Il rischio sanitario del nucleare comincia nelle miniere di uranio, molto prima che il combustibile raggiunga un reattore. Radon inalato dai lavoratori, particelle radioattive, impianti di arricchimento, scorie e smantellamenti: Philip J. Landrigan e Brita E. Lundberg mostrano quanto lavoro serva per definire il nucleare “sicuro”: ignorare i lavoratori esposti, ridurre gli incidenti a probabilità e lasciare scorie e controlli sulle spalle di chi verrà dopo.
La critica è contenuta in The false promise of nuclear power, una corrispondenza pubblicata su The Lancet. I due autori contestano un precedente articolo della rivista, accusato di descrivere i pericoli dei reattori come “estremamente piccoli” osservando soprattutto il loro normale funzionamento. La lettera raccoglie studi già pubblicati e sposta il discorso sulla salute lungo l’intero ciclo del combustibile.
Il rischio sanitario comincia nella miniera
Prima di produrre un solo chilowattora, l’uranio deve essere estratto e lavorato. Nelle miniere i lavoratori possono inalare prodotti del decadimento del radon e aerosol contenenti radionuclidi, oltre a essere esposti a radiazioni esterne. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica mantiene un sistema specifico per raccogliere dati sulle esposizioni professionali e migliorare la protezione dei minatori. Il radon, del resto, ha un difetto evidente: entra male nelle locandine.
Il rischio di tumore ai polmoni tra i minatori esposti al radon è documentato da decenni. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’aumento venne osservato inizialmente proprio tra i lavoratori delle miniere di uranio esposti a concentrazioni molto alte. Ventilazione, dosimetria e dispositivi di protezione riducono oggi l’esposizione; la necessità stessa di queste misure impedisce però di raccontare la filiera come sanitariamente neutra.
Dopo la miniera arrivano macinazione, conversione, arricchimento e fabbricazione del combustibile. Altri impianti, altri lavoratori, altri controlli. Anche nelle centrali e nelle strutture del ciclo nucleare l’esposizione professionale viene misurata e gestita durante produzione, manutenzione, movimentazione del combustibile e trattamento dei rifiuti. La sicurezza dipende da procedure, formazione e vigilanza continua. Non arriva incorporata nell’atomo.
Le 115mila morti, una stima da leggere con cautela
Il dato più pesante citato da Landrigan e Lundberg è 115.585 morti per tumore. Deriva da uno studio pubblicato su Nature Communications, firmato anche da Landrigan. I ricercatori hanno analizzato la mortalità oncologica nelle contee statunitensi situate entro 200 chilometri da centrali nucleari operative tra il 2000 e il 2018. Le contee più vicine mostravano tassi maggiori, con le associazioni più forti tra gli adulti anziani.
La cifra nasce da un modello statistico. Lo studio usa dati aggregati per contea, misura la prossimità dal centro geografico del territorio e non rileva le dosi di radiazioni ricevute dalle singole persone. Non ricostruisce residenze individuali, spostamenti, venti, scarichi effettivi o vie di esposizione. Riunisce inoltre tumori con cause, tempi di sviluppo e sensibilità alle radiazioni molto diversi.
Gli stessi autori scrivono che i risultati non stabiliscono la causalità. Hanno osservato un’associazione e calcolato quanti decessi risulterebbero attribuibili alla vicinanza alle centrali qualora il rapporto fosse causale. Dire che gli impianti hanno provocato 115mila morti trasformerebbe un’ipotesi epidemiologica in un certificato già firmato.
Il segnale, però, rimane. Le associazioni sono sopravvissute a diverse analisi di sensibilità e agli aggiustamenti per fattori come fumo, reddito, istruzione, densità abitativa, indice di massa corporea e accesso alle cure. La letteratura precedente ha prodotto risultati contrastanti: alcuni studi hanno rilevato aumenti per specifici tumori o territori, altri nessuna relazione coerente.
Servono misurazioni ambientali, dati individuali e analisi separate per tipo di cancro. Dichiarare il rischio trascurabile prima di averle svolte richiede una fiducia che la scienza, per fortuna, non distribuisce gratis.
Le scorie restano quando la centrale si spegne
Il combustibile estratto dal reattore continua a produrre calore ed è altamente radioattivo. Deve raffreddarsi nelle piscine e può poi essere trasferito in contenitori schermati. La Nuclear Regulatory Commission statunitense ricorda che i rifiuti ad alta attività possono impiegare centinaia di migliaia di anni per diventare innocui attraverso il decadimento. La gestione sicura è tecnicamente possibile; richiede isolamento, sorveglianza e istituzioni capaci di durare molto più di un governo.
La dismissione non chiude la questione con l’interruttore. Strutture e materiali devono essere caratterizzati, decontaminati, smontati e destinati alle diverse filiere di gestione. Durante queste attività proseguono il monitoraggio radiologico dei lavoratori e dell’ambiente. La scoria ha il brutto vizio di non rispettare i tempi della comunicazione politica.
Landrigan e Lundberg richiamano anche gli incidenti gravi, nei quali il problema sanitario cambia scala: esposizione alle radiazioni, evacuazioni, perdita delle abitazioni, interruzione delle cure e conseguenze psicologiche. Nel caso di Fukushima, l’UNSCEAR non prevede aumenti rilevabili dei tumori direttamente attribuibili alle radiazioni nella popolazione; l’Organizzazione mondiale della sanità ha però documentato gli effetti mentali e sociali dello sfollamento. Il danno sanitario non si lascia sempre misurare con un contatore Geiger.
Le probabilità di un incidente possono essere basse. Le conseguenze potenziali rimangono enormi e richiedono piani di emergenza, strutture preparate e protezione delle persone fragili. Tecnologie e regole riducono il rischio. Il rischio zero resiste soprattutto nei titoli.
La lettera affronta anche emissioni e costi. Sul primo punto forza il dato: i 66 grammi di CO₂ equivalente per chilowattora citati dagli autori rappresentano una stima alta, mentre valutazioni più recenti collocano il nucleare tra le fonti a basse emissioni. Sul secondo rimangono i capitali enormi e i cantieri lunghi richiesti dai nuovi reattori occidentali. Sono elementi importanti, senza bisogno di rubare il centro della scena.
Quel centro è la salute. Il nucleare può contribuire alla decarbonizzazione e gli impianti esistenti possono produrre elettricità a basse emissioni per decenni. Definirlo “sicuro” come proprietà naturale della tecnologia cancella il lavoro necessario per renderlo tale: protezioni in miniera, dosimetria, controlli sugli impianti, gestione delle scorie, sorveglianza ambientale e preparazione agli incidenti. Il reattore acceso occupa una fotografia. La sua storia sanitaria comincia nella roccia e continua molto tempo dopo l’ultimo chilowattora.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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