Prima di arrivare al 2030 ci sono ancora quattro anni di autobus presi male, bollette da capire, scuole da tenere in piedi, aria da respirare e territori che continuano a correre a velocità diverse. Poi arrivano i numeri, e mettono ordine dove la vita quotidiana sembra solo accumulare fatica. Il Rapporto SDGs 2026 dell’Istat arriva in un punto abbastanza scomodo del calendario. Mancano solo quattro anni alla scadenza dell’Agenda 2030 e il Paese si ritrova davanti a una fotografia piena di dettagli: alcuni fanno respirare, altri rimettono subito i piedi per terra.
E a terra il quadro è questo: l’Italia si muove, sì. Solo che lo fa con il passo di chi ogni tanto accelera, poi si ferma, poi cambia strada, poi scopre che un pezzo del Paese è già più avanti e un altro arranca ancora con le scarpe slacciate.
Nell’ultimo anno, secondo l’Istat, il 51% delle misure considerate è in miglioramento. Oltre un quarto resta stabile, mentre il 24% peggiora. Guardando agli ultimi dieci anni, il 53,8% delle misure mostra una tendenza positiva, l’11,3% va indietro e il 34,8% resta in quella zona grigia che dice moltissimo: progressi intermittenti, risultati che non si consolidano, avanzamenti che sembrano buoni finché non arriva il dato successivo a raffreddare l’entusiasmo.
Un Paese che procede a scatti
La nona edizione del Rapporto mette insieme 321 misure statistiche, collegate a 148 indicatori del quadro delle Nazioni Unite. È una macchina enorme, costruita per seguire i 17 Obiettivi dell’Agenda 2030: povertà, salute, istruzione, parità di genere, acqua, energia, lavoro, città, clima, ecosistemi, giustizia, cooperazione.
Il punto utile, però, sta meno nella quantità dei numeri e più nel disegno che ne esce. A quattro anni dal 2030, la sostenibilità non somiglia a una marcia ordinata. Somiglia a una casa in cui alcune stanze sono state sistemate, altre hanno ancora i secchi sotto le infiltrazioni e qualcuno continua a dire che “poi ci pensiamo”.
I miglioramenti ci sono. Il Goal 17, sulle partnership, avanza in tutte le misure considerate. Il Goal 10, sulla riduzione delle disuguaglianze, beneficia dell’aumento dei redditi delle famiglie e di una distribuzione meno sbilanciata. Il Goal 2 mostra segnali positivi su alcune misure legate alla sostenibilità agricola.
Sul lungo periodo vanno meglio anche parità di genere, energia, imprese, innovazione e infrastrutture. Il clima e la vita sulla terra mostrano alcune tendenze favorevoli, ma con una nota stonata che pesa: proprio il Goal 15 registra anche la quota più alta di misure in peggioramento.
Povertà e scuola restano addosso
La parte sociale del Rapporto è quella che riporta tutto a una dimensione meno astratta. Nel 2024 la povertà assoluta riguarda circa 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti. Nel 2025 la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale scende al 22,6%, anche grazie alla crescita occupazionale, ma il miglioramento non basta a togliere peso al divario territoriale.
Nel Mezzogiorno il rischio di povertà o esclusione sociale arriva al 38,4%. Al Nord si ferma al 13,1%. Quasi tre volte tanto. Basta questo per capire quanto sia fragile parlare di “Italia” al singolare.
Anche l’istruzione mostra crepe evidenti. Il Goal 4 peggiora nell’ultimo anno per il deterioramento delle competenze degli studenti e per la diminuzione della quota di giovani laureati. Tradotto fuori dal linguaggio dei report: una parte dei ragazzi arriva più debole agli snodi decisivi, e il Paese perde pezzi proprio dove dovrebbe costruire futuro.
Poi c’è il Goal 16, quello su pace, giustizia e istituzioni. Qui pesano la rappresentanza femminile e giovanile in Parlamento che arretra e l’aumento dell’affollamento carcerario. Anche questa è sostenibilità, per quanto faccia meno scena di un pannello solare o di una pista ciclabile.
L’ambiente migliora dove riesce, resta fermo dove pesa di più
Sul fronte ambientale il Rapporto SDGs 2026 offre una fotografia meno comoda dei soliti titoli da “bene, avanti così”. Nei Goal legati ad acqua, vita sott’acqua e vita sulla terra molte misure risultano stabili. E la stabilità, quando si parla di crisi climatica, biodiversità e risorse naturali, può essere anche una parola un po’ pigra.
Qualche dato urbano, però, va nella direzione giusta. Nel 2024 la quota di comuni capoluogo con concentrazioni elevate di PM2,5, superiori a 20 microgrammi per metro cubo, scende all’11%, contro il 25% del 2014. Nel 2023 diminuiscono anche le morti premature attribuibili all’esposizione al PM2,5: 73 ogni 100 mila abitanti, erano 86 nel 2022.
Piccoli segnali arrivano pure dai trasporti. Nel 2025 migliorano leggermente le famiglie che dichiarano difficoltà di collegamento con i mezzi pubblici, gli studenti che usano abitualmente il trasporto pubblico e gli utenti assidui. Però l’offerta complessiva del trasporto pubblico locale nei comuni capoluogo resta sostanzialmente stabile nel 2024, con 4.699 posti-km per abitante. Una cifra precisa, dietro cui c’è una cosa molto quotidiana: quanto è semplice, o esasperante, lasciare l’auto ferma.
La solita Italia a due velocità, con qualche crepa nello schema
Il Rapporto insiste molto sui territori, e fa bene. Perché gli Obiettivi di sviluppo sostenibile non si raggiungono allo stesso modo a Bolzano, a Palermo, a Reggio Calabria o in un comune interno con pochi servizi e molte partenze.
Nelle aree “People” e “Prosperity” torna il divario che conosciamo fin troppo bene: il Nord appare più spesso sopra la media nazionale, il Mezzogiorno raccoglie molte delle fragilità. Campania, Calabria e Sicilia mostrano vulnerabilità forti nel reddito disponibile e nel rischio di povertà. Dall’altra parte, Provincia autonoma di Bolzano, Emilia-Romagna e Valle d’Aosta presentano un rischio di povertà più basso e minori disuguaglianze nella distribuzione del reddito.
La parte ambientale, invece, rompe un po’ l’automatismo. Nell’area “Planet” la geografia è più sfumata e, per molte misure, favorevole al Mezzogiorno. Anche energia e consumi raccontano un Paese in movimento, ma con il freno ancora tirato: le rinnovabili crescono, la capacità installata aumenta, la raccolta differenziata continua a salire, mentre il consumo di materiale interno, i rifiuti speciali pericolosi e l’efficienza energetica restano nodi molto meno comodi da raccontare.
Sul clima, poi, il Rapporto segnala un’Italia già esposta a frane, alluvioni, incendi boschivi e anomalie di temperatura: non lo sfondo lontano della crisi climatica, proprio il pavimento sotto i piedi. Il Paese resta spaccato, però non sempre lungo la stessa linea.
Il Rapporto SDGs 2026 lascia una sensazione abbastanza netta. L’Italia ha fatto passi avanti, e sarebbe sciocco fingere il contrario. Però il 2030 è vicino, i dati non si commuovono e alcuni ritardi hanno la brutta abitudine di sopravvivere a ogni stagione politica. Restano lì, come una macchia sul muro che nessuno guarda più perché ormai fa parte dell’arredamento.
Fonte: Istat
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Ilaria Rosella Pagliaro
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