Case green, mancano i decreti attuativi nazionali: l’Italia richiamata per la terza volta sullo stesso dossier



Ventisette lettere di messa in mora, una per ciascun Paese dell’Unione europea. La direttiva case green doveva essere recepita entro il 29 maggio 2026; il 15 luglio la Commissione ha constatato che nessuno aveva completato il lavoro. Per una volta l’Italia non è sola: l’intera classe ha mancato la consegna. Roma, però, si presenta all’appello già con due note sul registro.

La nuova procedura d’infrazione aperta dalla Commissione europea riguarda il mancato recepimento completo della direttiva 2024/1275 sulla prestazione energetica degli edifici. Per l’Italia è la terza contestazione legata allo stesso testo: le altre due riguardano il piano nazionale di ristrutturazione, mai consegnato entro la scadenza, e gli incentivi alle caldaie autonome alimentate soltanto con combustibili fossili. Tre procedure distinte. Il condominio, almeno quello burocratico, è già ben avviato.

Tre lettere per la stessa direttiva

La prima scadenza era arrivata più di un anno prima del termine generale. Dal primo gennaio 2025 gli Stati avrebbero dovuto interrompere gli incentivi finanziari destinati all’installazione di nuove caldaie autonome alimentate esclusivamente con combustibili fossili. Nel novembre successivo Bruxelles ha concluso che Italia, Estonia e Ungheria non avevano attuato pienamente la disposizione, oppure non avevano spiegato in modo sufficiente le misure adottate. È partita così la prima lettera di costituzione in mora.

Il secondo fascicolo è stato aperto a marzo 2026. Entro il 31 dicembre 2025 ogni Stato doveva presentare una prima versione del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici: una fotografia del patrimonio immobiliare accompagnata da obiettivi, interventi, costi e possibili fonti di finanziamento fino al 2050. L’Italia non lo ha consegnato in tempo, insieme ad altri diciotto Paesi.

Nel frattempo alcuni ritardatari hanno recuperato. Il 14 luglio la Commissione ha pubblicato la prima valutazione di sedici bozze complete presentate da quindici Stati e dalla Vallonia tra dicembre 2025 e maggio 2026: Austria, Bulgaria, Cipro, Germania, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Croazia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Svezia, Slovenia e Vallonia. L’Italia non compare. Il piano definitivo dovrà essere consegnato entro il 31 dicembre 2026, ma la bozza italiana continua a non figurare tra quelle pubblicate dalla Commissione.

Il 29 maggio è poi scaduto il termine generale per inserire nel diritto nazionale tutte le altre disposizioni della direttiva. Nessuno dei Ventisette ha notificato un recepimento completo. Da qui una lettera di costituzione in mora per ciascun Paese dell’Unione.

Nessuna multa al citofono

La lettera di costituzione in mora è il primo passaggio formale della procedura d’infrazione. I governi hanno due mesi per rispondere, completare il recepimento e comunicare le norme approvate. Se le spiegazioni non convinceranno Bruxelles, potrà arrivare un parere motivato; dopo, il caso può essere portato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea, anche con la richiesta di sanzioni finanziarie. Molte procedure si chiudono prima del tribunale, quando lo Stato sistema ciò che manca.

Per i proprietari di casa non scatta alcuna multa, nessun obbligo improvviso di aprire un cantiere e nessun funzionario europeo busserà per controllare il cappotto termico. La procedura riguarda lo Stato e il suo ritardo nel trasformare la direttiva in norme nazionali.

Proprio queste norme dovranno chiarire la parte che interessa davvero famiglie, amministratori di condominio e imprese: quali edifici riqualificare, con quali tempi, quali incentivi e quali tutele per chi non può sostenere la spesa. Finché il recepimento resta incompleto, circolano molte paure e poche regole. Un ambiente perfetto per annunci, allarmi immobiliari e fotomontaggi di villette inseguite dalla ruspa europea.

Nessuna classe obbligatoria per ogni casa

La direttiva non impone a ogni abitazione di raggiungere automaticamente una determinata classe energetica entro il 2030 e non introduce un divieto europeo generalizzato di vendere o affittare gli immobili in classe F o G. Stabilisce obiettivi complessivi per il patrimonio residenziale e lascia ai singoli governi il compito di scegliere edifici, strumenti e misure.

Per le abitazioni, il consumo medio di energia primaria dovrà diminuire del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 rispetto al 2020. Almeno il 55% della riduzione dovrà derivare da lavori eseguiti nella fascia costituita dal 43% degli edifici con le prestazioni peggiori. Questo significa concentrare gli interventi sulle case che consumano di più, senza trasformare ogni singolo attestato energetico in una sentenza individuale.

Per gli edifici non residenziali vengono invece introdotte soglie minime nazionali destinate a coinvolgere il 16% degli immobili peggiori entro il 2030 e il 26% entro il 2033. La direttiva contiene inoltre regole per i nuovi edifici a emissioni zero, il solare, la mobilità elettrica, i passaporti di ristrutturazione, gli attestati energetici e gli sportelli unici che dovrebbero accompagnare cittadini e imprese tra tecnici, preventivi e finanziamenti.

Il piano nazionale serve a mettere insieme tutto questo. Deve contenere una mappatura degli edifici residenziali e non residenziali, una tabella di marcia con obiettivi per il 2030, 2040 e 2050, le politiche previste e una stima degli investimenti necessari. La bozza deve anche passare attraverso una consultazione pubblica. È il documento che dovrebbe spiegare chi fa cosa e, soprattutto, con quali soldi. Proprio quello che ancora manca.

Quasi una casa certificata su due è ancora in classe F o G

Il ritardo italiano cade sopra un patrimonio edilizio che non brilla per giovinezza o sobrietà energetica. Secondo il rapporto ENEA sulla certificazione energetica, basato su oltre 1,2 milioni di attestati emessi nel 2024, il 45,3% degli immobili residenziali certificati ricadeva ancora nelle classi F e G. Il 76% del patrimonio analizzato era stato costruito prima del 1991. Le classi peggiori sono diminuite rispetto all’anno precedente, mentre quelle più efficienti sono cresciute: il movimento esiste, la strada pure. È la velocità a ricordare quella di certe assemblee condominiali.

Nel complesso, il 75% degli edifici europei ha prestazioni energetiche insufficienti e il tasso annuale di ristrutturazione si ferma intorno all’1%. La direttiva nasce per accelerare questa andatura e ridurre consumi, bollette e dipendenza dai combustibili fossili. Per farlo servono regole, programmazione e finanziamenti leggibili, soprattutto per le famiglie vulnerabili e gli inquilini, che il testo europeo chiede espressamente di proteggere.

Bruxelles ha dato due mesi per rispondere, ma per l’Italia il lavoro va oltre l’ultima lettera: la nuova procedura si aggiunge alle due già avviate sulla bozza del piano nazionale e sugli incentivi alle caldaie fossili. Tutti i Ventisette hanno mancato la scadenza generale. Roma deve ancora spiegare quali edifici intende riqualificare, con quali soldi e quali tutele per chi non può permettersi i lavori. Le case aspettano ancora il piano; le lettere da Bruxelles, invece, sono già tre.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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