. Nel solo 2024 Greenpeace ha stimato oltre 300 ore di pesca apparente all’interno del sito e ha documentato anche la presenza di decine di attrezzi da pesca abbandonati sui fondali.
Il problema, secondo gli ambientalisti, è aggravato dall’assenza di specifiche misure di conservazione e dal mancato completamento del percorso che dovrebbe trasformare il SIC in Zona Speciale di Conservazione (ZSC).
Capri e Punta Campanella: il peso dell’overtourism
Se la pesca rappresenta la principale minaccia in altre aree, nel SIC “Fondali marini di Punta Campanella e Capri” il problema più evidente è il traffico nautico legato al turismo.
Le analisi satellitari evidenziano infatti un intenso passaggio di imbarcazioni da diporto e commerciali, a fronte di un’attività di pesca relativamente limitata. La pressione antropica si riflette anche nella cronaca locale, che negli ultimi anni ha registrato episodi di sversamenti illegali, incidenti nautici e casi di bracconaggio legati alla raccolta illegale dei datteri di mare.
Pur essendo una Zona Speciale di Conservazione dal 2019 e disponendo di misure di conservazione approvate dalla Regione Campania, Greenpeace evidenzia l’assenza di fondi e personale dedicati alla gestione dell’area.
Torre Guaceto: la pesca invisibile ai radar
Situazione diversa ma non meno complessa a Torre Guaceto, in Puglia. Le analisi AIS hanno rilevato livelli molto bassi di attività di pesca, ma le testimonianze raccolte raccontano una realtà differente.
Secondo i gestori dell’area, infatti, molte attività vengono svolte da piccole imbarcazioni artigianali prive di sistemi AIS, rendendo difficile il monitoraggio satellitare. La pesca a strascico continuerebbe a rappresentare una minaccia per gli habitat marini, nonostante negli ultimi anni siano stati installati dissuasori sui fondali per limitare l’attività delle reti trainate.
Greenpeace: «La protezione del mare resta solo sulla carta»
«Le evidenze che abbiamo raccolto in questi siti non sono un caso isolato: nella maggior parte dei SIC marini italiani mancano sia monitoraggi costanti sia una governance che garantisca una tutela effettiva, come invece avviene nelle Aree Marine Protette», afferma Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia.
Secondo l’associazione, il problema è aggravato dai tagli alle risorse destinate alle aree protette e dall’assenza di un ente gestore chiaramente individuato per molti SIC.
Le richieste al Governo
Alla luce dei risultati dell’indagine, Greenpeace chiede al Governo e alle Regioni di garantire una tutela effettiva dei siti Natura 2000 marini attraverso l’individuazione di enti gestori dedicati, il rafforzamento dei controlli contro le attività illegali e lo stanziamento di risorse economiche adeguate.
L’associazione sollecita inoltre una più rapida trasformazione dei SIC in Zone Speciali di Conservazione e l’introduzione di misure concrete contro pesca distruttiva, ancoraggi dannosi, scarichi inquinanti, bracconaggio e turismo non regolamentato.
Obiettivi che diventano ancora più urgenti considerando l’impegno assunto dall’Italia nell’ambito della strategia europea per la biodiversità: proteggere almeno il 30% del mare entro il 2030. Un traguardo che, secondo Greenpeace, rischia di rimanere lontano se molte delle aree oggi considerate protette continueranno a esserlo soltanto sulla carta.
Fonte: Greenpeace
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Silvia Romano
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