Si indebolisce gravemente l’efficacia dell’Ets e rischia di compromettere gli obiettivi non solo climatici, ma anche la competitività industriale e la sicurezza energetica dell’Europa
L’agenda europea dei prossimi mesi ha tra le sue priorità il nuovo quadro normativo della politica climatica post-2030, cruciale per contribuire a fronteggiare l’emergenza climatica che continua ad aggravarsi con impatti sempre più preoccupanti in ogni angolo del pianeta. Soprattutto in Europa, che si riscalda a un ritmo quasi doppio rispetto alla media globale.
È l’occasione che l’Europa non può sprecare per mettere in campo una politica ambiziosa, in grado di raggiungere gli obiettivi climatici post-2030, già concordati con la Legge quadro europea sul clima ed il nuovo NDC (National Determined Contribution) che fissa gli impegni europei previsti dall’Accordo di Parigi.
Purtroppo, la traduzione in realtà dell’obiettivo di riduzione netta del 90% delle emissioni climalteranti per il 2040 previsto dalla legge quadro e del nuovo NDC (con il quale l’Europa si è impegnata a ridurre le sue emissioni in un range tra il 66.25% ed il 72.5% entro il 2035 nell’ambito dell’Accordo di Parigi) non è scontata a causa delle flessibilità in gioco. La legge quadro prevede, infatti, una riduzione fino al 5% attraverso l’utilizzo di crediti internazionali di carbonio (articolo 6 dell’Accordo di Parigi), esternalizzando così anche ai Paesi poveri e vulnerabili l’azione climatica europea. A cui si aggiungono ulteriori flessibilità richieste da diversi governi, a partire da quello italiano. Limiti da superare con un nuovo quadro normativo in grado di consentire una rigorosa attuazione degli impegni già assunti, senza spazio a flessibilità che rischiano di compromettere l’ambizione e la credibilità dell’azione climatica europea.
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Innanzitutto, vanno confermati obiettivi climatici vincolanti a livello nazionale per le emissioni derivanti dai settori ESR (Regolamento sulla condivisione degli sforzi – ESR) ossia trasporti stradali, edifici, agricoltura, rifiuti e piccoli impianti industriali. Il nuovo quadro normativo, inoltre, deve garantire la separazione tra gli obiettivi di riduzione delle emissioni ESR, degli assorbimenti agroforestali del settore LULUCF (Regolamento sull’uso del suolo, il cambiamento di uso del suolo e la silvicoltura) e della rimozione industriale permanente del carbonio, senza alcuna flessibilità tra di essi per preservare l’integrità ambientale e dare priorità a reali riduzioni rapide e profonde delle emissioni. È fondamentale poi distinguere tra assorbimenti agroforestali e rimozione industriale permanente, come sottolineato dal Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici (ESABCC). Distinzione già avvalorata dal Regolamento CRCF (Carbon Removals and Carbon Farming) che istituisce lo standard europeo volontario per la certificazione delle rimozioni permanenti di carbonio.
Gli obiettivi climatici nazionali vincolanti sono fondamentali per garantire la responsabilità e l’obbligo di rendicontazione degli Stati membri nel raggiungimento collettivo degli obiettivi climatici europei, tenendo conto dell’equità e della solidarietà nella ripartizione degli sforzi, assicurando il monitoraggio dei progressi e promuovendo gli investimenti a supporto dell’azione climatica nazionale. Qualsiasi alternativa che preveda obiettivi non vincolanti o una componente non vincolante degli obiettivi nazionali rappresenterebbe un significativo passo indietro nella governance climatica europea e comprometterebbe il raggiungimento degli obiettivi climatici fissati a livello europeo.
Obiettivi da raggiungere senza alcun ricorso ai crediti internazionali di carbonio. L’Europa ha i mezzi e il potenziale per raggiungere il suo obiettivo climatico per il 2040, come evidenziato dalla Valutazione d’impatto della Commissione Europea. Qualsiasi misura di mitigazione finanziata al di fuori dell’Europa, come raccomanda l’ESABCC, deve essere aggiuntiva rispetto al livello necessario del 90-95% di riduzione netta delle emissioni climalteranti in coerenza con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il ricorso ai crediti internazionali riduce l’efficacia e la credibilità dell’azione climatica europea, rischiando nello stesso tempo di sostituire i finanziamenti realmente necessari per fronteggiare l’emergenza climatica nei paesi più poveri e vulnerabili. L’integrazione dei crediti internazionali nell’obiettivo climatico per il 2040, inoltre, non porta benefici all’economia europea. Al contrario, ritarda la giusta transizione e ne aumenta i costi, compromettendo la certezza degli investimenti e la competitività dell’economia europea. Con seri rischi finanziari. Ogni anno, per acquistare crediti internazionali, l’Europa dovrebbe sborsare decine di miliardi di euro, immobilizzando preziose risorse finanziarie che possono, invece, essere investite in modo più efficace nella decarbonizzazione della nostra economia e nelle misure sociali indispensabili per accelerare una giusta transizione. A questo si aggiunge il rischio di minare l’efficacia dell’ETS con l’integrazione dei crediti internazionali nel sistema.
Primo banco di prova dell’ambizione e della credibilità dell’azione climatica europea sarà proprio la revisione dell’ETS che sta muovendo i primi passi in Consiglio e Parlamento, dopo la deludente proposta della Commissione Europea dello scorso 17 luglio. Proposta che indebolisce gravemente la sua efficacia e rischia di compromettere gli obiettivi non solo climatici, ma anche la competitività industriale e la sicurezza energetica dell’Europa.
Infatti, abbassare il fattore di riduzione lineare al 3,7% a partire dal 2031 e all’1,7% successivamente, rispetto all’attuale 4,4%, consentirebbe semplicemente un aumento dell’inquinamento proveniente dalle centrali elettriche e dall’industria pesante, mentre gran parte delle soluzioni di decarbonizzazione sono già disponibili. Tali emissioni non scomparirebbero. Al contrario, imporrebbero costi aggiuntivi ai cittadini e alle imprese europee e costringerebbero a tagli più profondi e politicamente più difficili da parte di settori come l’edilizia, l’agricoltura e i trasporti, se l’Europa vuole per davvero raggiungere il suo obiettivo climatico vincolante per il 2040. Inoltre, è molto preoccupante che si vuole consentire il ricorso ad un quantitativo considerevole di crediti internazionali e si estendono le assegnazioni gratuite fino al 2038 per i settori coperti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), ritardando così la necessaria e possibile decarbonizzazione industriale.
Indebolire ora il sistema ETS significa fare un regalo alle aziende inquinanti che hanno dato priorità ai profitti per gli azionisti anziché investire in una produzione più pulita, a scapito dei cittadini e di quelle aziende che hanno già investito nella decarbonizzazione e nel futuro dell’industria europea.
L’ETS deve rimanere l’architrave della politica climatica e industriale europea anche per il periodo successivo al 2030, visto che ha già dimostrato il suo valore. Dal 2005, le emissioni nei settori ETS (energia elettrica, industria energivora, trasporti aereo e marittimo) sono diminuite del 50%. I progressi più significativi sono stati realizzati nel settore energetico, dove la combinazione del carbon pricing con l’utilizzo delle rinnovabili ha portato a rapide riduzioni. La prossima sfida è la decarbonizzazione dell’industria energivora. I progressi in questo settore sono stati estremamente lenti, in gran parte perché un prezzo del carbonio basso e imprevedibile non ha fornito un incentivo sufficiente per investire nella trasformazione di un comparto industriale che invecchia. Senza un ETS forte e prevedibile, l’opportunità economica per l’acciaio pulito, la chimica verde, i materiali circolari e la produzione elettrificata si riduce fortemente, compromettendo il successo del Clean Industrial Deal e dell’Industrial Accelerator Act.
La revisione del sistema ETS rappresenta quindi un momento cruciale per rafforzarlo e non indebolirlo.
In primo luogo, l’attuale traiettoria riduzione del tetto massimo delle quote di emissioni va mantenuta almeno fino al 2036, garantendo la prevedibilità necessaria per gli investimenti a lungo termine. In secondo luogo, la graduale eliminazione entro il 2034 delle quote gratuite deve proseguire. Mantenere quote gratuite generose non farebbe altro che ritardare gli investimenti in una produzione più pulita e compromettere l’efficacia del sistema. Infine, è necessario tutelare l’integrità del sistema ETS. I crediti internazionali e le rimozioni di carbonio devono rimanere al di fuori del sistema per evitare di indebolire il prezzo del carbonio e ridurre gli incentivi per una reale riduzione delle emissioni industriali.
Come ha recentemente evidenziato la Coalizione di oltre 100 imprese a sostegno dell’ETS, il sistema è un motore indispensabile per la competitività europea in grado di orientare miliardi di euro di investimenti a sostegno dell’innovazione e di soluzioni cleantech su larga scala. Con grandi potenzialità. Tra il 2026 ed il 2030, si prevede che l’ETS genererà dalle aste entrate tra i 120 e i 150 miliardi di euro, offrendo un’opportunità unica per finanziare la trasformazione industriale dell’Europa, investire in tecnologie e infrastrutture pulite e sostenere le famiglie e i lavoratori durante la transizione. E garantire anche una maggiore sicurezza energetica. L’Europa spende ancora 400 miliardi di euro all’anno per le importazioni di combustibili fossili, esponendo la sua economia a crescenti rischi geopolitici e shock energetici. Un contributo importante può e deve venire da un’efficace tariffazione del carbonio attraverso un quadro normativo stabile e credibile dell’ETS, in grado di contribuire ad aumentare la competitività dell’Europa, ridurre le sue dipendenze strategiche, rafforzare la sua resilienza economica e garantire così che trasformazione industriale e ambizione climatica vadano di pari passo.
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Per Legambiente la proposta Ue di revisione Ets è deludente
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Si indebolisce gravemente l’efficacia dell’Ets e rischia di compromettere gli obiettivi non solo climatici, ma anche la competitività industriale e la sicurezza energetica dell’Europa
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Mauro Albrizio
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