La Francia vuole 6 nuovi reattori nucleari, ma può davvero permetterseli? Anche l’Italia dovrebbe chiederselo



In Francia i sei nuovi reattori nucleari sono ancora sulla carta. Il sostegno pubblico, invece, è già scritto fino all’ultima rata. Parigi prevede di costruire sei EPR2 nei siti di Penly, Gravelines e Bugey, per una potenza complessiva di 9.990 MW. Le entrate in servizio sono attese tra il 2038 e il 2044, secondo il calendario confermato dal Consiglio di politica nucleare francese.

Il costo obiettivo è di 72,8 miliardi di euro ai valori del 2020, finanziamento escluso. Lo Stato dovrebbe prestarne circa 44 a condizioni agevolate, mentre un contratto per differenza proteggerà i ricavi di EDF per 40 anni. L’ultimo reattore potrebbe così vendere elettricità a prezzo garantito fino al 2084.

La Commissione europea ha aperto un’indagine formale sul piano. Bruxelles vuole verificare la gratuità della garanzia statale, la copertura degli extra-costi e il rischio che EDF riceva più del necessario. Ed è qui che il dossier francese diventa italiano: prima delle tecnologie, dei cantieri e delle promesse sulle bollette, il nuovo nucleare ha bisogno di qualcuno disposto a caricarsi decenni di rischio. In Francia quel qualcuno ha già un nome: lo Stato.

Un prestito pubblico da 44 miliardi, con interessi rinviati

Il prestito statale dovrebbe coprire il 60% dei costi di costruzione. Durante i lavori EDF pagherebbe un tasso dello 0%; dopo l’entrata in funzione dei reattori, il tasso salirebbe al 3%. Il rimborso partirebbe dopo quattro anni e proseguirebbe per altri 35. In caso di insolvenza lo Stato avrebbe una possibilità limitata di rivalersi su EDF. Sul prestito verrebbe inoltre concessa una garanzia pubblica completa e gratuita.

Il sostegno, insomma, occupa una parte portante del progetto. Le stesse autorità francesi stimano che, senza gli aiuti, il rendimento dell’investimento si fermerebbe tra l’1 e il 3%, un livello insufficiente per attirare i capitali necessari. Il mercato da solo guarda i tempi di costruzione, gli interessi che si accumulano e i rischi industriali. Poi lascia educatamente il posto allo Stato.

L’altro pilastro è il contratto per differenza. Per ciascun reattore dovrebbe durare 40 anni, con una forchetta preliminare del prezzo di esercizio compresa tra 85 e 115 euro per MWh, ai valori del 2024. Quando il prezzo di mercato scende sotto la soglia concordata, la differenza viene compensata; quando sale, EDF restituisce l’eccedenza.

Per l’ultimo EPR2, previsto nel 2044, la protezione potrebbe quindi proseguire fino al 2084. Il reattore nasce con un orizzonte commerciale già assicurato per quattro decenni.

Nella decisione che apre l’indagine, la Commissione riconosce l’esistenza di difficoltà di mercato capaci di giustificare l’intervento pubblico. Vuole però capire se gli strumenti scelti siano proporzionati e se lascino a EDF una quota adeguata di rischio. Il punto pesa anche sul piano della concorrenza. EDF rappresenta circa il 77% della produzione netta di elettricità in Francia e oltre il 55% della capacità installata. Un aiuto costruito intorno al principale operatore del Paese può produrre effetti che vanno ben oltre i sei nuovi reattori.

Gli extra-costi hanno già trovato una corsia

I 72,8 miliardi indicati da Parigi sono espressi ai valori del 2020 ed escludono i costi finanziari. Sono una stima di costruzione, dunque, più che uno scontrino definitivo.

Per i primi 15 miliardi di eventuali extra-costi la responsabilità finanziaria resterebbe a EDF. Nella fascia compresa tra 15 e 30 miliardi, il 90% potrebbe essere coperto ampliando il prestito statale e il restante 10% dalla società. Oltre i 30 miliardi, il meccanismo deve ancora essere definito.

Sono previste anche compensazioni qualora alcuni aumenti di costo venissero attribuiti a cause ritenute legittime. Il riequilibrio potrebbe passare attraverso un rialzo del prezzo garantito oppure tramite un pagamento una tantum. Proprio l’assenza di regole già complete ha attirato l’attenzione della Commissione.

Ai costi di costruzione si affiancano quelli di esercizio e post-esercizio. Le autorità francesi li stimano tra 120 e 155 miliardi di euro ai valori del 2020 durante i 60 anni di vita degli impianti. Questa seconda cifra riguarda la gestione industriale e va tenuta distinta dall’aiuto pubblico, ma aiuta a riportare il dibattito sulla scala reale dell’operazione.

La Francia, del resto, possiede già un precedente piuttosto ingombrante. Per l’EPR di Flamanville la Corte dei conti francese ha stimato un costo complessivo di realizzazione pari a 23,7 miliardi di euro ai valori del 2023, finanziamento compreso.

L’impianto ha raggiunto la piena potenza nel dicembre 2025, come riportato da EDF nel rapporto annuale. Gli EPR2 sono un modello riprogettato e il confronto ha limiti evidenti. Flamanville resta comunque il precedente contabile francese più vicino: anni di ritardo trasformano il costo del denaro in una componente industriale, pesante quanto acciaio e cemento.

L’Italia ha scelto il ritorno, il finanziamento può aspettare

In Italia il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile è stato approvato dalla Camera il 4 giugno 2026 ed è ora all’esame del Senato. Il ddl S.1924 affida al Governo il compito di costruire il nuovo quadro normativo, dalla ricerca alla localizzazione degli impianti, fino alla gestione dei rifiuti.

Il testo richiama il “contenimento dei costi” e la possibilità di introdurre modalità di sostegno. Le cifre destinate agli impianti, i prezzi garantiti e la distribuzione dei rischi tra operatori e Stato arriveranno più avanti.

L’articolo 5 del disegno di legge stanzia 20 milioni di euro l’anno dal 2027 al 2029 per l’attuazione della delega. Servono ad avviare strutture, attività e provvedimenti. Nel bilancio di una centrale nucleare somigliano ancora alle spese di cancelleria.

Le imprese hanno già iniziato a indicare strumenti più sostanziosi. Durante le audizioni parlamentari, Edison ha proposto finanziamenti agevolati, garanzie statali, meccanismi per gli extra-costi e contratti per differenza. La lista assomiglia parecchio a quella preparata da Parigi.

La Francia punta su grandi EPR2; il dibattito italiano insiste soprattutto su piccoli reattori modulari e tecnologie avanzate. Dimensioni, maturità industriale e tempi sono differenti. La domanda finanziaria sopravvive alle sigle: chi presta il denaro, chi assorbe i ritardi, chi garantisce il prezzo dell’elettricità e chi interviene quando il preventivo smette di collaborare.

La Francia, con una filiera nucleare già esistente e un operatore controllato dallo Stato, ha quantificato un prestito pubblico da 44 miliardi e una protezione dei ricavi lunga 40 anni. Bruxelles sta ancora verificando se persino questa struttura rispetti le regole sugli aiuti di Stato. Il calcestruzzo deve ancora essere versato. L’ombrello pubblico, invece, ha già una scadenza. Il ddl italiano ha scelto il verbo “tornare” e lasciato in bianco la cifra. Prima del reattore, toccherà riempire quella casella.

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 Ilaria Rosella Pagliaro

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