Le ondate di calore sono ormai una costante delle nostre estati, e gli olivicoltori si trovano a dover fare i conti con temperature che mettono a dura prova le proprie colture. Mentre l’olivo è da sempre celebrato per la sua resistenza alla siccità, l’impatto degli shock termici brevi ma intensi sulla fisiologia della pianta è stato finora meno esplorato.
Uno studio condotto su giovani piante della varietà ‘Arbequina’ getta nuova luce su questa tematica, dimostrando come questi alberi posseggano una notevole capacità di superare episodi di calore estremo, seppur con qualche significativa conseguenza funzionale.
Un meccanismo di sopravvivenza: la chiusura stomatica
La ricerca, condotta esponendo piante di un anno a una temperatura di 40°C per sole due ore, ha evidenziato una risposta fisiologica rapida e mirata. Il primo effetto rilevato è stato un drastico calo del tasso di assimilazione della CO₂, con una riduzione del 70,6% rispetto alle piante non stressate . Questo dato, apparentemente negativo, è la diretta conseguenza di una strategia di difesa primaria: la chiusura quasi totale degli stomi.
La traspirazione è diminuita del 71,6% e la conduttanza stomatica è crollata del 79,6%. Come spiega il professor Enrico Maria Lodolini, esperto di olivicoltura, la chiusura stomatica è la risposta immediata della pianta per ridurre al minimo le perdite d’acqua, un meccanismo essenziale per evitare la disidratazione cellulare . Tuttavia, questo meccanismo di difesa ha un costo: limitando l’ingresso di CO₂, la pianta riduce drasticamente la sua capacità fotosintetica.
Un danno contenuto e reversibile
Nonostante il blocco quasi totale della fotosintesi, lo studio ha rilevato che il contenuto di acqua relativa delle foglie è sceso di appena il 7,5%. Ciò indica che la strategia di chiusura stomatica ha efficacemente scongiurato una perdita d’acqua catastrofica.
Ancora più importante, non sono stati osservati danni permanenti a livello cellulare: la permeabilità delle membrane cellulari e il livello di perossidazione lipidica, un indicatore di stress ossidativo, non hanno subito variazioni significative . In altre parole, i meccanismi di difesa della pianta sono riusciti a preservare l’integrità delle sue cellule.
L’importanza del momento e della durata dello stress
La ricerca dimostra che una giovane pianta di olivo è in grado di sopportare un colpo di calore di breve durata senza subire danni irreversibili. Tuttavia, il quadro cambia se lo stress termico si protrae . Se la temperatura rimane elevata per diversi giorni consecutivi, la pianta non ha il tempo di recuperare e i danni alle membrane cellulari e al sistema fotosintetico diventano più gravi e duraturi.
Come evidenziato da fonti del settore, temperature superiori ai 40°C per periodi prolungati possono alterare la struttura dei grassi che compongono le membrane cellulari, compromettendone la funzione e portando a una maggiore perdita d’acqua e a un calo della clorofilla . Di conseguenza, la capacità della pianta di produrre energia e di sostenere la crescita dei frutti viene compromessa.
Un meccanismo di difesa molecolare
La tolleranza osservata nello studio è probabilmente legata all’attivazione di specifici meccanismi molecolari. È noto che l’olivo, in risposta al calore, aumenta la produzione di proteine da shock termico (HSP) . Queste proteine agiscono come una prima linea di difesa, proteggendo le proteine cellulari dalla denaturazione e stabilizzando le membrane, il che spiega l’assenza di perossidazione lipidica e di danni irreversibili.
Consigli pratici per gli olivicoltori
I risultati di questo studio, sebbene ottenuti in condizioni controllate, offrono indicazioni preziose per la gestione in campo, specialmente in un contesto di cambiamenti climatici che rende sempre più frequenti gli eventi estremi .
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Monitoraggio e tempestività: Poiché la tolleranza a uno shock termico di breve durata è elevata, è fondamentale monitorare le previsioni meteo per prepararsi a ondate di calore che potrebbero durare più giorni, durante le quali la pianta è più vulnerabile.
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Proteggere le giovani piante: Gli impianti giovani e quelli ad alta densità sono particolarmente suscettibili allo stress idrico e termico. In questi casi, l’irrigazione a goccia si conferma uno strumento indispensabile per sopperire al fabbisogno idrico e aiutare la pianta a superare i momenti critici .
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Barriere fisiche contro il calore: L’utilizzo di polveri di roccia come il caolino o la zeolite rappresenta una strategia efficace. Sparsi sulla chioma, questi minerali creano una pellicola riflettente che può ridurre la temperatura della foglia e del frutto anche di 2-4°C, mitigando lo stress da calore .
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Rafforzare la resilienza del suolo: Negli oliveti tradizionali dove l’irrigazione non è possibile, è cruciale aumentare il contenuto di sostanza organica nel terreno. Un terreno ricco di humus agisce come una spugna, trattenendo l’acqua e termoregolando il suolo, aiutando le piante a sopportare meglio gli stress .
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Sostenere la fisiologia della pianta: L’impiego di biostimolanti a base di glicina betaina o estratti di alghe può aiutare le piante a regolare l’evapotraspirazione e a ridurre lo stress ossidativo, favorendo una più rapida ripresa .
Conclusione
La ricerca scientifica conferma che l’olivo, anche nella sua fase giovanile, possiede una straordinaria capacità di resilienza di fronte a brevi ma intensi colpi di calore. La pianta risponde chiudendo gli stomi e sacrificando temporaneamente la fotosintesi per preservare la sua integrità cellulare. Per l’olivicoltore, la sfida non è tanto la singola giornata di caldo estremo, quanto la gestione di periodi prolungati di stress termico. Integrare strategie di difesa fisica, una gestione idrica oculata e il mantenimento della fertilità del suolo sono le chiavi per accompagnare l’olivo in un futuro sempre più caldo, trasformando la sua resilienza naturale in una produzione stabile e di qualità.
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