«La qualità dell’oncologia passa da PRO, ricerca e assistenza territoriale»


L’oncologia italiana continua a crescere sul fronte della qualità delle cure, ma permangono criticità che richiedono interventi organizzativi e investimenti mirati. È il quadro delineato dall’Annuario dell’Oncologia Italiana 2026, realizzato da AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica) insieme a FICOG (Federation of Italian Cooperative Oncology Groups), che fotografa punti di forza e aree di miglioramento della rete oncologica nazionale.

Tra i dati più significativi emerge un’ampia diffusione dei servizi di supporto: quasi il 90% dei centri dispone di assistenza psiconcologica (anche se solo il 60% con uno psicologo dedicato), il 93% ha un servizio di anatomia patologica, l’88% una nutrizione clinica di riferimento e il 72% un laboratorio di biologia molecolare diagnostica. Restano però nodi ancora aperti, dall’adozione dei Patient-Reported Outcomes (PRO) alla ricerca clinica, fino al rafforzamento dell’assistenza domiciliare.

Per approfondire le principali criticità e le priorità di sviluppo del sistema, TrendSanità ha intervistato Massimo Di Maio, presidente nazionale AIOM.

Dai vostri dati risulta che la qualità di vita dei pazienti colpiti da tumore è “misurata” solo nel 34% delle Oncologie. Cioè ancora pochi ospedali adottano i Patient-Reported Outcome (PRO), importanti misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti. Cosa ci può dire a riguardo?

Massimo Di Maio

«Quello dei PRO nei centri è un tema che a AIOM sta molto a cuore da anni. Le linee guida ESMO 2022 raccomandano l’uso di questi sistemi per migliorare la gestione e la comunicazione con i pazienti oncologici. Ma è un dato di fatto che sono oggi ancora poche le strutture che hanno implementato questi strumenti. Potrebbero essere digitali, piattaforme attraverso le quali si riesce a intercettare un problema in maniera tempestiva. È dimostrato che tutto ciò migliori la qualità di vita, l’aderenza al trattamento, la soddisfazione dei pazienti, e che si riduca il rischio di accessi al pronto soccorso. Il punto è come rendere sostenibile e fattibile l’implementazione. Il problema è sostanziale: tempo fa lo abbiamo sottolineato in una survey ai soci AIOM. Molti mostrano interesse per l’argomento, sono consapevoli che sia una cosa utile. Ma di fatto hanno problemi di logistica, risorse e implementazione pratica».

I flussi di lavoro vanno riorganizzati

Quali vantaggi potrebbero venire dal riorganizzare il flusso di lavoro nelle Oncologie?

«Di fatto il sistema richiede che i pazienti segnalino l’eventuale insorgenza di un problema o un peggioramento, e ciò prevede che gli operatori diano un feedback in tempi naturalmente tempestivi. Ciò significa che bisogna riorganizzare il flusso di lavoro degli ospedali, coinvolgendo personale medico e infermieristico, e gestire queste segnalazioni. Tutto questo non è banale, è un problema che confligge con le risorse e il tempo limitato degli operatori.

Per integrare i PRO servono una riorganizzazione dei flussi di lavoro e investimenti in personale e strumenti digitali

Si deve tenere a mente il carico di lavoro complessivo. Occorre spiegare all’amministrazione degli ospedali che sarebbe molto opportuno fare questa implementazione, perché di fatto significa investire sull’efficienza dell’assistenza e risparmiare su altre voci. Se si riducono gli accessi imprevisti, questo ovviamente è un vantaggio per l’ospedale. In AIOM abbiamo un gruppo di lavoro dedicato, e uno degli obiettivi che ci siamo dati è lavorare sull’analisi delle problematiche che si oppongono all’implementazione di questi strumenti nella pratica clinica. Speriamo di identificare meglio possibili soluzioni».

Sono emerse criticità nell’iter di approvazione delle sperimentazioni cliniche. In molti casi l’attivazione dei centri richiede ancora tempi lunghi. Come semplificare l’iter amministrativo?

«La sottoscrizione dei contratti per l’attivazione degli studi clinici, la parte burocratica e amministrativa, è in effetti un tema annoso. Il nostro compito deve essere quello di sottolineare con le amministrazioni e le istituzioni che è fondamentale garantire la competitività del sistema Europa, Italia e anche dei singoli ospedali, per attrarre ricerca nel nostro Paese e nei singoli centri. Questo conviene a tutti. Ai pazienti, perché uno studio clinico vuol dire opportunità di innovazione molto precoce rispetto a quando il farmaco sarà disponibile nella pratica clinica. Conviene ai clinici perché possono fare ricerca scientifica, e conviene alle amministrazioni perché di fatto la ricerca sponsorizzata dall’industria non è un ostacolo alla pratica clinica, anzi è un incentivo economico per l’ospedale. Quindi attrarre studi vuol dire attrarre pure grant economici. Ma questo spesso non viene percepito in maniera chiara da molte amministrazioni degli ospedali che vedono la ricerca come un “capriccio”, un “di più”, qualcosa di sacrificabile. Ma non è così.

La ricerca non è un “di più” per gli ospedali, ma uno strumento che migliora le cure, sviluppa competenze e genera valore economico

Se un ospedale non fa contratti in tempi efficienti, è messo nella black list, il sistema viene penalizzato e quell’ospedale non attirerà studi e ricerca. Riteniamo nostro dovere sottolineare questo aspetto nell’interesse di tutte le parti in causa. Sarebbe una cosa buona se le amministrazioni capissero che potenziare gli uffici significa anche aumentare la competitività e l’attrattiva. Tenere i contratti fermi per mesi è in definitiva un danno diretto ai pazienti e al sistema. L’efficienza di questi uffici è un criterio di qualità necessario per attrarre risorse».

Ricerca parte integrante dell’assistenza

Coordinatori di ricerca clinica strutturati: secondo i vostri dati sono ancora tropo pochi (solo il 40%). Cosa suggerite per migliorare la situazione?

«È un tema che sta molto a cuore ad AIOM. Abbiamo un gruppo di “clinical research coordinator” molto attivo. Inevitabilmente questa categoria soffre di precarietà, dal punto di vista contrattualistico. È un punto dove l’Italia rischia di non essere competitiva per attrarre sperimentazioni. Avere personale strutturato garantisce efficienza e qualità della conduzione degli studi e per un ospedale è segno di grande qualità. Da anni affermiamo che bisogna riconoscere questa figura professionale, e l’assenza del riconoscimento rende molto difficile anche offrire un percorso formativo dedicato.

I clinical research coordinator sono una risorsa strategica e devono essere stabilizzati e valorizzati

Inoltre, queste figure, essendo precarie nel pubblico, possono venire attratte da un impiego più stabile in strutture private o nell’azienda farmaceutica. Dopo anni di formazione, questi professionisti lasciano il posto e vanno a trasferire le loro competenze in strutture private. E per il sistema questo è un peccato. Quando, a febbraio scorso, abbiamo tenuto il World Cancer Day, tra le tante figure dedicate al paziente oncologico, ho voluto i rappresentanti dei “clinical research coordinator”. Perché la ricerca è una parte integrante dell’assistenza. La qualità di un ospedale si misura da quanta ricerca è in grado di offrire ai suoi pazienti. Per questo motivo queste figure vanno strutturate».

Ancora troppo pochi centri, meno del 70% secondo l’Annuario AIOM, prevedono un percorso di assistenza domiciliare oncologica. Come si può migliorare la situazione?

«È sicuramente un capitolo dolente, molte strutture non possono contare su una rete di assistenza domiciliare perfetta. Questo aspetto va sicuramente ottimizzato, perché poter contare sull’assistenza domiciliare nelle varie fasi del percorso di malattia è cruciale per poter avere un servizio di qualità. La gestione oncologica attuale è ancora centrata sull’ospedale. Le varie Regioni si stanno attivando per potenziare l’offerta sul territorio, ma la situazione è ancora ampiamente da migliorare. Con l’Annuario vogliamo enfatizzare quante risorse preziose ci sono nei centri per offrire assistenza al paziente oncologico, ma anche segnalare quali sono i punti deboli per poterli migliorare. Va ottimizzata anche l’efficienza del percorso: anche dove le strutture di assistenza domiciliare sono esistenti sulla carta, ci sono ostacoli di check-list da compilare, moduli da mandare, autorizzazioni da ottenere dal territorio. Tutto questo chiaramente complica la gestione a danno dell’assistenza domiciliare».


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 Alessandra Margreth

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